Il videogioco

Un videogioco.

Immerso nella finta allegria e nella vera riflessione delle festività natalizie appena trascorse, ho maturato questa convinzione.

La mia vita, forse più di quella di altri, assomiglia a un videogioco. Uno di quelli complessi, con una molteplicità di scenari e un’infinità di livelli, non uno di quelli sempliciotti per bambini fino a tre anni.

Inutile stare qui a elencare tutti gli accadimenti che l’hanno costellata e che sono perfettamente riconducibili ai livelli di questi giochi tanto difficili quanto apprezzati, da adulti e da adolescenti.

Ce ne sono di tutti i colori e per tutti i gusti: battaglie vinte, battaglie perse, guerre perse e guerre vinte.

Una fitta selva di ostacoli e qualche bonus. Corse rocambolesche in auto, treno e aereo, quasi alla James Bond, alternate a lunghi momenti di studio dello scenario per trovare la soluzione giusta per proseguire nel gioco e terminare il livello. Tentativi non riusciti a volontà e poi la soluzione arriva d’improvviso, quasi per incanto, quasi sempre.

Al di la dell’avanzamento del gioco vi sono anche i punteggi. Si può procedere con un gran punteggio oppure arrangiarsi, andando avanti con un punto scarso.

Vi sono le trappole, tante, vi sono le prove di forza e infine i combattimenti.

Dunque nel corso di queste mie riflessioni ho cercato di capire a che punto del gioco io fossi.

E’ lampante che ho fallito il bersaglio grosso, non l’unico, ma tra quelli più importanti. Ce ne saranno altri da conquistare? Chissà cosa prevede il gioco!

Adesso sono in una fase di relativa calma nella quale sto tentando di superare un livello e non ci riesco. Ritorno quindi all’inizio dello scenario e ricomincio daccapo.

Provo e riprovo. Provo e riprovo. Ogni volta cambio qualche mossa, accelero, rallento, ma non ci riesco.

La soluzione c’è, questo è certo!

Ma la devo trovare provando e riprovando, con pazienza, infinita pazienza.

In questo momento non c’è un combattimento, non c’è una prova d’abilità da superare, solo una soluzione da cercare.

Non ci riesco e lo schema riparte ancora una volta per un nuovo tentativo.

Non so quanto sia vicina o lontana la soluzione e non so se riuscirò a terminare il gioco.

Quello che so di certo è che non mi pento di aver «giocato», anche se non ho scelto di farlo. Finora è stato un bellissimo-bruttissimo gioco in cui il beneficio maggiore è quello che è venuto dalle emozioni che ha saputo generare. Emozioni intense, estreme, colorate, profumate, arrabbiate anzi incazzate. Ma senza emozioni, per belle o brutte che siano, della vita – e del gioco – rimane ben poco.

domenica, 16 gennaio 2011