L’anno che verrà

Giunge un’ora, la vigilia di Natale come quella di Capodanno, in cui tutto ciò che poteva essere preparato in anticipo è stato fatto. Mi riferisco alle preparazioni culinarie e agli addobbi per la serata.

Si tratta di quel lasso di tempo che si trova a cavallo tra il tardo pomeriggio e la prima sera.

In casa aleggiano i profumi delle pietanze che sono lì, in attesa di essere condotte con maestria al termine della preparazione e quindi consumate allegramente con i parenti o con gli amici.

In quel tempo che abbiamo così individuato, per me da sempre un po’ magico, le luci sono spente o soffuse e il silenzio regna sovrano, perché neanche la televisione, l’onnipresente televisione, ha il premesso di violare la sacralità di quel momento.

Gli abitanti della casa sono ritirati nelle loro stanze a prepararsi oppure a fare gli ultimi ritocchi alle preparazioni delle tavole imbandite.

Non dura molto, purtroppo. Presto si riavvieranno i fornelli e il citofono annuncerà il sopraggiungere dei primi invitati.

Quando penso a questo momento mi viene in mente il “raggio verde”, giunge puntuale, dura poco e inesorabilmente si dissolve.

Quasi sempre, quando giunge questa fase della giornata, siedo al divano, al buio, e rifletto.

Come quasi tutti quelli precedenti, anche quest’anno ero lì, riflettevo e non ho potuto evitare che le mie riflessioni scivolassero su Mauro.

Mauro che avrebbe tredici anni, alla soglia dell’adolescenza.

Mauro che non c’è più, svanito, dissolto, volatilizzato, andato in fumo.

Mauro che, al di là delle ovvie considerazioni che in queste circostanze si possono fare, mi manca. Nel senso reale della parola, me ne sento privato. Lo cerco con la mente, come se dovesse essere lì. Ma non c’è.

Mi stavo incamminando in un sentiero senza sbocco, disseminato di tristezza e di malinconia. Per spezzare questa spirale negativa ho deciso allora di farmi un regalo.

Mi sono regalato un sogno.

Ho sognato che Mauro potesse ascoltarmi e che lo dovessi aggiornare di tutte e cose che sono successe da quando lui è … anzi, da quando lui non è!

 

“Quindi, caro Mauro, adesso ti racconto tutto quello che ti sei perso nel 2010, non pretendere che sia anche ordinato nella sequenza cronologica, ti narro le cose così come mi vengono in mente.

Cominciamo da una cosa bella.

Io e tua mamma abbiamo deciso di dare seguito alla tua idea delle magliette, quelle di Scrabby. Non è stato proprio facilissimo. Abbiamo prima dovuto trovare un fornitore di maglie che ci desse un prodotto di ottima qualità – mica potevamo prendere una cosa ordinaria per te – poi abbiamo dovuto trovare una ditta che ci preparasse le stampe e infine abbiamo dovuto scegliere i disegni da stampare.

Insomma un gran casino, e non è che mamma mi avesse aiutato tanto in questa fase, ma tu lo sai com’e fatta. All’inizio delle cose è sempre restia, lenta, svogliata, poi parte in quarta. Così anche questa volta.

Ti devo confessare che, quando ho visto le prime magliette, che erano solo bianche e nere, mi sono veramente emozionato. Mi conosci, non mi piace esternare i miei sentimenti, quindi mi sono tenuto tutto dentro per giorni e giorni. Insieme una gioia e una malinconia. Ma pensa: le tue magliette. Come diavolo ti è venuta in mente questa idea?

Comunque sia, è stata bellissima.

Tutto questo succedeva all’incirca al mese di marzo poi, successivamente, all’inizio dell’estate, le abbiamo fatte anche a colori. Rosso fuoco, Blu, Arancio, Giallo, Verde (il tuo verde) stupende davvero! Con i colori nuovi abbiamo anche stampato nuovo personaggi.

Si, perché le prime erano solo con “Scrabby base”, “Chicken”, “Scrabby Mouse” e “Pulcinella” perché le stampe non è che costino poco. Ma poi abbiamo deciso di fare uscire anche “Scrabby Rock”, “Shrek”, ”Scrabby Pittore”, “Scrabby Bassotto” e un bellissimo pannello Multi-Scrabby.

