Avanti, andiamo avanti

Oramai questo blog è diventato il mio rifugio. Qui mi sento come a casa, rannicchiato come devo essere stato nel ventre di mia madre, protetto. Durante il giorno penso spesso al mio blog e mi ritrovo a parlargli, proprio come adesso, e ne trovo un senso di momentaneo sollievo.

Vi sono delle cose che neanche a te posso dire, caro Blog, lo ammetto. Ma in linea di massima ti trasmetto i miei stati d’animo abbastanza bene.

Come sai, e anche io so bene, la vita va avanti, “the show must go on”, come si dice. Verissimo!

Certo, andiamo avanti! Avanti.

Avanti dove, a fare cosa?

Avanti, bisogna andare avanti. La vita è bella! Avanti.

Parole, parole, parole …. Tante parole, illustri, umili, professionali, amichevoli, affettuose, infastidite.

C’è un piccolo problema, caro Blog, a me non servono le parole. A me serve Mauro, si proprio lui.

Non si può avere? Ok bene, il problema resta a me. Significa che non mi si può aiutare.

Pretendere di aiutarmi donandomi parole, fumo, non è un aiuto, è un palliativo. Ma io non voglio palliativi. I palliativi mi fanno incazzare, anche quelli che furono somministrati a Mauro. Li odio i palliativi!

Ma bisogna andare avanti. Certo, andate avanti, andiamo avanti. Ognuno per la sua strada però.

Se dobbiamo per forza essere felici, se tutto deve per forza andare bene, se tutto deve per forza essere bello, allora daccordo tutto è buono, tutto è bello e siamo tutti felici.

Se questo rende tutti più sereni, così sia. Andiamo pure avanti e diciamo che tutto è bello e buono.

In effetti lo avevo già sperimentato stando dall’altra parte della barricata: nella nostra società non c’è spazio per il dolore, quello che travalica i confini emozionali per entrare prepotentemente nella sfera fisica. Non c’è spazio se non momentaneo, poi deve essere diluito, espluso, annulato, disintegrato. Si deve andare avanti, tutti felici.

Mi dirai, mio caro Blog, “Ma alla fine che vuoi? Con chi te la vuoi prendere?”

Molto semplice, caro Blog: Voglio Mauro, e nient’altro! Voglio Mauro, voglio Mauro, voglio Mauro! il mio piccolo, voglio sentire la sua voce, voglio carezzarlo ancora, voglio mettergli la mano nei capelli ancora come ho fatto mille, diecimila, centomila volte … e nient’altro.

(24 ottobre 2009)

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Arriva la sera

Aspetto con ansia questo momento. Gli altri sono andati via e il silenzio è calato.

Ancora una notte. Ancora una volta soli, io e lui.

Come se fosse un rito faccio le stesse operazioni, ogni sera.

Sposto il divano-letto e lo avvicino al suo. Lui, con il telecomando, abbassa il suo letto “tecnologico” fino al limite più basso. Gli piace farlo, comandare il letto, in tutte le sue molteplici posizioni. E’ stanco, molto stanco. Non comprende il perchè della sua vita, non ne trova il filo conduttore: continue batoste. Perchè?

Accendo la televisione, si vede solo il primo canale. Ma a lui va bene così, gli piace, si distrae con la televisione, non pensa.

Io sgranocchio ancora qualcosa, non ho fame ma trovo che mangiare mi aiuta. Tutto quello che trovo mangio, biscotti, merendine, cioccolato. Lui invece non mangia, non può mangiare, non potrà mai più mangiare fino al giorno in cui morirà.

A proposito del giorno in cui morirà: sarà di notte o in pieno giorno, all’alba o al tramonto. Mi chiedo se ho delle preferenze: no! non ne ho, va bene tutto. Certo sarà questa estate, quindi farà caldo, è sicuro. Il vero mistero è invece se sarà in un letto d’ospedale oppure nel suo letto grande di casa a Pavia o ancora nel nostro lettone verde di Sorrento?

Chi può dirlo? E’ diffcile fare previsioni, sarebbe bello chiedergli in quale letto preferirebbe morire, ma non si può!

Tornando al mangiare, io sgranocchio ancora mentre faccio queste riflessioni e lui mi guarda. Mi invidia. Desidera mangiare, lo desidera tanto!

Ricorda delle belle bistecche alla fiorentina, la paella – che cucinava lui stesso -, gli spaghetti, la pizza, la pasta e piselli, la frittatina, l’anguria, la lucerna – quante ne ha mangiate! -. Gli viene quasi l’acquolina in bocca, ma, paziente e fiducioso, rinvia l’appuntamento con il cibo, con una bella mangiata. Aspetta con ansia un altro intervento, quello che gli permetterà di mangiare ancora e tanto, di ritrovare il gusto ed il piacere di mangiare. Io lo so che non arriverà mai questo intervento, che non mangerà mai più ciò che tanto desidera, che morirà tra poco. Lo so e sto male, tanto male. Non posso mostrarlo però, è un lusso che non posso permettermi.

Prima di stendermi sul divano-letto prendo il mio libro e prendo il libro che lui vuole che io gli legga. Si intitola “Il Mago” e parla di un ragazzo che ha poteri magici che impara a governare e con i quali sconfiggerà un nemico invisibile: il Male.

