29 Luglio

Questa notte è arrivata! Come una folata di vento secca, fresca, tesa, che preannuncia l’arrivo del classico temporale estivo, che si materializza dal nulla della calura serale della pianura e crea una corrente d’aria che si insinua prepotente in tutte le stanze della casa portando con se l’odore della pioggia e lo sbattere di finestre. Ma non c’è niente di bello, di piacevole, in questo temporale: c’è solo paura, tanta paura. Così è arrivata. Avevo appena finito di vedere un film e mi accingevo ad andare a letto, quando sono stato colpito dall’arrivo della consapevolezza di ciò che sarebbe  stato. Sono le tre del mattino, sono steso sul mio letto; loro dormono tranquilli. Ed io, colpito con violenza dal suo arrivo, sono scosso da una sorta di convulsioni. Tutti i muscoli del corpo si tendono fino al limite della sopportazione. Respiro affannosamente, a bocca aperta; mi manca l’aria. A ondate questa energia negativa fluisce dai muscoli verso il cervello, ed è ancora peggio. Gli occhi, chiusi, si riempiono di lacrime che, copiose, scorrono sulle guance e ancora sul cuscino. L’insopportabile consapevolezza che sarebbe accaduto, inesorabilmente, senza possibilità alcuna di evitarlo, senza speranza, diventa nella mia testa come un getto di acido, che brucia e corrode, provocando un indescrivibile dolore. E così via per qualche ora, fino a che la stanchezza non ha il sopravvento lasciando il campo ad un sonno agitato. Al risveglio tutte le sensazioni fisiche sono scomparse ma la consapevolezza è rimasta. E’ terribile sapere che non potrò più udire la sua voce, non potrò più toccarlo, non potrò più parlargli! Quante cose devo ancora fare con lui, tante, tantissime, non basterebbe tutta la mia vita. Come farò? Ma perché penso a me? Lui cosa penserà? Lui, che si attende tanto dalla vita, che programma, progetta la costruzione della sua esistenza che si immagina felice, intensa, piena di amore e piena di amici. Lui che combatte da tanto contro questa iniqua sorte, si aggrappa con le unghie, si trascina faticosamente, con tanta sofferenza verso la salvezza, che pensa di aver finalmente raggiunto. Lui, che pensa che dopo tanti sacrifici e tanto dolore gli sia dovuta, come giusta ricompensa, una vita, la sua vita, una semplice e tranquilla vita, che tanti altri vivono senza sapere quanto in realtà essa sia preziosa.  Vedo scorrere dinanzi ai miei occhi una serie di immagini, come diapositive, che ritraggono scene dei momenti più belli dello scorcio di vita che abbiamo vissuto insieme. Ad ogni immagine subisco un colpo allo stomaco, che produce una profonda nausea. L’ho saputo con inequivocabile certezza fin dal diciannove maggio, sono più di due mesi ormai. Lo sapevo, ma non ne ho avuto la consapevolezza. Non ho voluto o potuto accettarlo. Ho solo subito la notizia.

Da oggi ne sono consapevole, tutto il peso della consapevolezza mi schiaccia, mi stritola, mi logora. In un attimo sento addosso la stanchezza dei miei quasi cinquant’anni, che adesso mi sembrano tanti, troppi. Dalle tre del mattino faccio davvero una gran fatica a vivere, ma mi impongo di continuare al suo fianco perché devo donargli fino all’ultima goccia di energia, e lui se lo aspetta.   La mia vita è veramente cambiata dalle tre del mattino.   Ne sono consapevole ma non lo accetto. Non riesco ad immaginare un futuro senza di lui. Ci provo, ma non ci riesco. Mi sforzo di immaginare la mia esistenza che va avanti senza di lui, si trascina, a tratti felice, fino alla fine. Non ci riesco, mi rendo conto che non può essere così. E’ come se la sua nascita avesse stretto un legame indissolubile tra le nostre vite. D’improvviso mi accorgo che tutta la mia vita degli ultimi dodici anni è stata incentrata su di lui. Non un attimo è trascorso senza che ci fosse lui nei miei pensieri. Non una azione ho compiuto senza che fosse finalizzata alla sua esistenza. E’ avvenuto senza che lo volessi, ma è così. Lui si è impossessato della mia anima, è dentro di me ed io vivo per lui. Sono patetico? Forse lo sono. Ma il ventinove luglio è questo che sento, ed uso egoisticamente questo blog per me, per tentare di capire cosa si annida nella mia mente, così provata. Forse scrivendo in libertà, senza pensare troppo, riuscirò a scorgere quello che si nasconde in profondità e che forse non ho il coraggio di vedere.