Sono bellissime, puoi essere fiero di te.

Mamma si è data da fare e ne ha vendite un bel po’. Abbiamo anche acquistato una macchina per stampare le magliette in casa. L’abbiamo sistemata nella tua stanza. Tranquillo, non abbiamo toccato nulla. I tuoi libri sono tutti a posto e tutti i tuoi giochi pure. Ogni tanto mamma se ne viene che vorrebbe dare via qualcosa, ma io mi oppongo duramente. Non si tocca nulla. Spero che tu ne sia contento.

Ritornando alle maglie, le abbiamo sistemate tutte sopra il tuo letto perché sono un tantino ingombranti. Comunque fanno davvero un bell’effetto.

Adesso abbiamo rallentato un po’ con le magliette, sia perché in inverno non è che sia facile venderle, sia perché ci siamo distratti per altre cose che poi ti dirò.

In verità dovremmo fare anche le felpe. Sono stato a Barletta in una fabbrica a vederle. Ma a questo punto se ne parla dopo le feste natalizie, col nuovo anno.

Ne approfitto per dirti che il tuo computer funziona sempre perfettamente.

Lo usiamo ancora io e mamma ma molto di rado. Ho fatto una cosa spero che no ti spiaccia. Ho installato, in una nuova partizione, il «Windows 7» che funziona molto meglio del Vista. In questo modo noi lo usiamo quando serve, e abbastanza velocemente, e al contempo non tocchiamo nulla della tua partizione. Tutti i tuoi files sono sempre lì dove li hai lasciati l’ultima volta.

A proposito di files, di tanto in tanto vado a sbirciare sulla tua partizione nella cartellina del tuo libro. Non so perché lo faccio, ma mi piace, sento la tua presenza.

Parlando del tuo libro voglio aggiornarti sulle ultime novità. Dall’inizio dell’anno abbiamo fatto ben due presentazioni oltre quella ufficiale del dodici dicembre 2009: una a Bisaccia, un bel paesino vicino Benevento, e l’altra nientepopodimeno che a Pavia. Si nella tua Pavia. Non è stato facile tornare lì senza di te, anzi diciamola tutta, è stato molto difficile. Comunque è stato una grande successo per il libro e soprattutto per te. C’erano tante persone e quelle a te più care, dalla Emy a Nello, Maria, Margherita, c’era anche Anna la tua maestra, insomma proprio tutti. La tua maestra dell’ospedale ha poi detto dello cose bellissime.

La tua bicicletta nuova, quella nera, sta in perfetta forma. Ogni tanto vado fuori nello stanzino a guardarla. Mannaggia alla bici! Che gioia quando andammo a comprarla; quel pomeriggio sotto casa di Nello, chi se lo dimentica più.

Scusami la divagazione nostalgica.

Parlando della bici mi viene in mente di dirti che abbiamo fatto dei piccoli lavoretti in casa. Non proprio dentro casa, ma nello stanzino esterno, dove c’è la caldaia. Abbiamo demolito il forno delle pizze per avere più spazio per depositare le nostre cose. In verità è stata un’idea di mamma, avendo constatato che non usavamo il forno da tempo immemorabile, anzi forse mi sa che tu non lo hai mai visto in attività. Comunque alla fine era una cosa razionale e quindi è stata fatta. Invece i famosi lavori dentro casa, quelli in cucina e quelli al pavimento, non li abbiamo ancora fatti. Purtroppo non c’è più l’entusiasmo di qualche tempo fa, quando c’eri tu, e poi diciamo anche che ci vuole un certo impegno economico che adesso non pensiamo di poter profondere in questa cosa. Quindi tutto rimandato.

Accidenti quante cose che ho da raccontarti, mi sa che dovrò fare una cernita e dirti solo quelle più importanti per non essere prolisso.

Con una decisione sofferta, non poco, credimi, questa estate abbiamo deciso di ritornare a San Candido. E’ stata un’enorme sofferenza, un supplizio, e credo di parlare anche per conto di mamma.

Ti chiederai: se doveva costarci tanto perché l’abbiamo fatto?