Prima che io inizi a leggere scambiamo ancora due chiacchiere: mi chiede tutte le sere come vanno le cose, quando uscirà dall’ospedale, quando guarirà, quando ritornerà a Sorrento, quando ritornerà ad avere una vita normale.

Tutte le sere gli rispondo quasi sempre allo stesso modo: pazienza, attesa, coraggio il peggio è passato, manca poco.

Poi comincio la lettura.

Gli piace che io legga. Lui non può farlo da solo, i dolori all’addome non gli consentono di tenere un libro nel letto. Di tanto in tanto si lamenta, lancia una imprecazione, si gira nel letto con il mio aiuto, ancora dolori, poi passano.

Riprendo a leggere.

Sembra si sia addormentato.

Mi fermo a guardarlo, osservo il suo volto provato.

Ma non dorme ancora, riapre gli occhi e mi chiede di continuare a leggere. Riprendo.

Poi si riaddromenta, questa volta per davvero.

Spengo la televisione, e lo guardo, lo guardo, lo guardo. E non trovo un perchè.

Ho tanto sonno, si dorme poco la notte. Tra poco si sveglierà per andare in bagno. dieci, quindici, venti volte durante la nottata. Ma lo faccio con piacere. Godo della sua vicinanza. Scambiamo qualche parola ogni volta che va in bagno e mi riempe di gioia. Siamo due vecchi amici che si aiutano a vicenda.

Ora dorme, il respiro è più pesante. Continuo a guardarlo.

Il mio libro aspetta poggiato sul pavimento che io lo prenda. Ma non lo faccio.

Anche questa sera le lacrime scendono lente sul mio viso poggiato al divano-letto e mi fanno il solletico. Arrivano da sole, mica piango. Sgorgano indesiderate senza che io faccia nulla. Forse è solo il dolore che le richiama.

Cosa posso fare per evitare che accada quello che non voglio, che nessuno vuole?

Spengo la luce sul letto. Ora la stanza è buia fatta eccezione per un bagliore azzurro che proviene dal corridoio.

Sento il rumore del suo respiro, mi piace, lo adoro.

Cosa posso fare per salvarlo? Come lo posso aiutare? Non deve succedere! Non può succedere!

Sono stanco, mi addormento anche questa sera. Penso a lui e penso al momento della sua morte. Lo terrò tra le braccia o lo guarderò da lontano, dai piedi del letto?

Mi sono addormentato. Aspetto che giunga la sera di domani.

(17 ottobre 2009)

10 ottobre

I giorni scorrono, tutti uguali.

A volte ricordo del secondo anno del liceo. Una fuga da me stesso, dalla realtà. Poi passò. Oggi potrebbe essere simile ad allora, ma di proporzioni diverse.

Che faccio?

Ho deciso: galleggio.

Mi lascio cullare dalle onde, non oppongo resistenza, la corrente mi trascina alla deriva. Prima o poi toccherò terra. E se così non fosse? Pazienza.

Se mi sbatto troppo invece posso annegare, perdere le forze.

Non posso permettermelo: sono già troppo stanco.

Se galleggio mi riposo.

Sento le voci in lontananza che si accavallano, affettuose, minacciose, dure, dolci, seccate, ansiose.

Le sento ma non le ascolto. Solo una però è forte e decisa, come se fosse vicina. Questa la ascolto con attenzione. Ma non mi è di aiuto, o forse si.

Mi volto di scatto quando parla, la cerco ma non riesco a trovarla. L’aspetto con ansia mentre galleggio, a volte tarda.

Altre volte arriva un onda grossa e cattiva: vado sotto, trattengo il respiro, sbraccio per risalire, ci riesco. Rieccone un’altra ancora più grossa, enorme. Di nuovo sotto. Ce l’ho fatta ancora una volta: sono di nuovo a galleggiare morbido.

Devo riposare, sono troppo stanco.

(10 ottobre 2009)

1 ottobre

Quasi un mese.

Oramai è un ritornello: “Come va? Tutto bene?”.

“Certo tutto bene! Grazie.” rispondo.

E che vuoi rispondere? Dovrei dire: “Tutto beneee?? Il cazzo tutto bene. Tutto bene andrà a te amico mio. Io sto male, malissimo. Non c’è un secondo della mia vita in cui non voglio – non ho detto desidero, ho detto voglio – che Mauro ritorni qui con me. E vedo voi altri che vivete la vostra splendida vita fatta di gioie, arrabbiature, delusioni, divertimento. La mia vita invece è un inferno, un piatto inferno, tutto uguale a se stesso, uniforme, monotono. Trovo sollievo solo quando dormo, per fortuna. Magari dormissi ventiquattrore al giorno. Vedo i vostri bellissimi bambini e penso al mio Mauro il cui corpo mostruosamente deformato giaceva in quel letto di morte. Gonfio, pallido con la sua maglietta verde e sento ancora il cattivo odore che emanava, la sensazione sgradevole di toccarlo e sentire il freddo. Il freddo della vita che è scappata da quel corpo nell’ultimo respiro che non voleva venir fuori. Lui lottava per trattenerla, ma lei è voluta scappare, cattiva, inesorabile. Certo, va tutto bene! Non potrebbe andare meglio.”

E invece non va bene. Non va affatto bene, amico mio.

(1 ottobre 2009)