(29 luglio 2009)

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18 Agosto

La clessidra della sua vita è stata capovolta per l’ultima volta. La sabbia scorre troppo veloce, vorrei tanto arrestarla. Anche a costo di spaccare tutto. Devo assolutamente assorbire, senza farmene accorgere, tutta la sua esistenza fino a che l’ultimo granello di sabbia non sia caduto sugli altri. Dovunque mi giro vedo cose che mi ricordano di lui. “Cos’è l’oggi se non il domani di ieri” scrive lui su Skype. Ma a lui è negato il domani ed avrà soltanto tanti “ieri”. E’ insopportabile! Credo di non farcela. Le porte si sono chiuse, l’esame è iniziato!

(18 Agosto 2009)

13 luglio

Il giorno dell’esame si avvicina.
Cerco di non pensarci, ma mi sento impreparato.
Non so di preciso in che giorno ci sarà l’esame, ma so che manca poco, molto poco.
Vorrei tanto che quel giorno non arrivasse mai, ma non posso evitarlo. Vorrei che l’esame non esistesse nella mia vita. Vorrei svegliarmi e rendermi conto che è stato tutto un sogno, un incubo: l’esame.
Scorrono i secondi, i minuti e le ore, e l’orologio avanza, ed il tempo mi sfugge dalle mani. Fugge, ed io non riesco a fermarlo.
L’esame incombe sulla mia vita. Mi sento molto impreparato. Non sono preoccupato però; sono solo triste, molto triste. A volte mi domando se c’è un limite alla tristezza, spero tanto di si.
Intanto il tempo continua ad avanzare, ed io mi sento molto impreparato. E sono triste perché non esiste per me la possibilità di essere preparato, non esiste un libro da leggere, non esiste una scuola da frequentare, un insegnante che possa spiegare. Nulla, non esiste nulla.
C’è solo l’esame nella mia vita, e si avvicina minaccioso: ed io sono impreparato.
E poi dopo l’esame sarà ancora peggio. La beffa di questo esame è che non esiste un esito. Dopo l’esame c’è solo il peggio.
E’ un esame che prevede solo un esito: il dolore.
Vi sono dolori, come quelli del parto, che preludono a gioie che seguiranno.
Vi sono dolori, come quelli di una frattura, che una volta svaniti lasceranno il posto al piacere di una guarigione.
Questo dolore trascina con se solo altro dolore, ed altro ancora. Non vi sarà alcuna gioia dopo questo dolore, solo ancora dolore. Saprò sopportarlo? Quale sarà il mio limite?

(13 luglio 2009)

9 luglio

La stanza è chiusa. Lungo le pareti non c’è nessuna apertura, la musica è incalzante. Il soffitto, pieno di enormi aculei metallici, si abbassa lentamente, ma inesorabilmente. Ed io sono lì sotto. E penso. E aspetto.
Nei bei film all’ultimo secondo, negli ultimi fotogrammi, arriva l’eroe di turno che blocca il meccanismo.
In questa realtà, nella mia storia, l’eroe non c’è, non esiste, il meccanismo invece avanza, lentamente, a e a me non resta che aspettare. E pensare.
Oramai manca poco, si capisce anche dal sottofondo musicale. Il ritmo diventa più rapido ed i toni più cupi.
La brutta storia sta per finire. Ed io penso, ma non riesco ad immaginare cosa sarà dopo la fine della storia.

(9 luglio0 2009)