E’ difficile spiegarti delle cose dalla dinamica così complessa. Ognuno di noi due l’ha fatto per un suo motivo tutto personale.

Provo a spiegare il mio.

Innanzitutto va detto che quest’anno abbiamo fatto pochissimi bagni. Tutti belli devo confessare, ma molto pochi. Non siamo mai scesi da Ferdinando. Co è mancato quel pizzico di … non so cosa, ma non ce l’abbiamo fatta. Vedi, dopo la tua morte abbiamo superato molti tabù, abbiamo rotto incantesimi e violato confini che pensavamo essere invalicabili, ma non siamo riusciti ad andare a mare lì. Quando è troppo è troppo. Ci riproveremo l’anno prossimo? Chi lo sa cosa accadrà l’anno prossimo? In compenso siamo stati qualche volta in mare in barca. Ah! quanto avrei voluto che ci fossi stato anche tu. Comunque sia pochi bagni!

Stare ad agosto a Sorrento, peraltro con il mare sporchissimo, sarebbe stato veramente una cosa stupida, quindi comunque saremmo andati in vacanza da qualche parte. Sai bene quanto tutte le località turistiche siano affollate in agosto e sai quanto invece sia piacevole e ospitale la montagna e soprattutto quanto lo siano le Dolomiti. Devo confessarti che, andando lì, sulle tue montagne, speravo, m’illudevo, di ritrovarti. Semmai non proprio te, ma almeno qualcosa di te.

E così è stato! Ti ho sentito chiacchierare tra i boschi e ti ho sentito lamentarti mentre salivamo su sentieri impervi. Ho respirato il tuo profumo, ho sentito le tue carezze.

Non chiedermi se è stato bello, non lo so ancora. E’ stato insieme bello e doloroso, molto.

Quasi mi sfuggiva, non ti ho ancora detto che Franco Locatelli si è trasferito a Roma, al Bambin Gesù. Non so quanto sia contento di questo trasferimento, non ho più parlato con lui ma solo con Luigia. Certo ha lasciato un gran vuoto dietro di se a Pavia. Ma non voglio toccare adesso questo argomento, ne parlermo in altra occasione.

Novità!

Credevi di essere l’unico scrittore in famiglia? Ebbene stupisci. Ho scritto una poesia e ho anche partecipato a un concorso che si è tenuto a aprile a Positano.

Non ho vinto – mi sembrava inutile precisarlo – e non ho neanche potuto declamare la poesia in quanto ero a Pavia per la presentazione per tuo libro. L’ha fatto Susy al mio posto e mi è stato riferito che è stata proprio una bella esperienza. Chissà come non mi è venuto in mente di farti partecipare con la tua poesia «Il tempo». Te la ricordi? La scrivesti una sera a cena dell’ottobre del 2006 su un fogliettino di carta quadrettata, che conservo gelosamente.

Semmai il prossimo anno ti iscriverò.

Ho ripreso a giocare a «God of War II». Mi ero bloccato con quella buona donna della medusa e non ero capace di batterla. Poi dopo quasi un anno ci sono riuscito. Ora vado avanti spedito: saresti fiero di me. Devi inoltre sapere che, per Natale, mamma mi ha regalato il nuovo «Assassin Creed III». Molto bello, come lo è stato il secondo. Peccato che tu non abbia potuto giocarci, ti saresti diverti davvero e mi avresti potuto aiutare tanto, come abbiamo fatto per il primo.

Ho ancora alcune cosette da raccontarti.

Continuo a fare la Paella e ho pure ultimato il libri che stavo scrivendo su questa pietanza. Ogni volta che la preparo penso intensamente a te e ricordo di ognuna della volte che l’abbiamo fatta insieme. Che gioia, che felicità. Purtroppo persa per sempre. Ecco, lo sapevo. Parlando della Paella, mi sento male, non riesco a sopportare l’intenso malessere che mi pervade a causa della rabbia. Troppi ricordi, troppo vissuto, troppa rabbia, troppa mancanza. Troppo tutto!

E’ passata adesso, sto meglio, posso riprendere.

Ricordi «Pippo detto Frodo», la favoletta che abbiamo inventato insieme?

Ebbene ne ho fatto un manoscritto. Spero di essere stato abbastanza fedele al racconto. Quante volte hai voluto ascoltarla …

Non ancora so cosa farne. Probabilmente ne farò qualche copia da tenere qui in casa, giusto per ricordo. Non credo che possa avere un seguito di altro tipo. Comunque per me è uno tanti bellissimi regali che mi hai fatto.

Avrei tante altre cose da dirti ma non voglio essere noioso.

Ciao Ciccio. tvb”

 

Il pomeriggio ha lasciato il posto alla sera che ha preso possesso pieno della scena. In tutta la città i festeggiamenti incombono, veglioni, fuochi d’artificio, danze, succulenti pietanze attendono solo di essere gustate. Anche per la mia ridotta famiglia l’anno 2010, il primo senza di Mauro, sta spirando. Il 2011 bussa alla porta con il suo carico di novità.

E’ ora di prepararsi.

venerdì, 31 dicembre 2010

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Solo buio e umido

Solo buio e umido.

Così finiva il ventitredodici duemilanove e così finisce il ventitredodici duemiladieci.

Solo buio e umido.

In questo giorno i miei pensieri sono “troppo” anche per questo blog, che è abituato a tanto ma non a tutto.

Ho dunque deciso di raccontare come il mio subconscio, senza dubbio più saggio del mio cosciente, ha affrontato questo giorno.

E’ un sogno di questa notte, in cui lui era tornato.

Si proprio così, tornato come se fosse stato via per impegni, in un lungo viaggio per il quale mi era mancato tantissimo.

L’ambiente è una stanza, una stanza da letto, ma non la nostra né la sua, una generica, dove ci sono due letti singoli affiancati e qualche mobilio.

E’ mattino, il sole splende fuori dalla finestra, anzi non proprio il sole, ricordo più che altro un bagliore.

Nella stanza, oltre a noi due, c’era anche Vera.

Io e lui abbiamo dormito nello stesso letto singolo e ci siamo appena svegliati.

Io lo abbraccio forte, quasi lo stritolo dalla gioia. Lui, sorridente e evidentemente felice, non si sottrae al mio abbraccio, come invece avrebbe fatto nella realtà (da questo si vede che è un sogno). Anzi, sembra godere, è compiaciuto del fatto che il suo ritorno abbia provocato questa mia reazione così accalorata.

Lo bacio sulle guance, dappertutto, e lui continua a sorridere felice, e sornione.

Continuo a abbracciarlo e a baciarlo e lui niente, non mi manda a quel paese.

Credo che la sua felicità derivi anche dal fatto che è il suo compleanno. Come tutti quelli che lo conoscevano sanno bene, il suo compleanno era per lui un giorno veramente speciale, cui cominciava a pensare già da agosto.

E’ magro ma non sta male, il colorito è buono, leggermente scuro come all’inizio dell’estate.

Senza farmene accorgere gli tocco spesso le braccia e, guardandole con attenzione, cerco di scorgere i segni delle lesioni che aveva quando è morto. Niente, sono lisce e pulite: perfette. Di questo un po’ ne sono stupito, ma me ne rallegro.

Dobbiamo dirci un mucchio di cose. Io voglio raccontargli tutto ciò che è accaduto in sua assenza, cosa ho fatto, come sono stato, quanto l’ho pensato.

Ma prima desidero sentire da lui dove è stato, cosa ha fatto.

Continuo a stringerlo forte, a toccarlo, a baciarlo. Ora che è tornato non posso correre il rischio che debba andare via di nuovo.

Entrano nella stanza altre persone, vogliono salutarlo, ma io non lo lascio andare e continuo a stupirmi perché lui non sembra per nulla dispiaciuto dai miei opprimenti abbracci.

Lo voglio tutto per me.

Fine del sogno (purtroppo).

Oggi invece nel pomeriggio ho festeggiato con “GOD OF WAR II” (vedi “23 SETTEMBRE”). Dopo un lungo periodo d’inattività sono riuscito a sconfiggere una malefica medusa e sono andato avanti spedito.

Sarebbe stato fiero di me.

 

Buon “NON COMPLEANNO” Ciccio!

venerdì, 23 dicembre 2010

L’Oceano

Da qualche giorno mi sto interrogando sulla natura di questo mio blog.

Oramai ha raggiunto la ragguardevole età di 18 mesi, un anno e mezzo.

Ricordo bene quando e perché nacque, in un momento di tempesta che fu foriera di catastrofico epilogo. Ne ho parlato a lungo.

Ma oggi? Cos’è il mio blog, questo blog a cui sono tanto affezionato?

E’ evidente che non è un luogo virtuale dove si scambiano opinioni o si condividono idee.

Non è neppure un sito sul quale si pubblicano documenti “artistici” quali racconti, fotografie, poesie, ecc..

E infine non è un diario ordinato sul quale sono riportati gli eventi che si susseguono nella mia vita.

E allora cos’è?

L’idea che mi sono fatto è che esso sia un viaggio, un viaggio molto particolare certo, ma pur sempre un viaggio.

O forse sarebbe più corretto definirlo una traversata.

In effetti assomiglia molto a una traversata, magari di qualcosa che potrebbe accostarsi a un oceano.

Dell’oceano ritrovo i momenti di mare calmo oppure i momenti di bonaccia nei quali nessun vento, neanche una piccolissima brezza, sospinge le vele.

Poi d’un tratto, senza alcun preavviso, giunge la tempesta. Violenta, fredda, spietata, che, agitando le acque e sferzando le vele le riduce in brandelli, e mette a serio rischio il prosieguo della navigazione.

A volte infuria per giorni o per settimane, tanto violenta quanto invisibile, poi improvvisamente, così come arriva, scompare, o meglio, si ritrae, si nasconde in agguato, pronta a ritornare più forte e più intensa.

Spesso, dopo una di queste tempeste, si vede volteggiare in alto un gabbiano.

Mi sorride.

Tanti prima di me hanno dovuto traversare quest’oceano, tanti dovranno farlo ancora.

Per fortuna, di tanto in tanto, si trova qualche approdo al quale si ci può rifocillare, riscaldare, asciugare, riparare i danni portati dalle tempeste.

Purtroppo non si può rimanere a lungo al riparo.

Bisogna riprendere il mare per andare avanti.

Altre volte si incontrano, tra le onde, dei relitti, miseri resti di traversate fallite oppure può capitare di trovare dei superstiti di qualche naufragio.

Sono molto provati, ridotti allo stremo delle forze, pronti per annegare.

Si ci aiuta quando e come si può. Poi, arrivati al prossimo porto, ognuno per la sua strada. Non si può condividere “la Traversata” senza correre pericoli sempre maggiori.

Nelle notti serene, nelle quali le stelle fanno buona compagnia con la loro tenue e delicata luce, i pensieri si decantano, le idee trovano il loro posto naturale, dopo che per giorni e giorni sono state sballottate a destra e a manca. E dopo che si sono riordinate prendono di nuovo forma e consistenza, i pensieri si riorganizzano e prendono il posto delle emozioni che hanno occupato tutto lo spazio durante le tempeste.

Credo che questa sera sia una di queste, calma e serena dopo giorni, anzi settimane, di inarrestabile uragano.

Provato dalla stanchezza, deluso dalla privazione.

Ma sufficientemente lucido per interrogarmi, ancora una volta, su quale sia la vera meta di questo viaggio.

martedì, 14 dicembre 2010

Vieni via con me

Ho molto apprezzato la trsmissione di Fazio e Saviano che in questi giorni ha molto fatto parlare di se.

Tra le tante cose pregevoli mi è piaciuta l’idea delle liste.

Quel modo di porre un’idea che si forma pian piano attraverso dei frammenti mi ha attratto da subito, probabilmente perchè già da tempo ci giravo attorno, in qualche modo l’avevo già fatta mia.

Ecco perchè vorrei proporre oggi la mia piccola lista, molto personale, molto soggettiva nella sua oggettività.

 

LISTA DELLE COSE CHE MI HA LASCIATO MAURO

Un telefono Nokia con il quale non ha mai fatto una telefonata ma ha ricevuto alcuni messaggi.

Un accappatoio giallo, che è ancora appeso in bagno al suo posto.

Un disegno di un extraterrestre con tanto di didascalie.

Un paio di sandaletti celesti.

La Wii e la Playstation III alle quali teneva tantissimo.

La passione per GOD of WAR.

Una dedica sul suo libro “LSA – Lucky Secret Agency”.

Un vuoto che se definissi incolmabile sarebbe banale, infatti è un vuoto che non riesco a colmare nonostante gli sforzi immani.

Una penna che gli è stata regalata da una persona speciale, ma che non riesco a trovare dal 5 settembre 2009.

Uno zaino scolastico pieno di libri della prima media.

Il Diploma di “Miglior lettore” della prima elementare.

Una televisione Sony 42″ LCD che ha tanto desiderato ma che ha potuto guardare solo per una settimana.

Il suo computer HP con il quale sto scrivendo questa lista.

Un messaggio vocale sul telefonino in cui era molto arrabbiato con me.

Un piccolo puzazzo di peluche di Winnie The Pooh.

Un grande pupazzo di peluche di Winnie The Pooh.

Una serie di fogli di quaderno con dei disegni astratti.

Una poesia intitolata “Il Tempo”.

Un Gameboy Rosso.

La passione per i Pokemon.

Un orologio arancione che sta accanto al telefono.

Un paio di pantaloncini corti celesti.

L’amore per la vita, che io stesso gli avevo trasmesso nei suoi primi anni di vita, e che mi consente di stare qui in questo momento.

 

La lista non è finita il seguito a un’altra puntata.

sabato, 04 dicembre 2010

Distillato

Una scatola che contenga tutta la vita, colma di oggetti, tra i più disparati, spalmati della tua essenza.

Fialette di vetro che racchiudono estratti del tuo profumo.

Conchiglie marine che, accostate all’orecchio, propagano il suono della tua voce.

Fiori secchi che raccontano delle tue Processioni.

Fogli strappati da un quaderno che mostrano i tuoi disegni fantasiosi.

Il libro che stavi leggendo con la piega sulla pagina a tenere il segno.

Legnetti intagliati intrisi della tua voglia di vivere.

Il primo dentino caduto.

Scarpe da ginnastica rosse e argentate poggiate ai piedi del tuo letto.

La macchinetta dei denti portata appena tre giorni.

L’ultima registrazione della tua voce sul mio telefonino.

 

Distillato incompleto di una esistenza troppo breve.

martedì, 16 novembre 2010

 

Il numero giusto

Non ho difficoltà ad ammetterlo: sono una vera schifezza di giocatore.

Tuttavia, quando mi trovo in una città dove c’è un casinò mi piace farvi una capatina, provare l’emozione per una sera di fingere di essere una sorta di James Bond.

Quando vado al casinò gioco sempre alla roulette. Mi piace, mi diverte. Ovvio che gioco pochi soldi, non posso permettermi di eccedere, giusto quanto basta per provare quel pizzico di brivido d’azzardo.

Da quando vi sono stato la prima volta punto sempre sullo stesso numero, al quale magari affianco altre giocate.

Ho trascorso ore al tavolo verde guardando speranzoso la corsa e poi la danza finale della pallina bianca e solo una volta finora l’ho vista rintanarsi nella casella del numero su cui avevo puntato.

Lo so che non si gioca così. Ma così mi diverto e quindi niente critiche.

Le mie puntate alla roulette, come le avventure della mia vita, spesso non vengono coronate dal successo. Nonostante questo, cocciuto come un mulo, continuo, placido e imperturbabile, a fare lo stesso gioco, a puntare secondo la mia convinzione.

La cosa importante è divertirsi, o meglio provare emozioni, forti emozioni, il che, tradotto in altro registro, significa anche sentirsi vivi, partecipare attivamente al gioco della vita e non soffermarsi a osservare gli altri giocare scrutando il tavolo da dietro le spalle di qualche altro spettatore.

E allora io gioco. Gioco e faccio le puntate sul mio numero preferito, sempre lo stesso. Caparbiamente punto sul mio numero.

A ogni puntata rischio di perdere, e spessissimo perdo.

Ma ne vale sempre la pena.

Così come l’ultima volta.

L’ultima volta ho puntato ancora, anzi ho alzato la posta.

Ovviamente sempre su quel numero.

Ho visto il croupier lasciare la pallina bianca vorticare in alto sul piatto. Sembrava non volersi fermare. Poi, d’un tratto, è piombata giù. E lì ancora a saltare avanti e indietro, a destra e a sinistra.

Il mio sguardo, magnetizzato dall’elegante volteggiare della sferetta, la seguiva nelle sue bizzarre evoluzioni.

Poi di colpo si è fermata, quasi accasciata per la stanchezza.

Col fiato sospeso ho atteso che la ruota si fermasse perché mi sembrava che la casella scelta dalla sorte fosse proprio quella del mio numero.

Delusione!

Era quello giusto a fianco.

Peccato.

Ma qualcosa ho comunque vinto: brividi e emozioni.

Certo ho perso qualcosa, ma “tengo la capa tosta”.

Non sono ancora stufo di giocare.

Prima o poi, quella benedetta pallina bianca, dovrà fermarsi ancora una volta alla casella giusta.

Spero solo che non sia troppo tardi.

martedì, 09 novembre 2010

Qual’è l’ultima?

Forse un giorno non avrò più bisogno di questo blog.

Forse i temi qui trattati, non interesseranno più nessuno (o forse già oggi è così).

Forse, pur avendone bisogno, semplicemente non saprò più cosa scrivere.

Intanto le cose vanno così e io sono ancora qui a parlare a me stesso perchè, evidentemente, i tempi della “elaborazione” non sono uguali per tutti e forse non è possibile né prevederli né misurarli.

Candidamente confesso che preferisco – forse per una forma di vigliaccheria? – venire a depositare in questo scrigno i miei pensieri e le mie emozioni, pur tradendo l’interiore pudore che vorrebbe non esporre a un pubblico – seppur selezionato e ristretto – una parte così intima e profonda della mia vita cosciente, anzichè serrare i pugni così forte da far diventare bianche le nocche delle dita e far penetrare le unghie nella carne del palmo fino inciderla e quindi sferrare, consapevole del dolore che proverei, cazzotti nel muro fino a sporcarlo col sangue delle ferite.

Questo schermo, che ho dinanzi a me, è il muro e queste parole sono i miei cazzotti.

L’effetto è lo stesso.

In questi giorni si è concretizzato un pensiero. Il pensiero, in breve, si è tramutato in panico.

E’ stupido, ho quasi vergogna a dirlo, ma per me è così importante da farmi desiderare di sferrare cazzotti al muro: NON POSSO PIU’ FOTOGRAFARE MAURO!!!

Penserete che è una banalità, che è un evidente effetto della sua scomparsa.

Eppure per me non è così. Gliene ho scattate tante di foto. Le vedo quasi quotidianamente per un motivo o per un altro. Per anni, guardando quegli scatti, ho pensato a come migliorarli, come farne di più belli, di più divertenti, di più luminosi.

In questi quattrodici mesi, che sono letteralmente volati nel mio universo temporale, ho passato e ripassato e sue foto, le ho scelte per questo o quest’altro motivo, le ho stampate, ritagliate, incorniciate, pubblicate.

Insomma ho svolto un’intensa attività con le sue foto. Ma non avevo ancora realizzato, con la parte meno cosciente – ma più vera – di me stesso, che non avrei potuto farne altre.

Ce ne sono alcune sfocate che, in altri tempi e in altre circostanze, avrei cestinato senza pensarci sopra una frazione di secondo. E in breve avrei provveduto a scattarne ancora.

Mi chiedo – e conosco la risposta – qual’è l’ultima foto che gli ho scattato?

Guardo invece a lungo queste immagini che riempono il grande schermo e che non potranno mai essere ripetute. Che lo ritraggano sorridente o imbronciato, divertito o annoiato, sembrano burlarsi di me con la loro unicità procurandomi una profonda frustrazione.

Immobile, prigioniero delle due dimensioni di questo schermo, derubato della vita, mi fissi a tua volta, a tratti malinconico a tratti beffardo.

giovedì, 04 novembre 2010