Il rientro

Oggi siamo rientrati dalle vacanze estive. Come tutte le altre volte, mentre Vera è andata a parcheggiare l’auto, io, sudando da far paura, ho portato su tutte le valige e i pacchi .

E’ pomeriggio e fa molto caldo, la casa odora di chiuso, ma anche di buono, di famiglia.

Mauro, rapidissimo come sempre, ha ripreso possesso di tutti i suoi spazi.

Ha depositato sul tavolino in cristallo tutti i suoi giochini elettronici, ha acceso la televisione, ha collegato la Playstation 2 e si è subito messo all’opera.

Le scarpe e gli indumenti che indossava sono uniformemente distribuiti su tutto il pavimento e lui, in mutande, dalla sua postazione del divano, con i piedi poggiati al tavolino, letteralmente gode nel ritrovare i suoi passatempi preferiti.

Io lo osservo dal bagno mentre mi asciugo i capelli dopo una salutare doccia.

E’ proprio un bel bambino.

Non nel senso estetico, non mi riferisco a questo. E’ buono, maturo, oserei dire saggio, forse più di me.

Tra poco inizierà il quinto anno delle scuole elementari o, come si usa dire oggi, “primarie”.

Lui adora andare a scuola. Adora stare con gli amici, adora le sue insegnanti, adora apprendere le cose. E’ letteralmente una spugna. Non lo dico perché è mio figlio: è proprio così!

Il quinto anno è per lui un traguardo importante, lui ci tiene molto alla scuola.

Continuo a guardarlo.

E dopo quest’anno verranno le scuole medie.

Sono quasi emozionato. Mauro alle suole medie!

Che farà? Sarà bravo come lo è stato fin’ora? O piuttosto diventerà svogliato e indolente?

Speriamo comunque che non diventi un secchione.

Con le scuole medie arriverà l’adolescenza. Mamma mia!

L’adolescenza è per tutti un periodo tanto bello quanto difficile. Sarò in grado di svolgere bene il mio ruolo di genitore?

Come dicevo poco fa, Mauro è un bambino molto maturo, non sarà facile tenergli testa. Nelle varie discussioni, che facciamo spessissimo, difende i suoi argomenti con spigliatezza e proprietà di linguaggio e non è per nulla facile farlo soccombere dialetticamente.

Come si sa l’adolescenza è il periodo in cui insorgono i più duri scontri tra figli e genitori. Anche per me è stato così. Ma Mauro è un’altra cosa. Di sicuro mi darà filo da torcere. Meglio così, mi piace di più un ragazzo che sa difendere le proprie idee.

Tanto è vero che, quando nacque, proprio il ventitré dicembre, giurai a me stesso che Mauro sarebbe stato un “uomo libero” e tutto quello che avrei fatto sarebbe stato di fornirgli gli strumenti adatti per poter decidere. Spero fin qui di esserci riuscito.

Come diventerà quando spunteranno i primi peluzzi della barba? Sono certo che lo prenderò un po’ in giro e lui si arrabbierà, ma poi faremo pace. In fondo è da sempre il nostro gioco delle parti: io lo prendo in giro e lui finge di arrabbiarsi (a volte lo fa davvero) ma poi tutto finisce con una smadonnata e un abbraccio.

Alle scuole medie arriverà anche il primo amore. Accidenti, che emozione che sarà per me. Me lo dirà? In verità io lo prendo sempre in giro, tendo sempre a sdrammatizzare e a mettere le cose sul piano dello scherzo. Dovrò prenderlo sul serio quando succederà oppure dovrò continuare con il mio eterno atteggiamento di sfottitore?

Mi prende allo stomaco pensare che Mauro s’innamori, il mio piccolo Mauro, il mio “Capellone”, “Bombazzone”.

Chissà se sarà un tipo romanticone oppure un freddo Don Giovanni? Un sospetto ce l’ho, ma non lo dico.

Intanto che penso queste cose Mauro si è dotato anche di un bicchiere di succo di lamponi che sorseggia avidamente tra uno schema di gioco e l’altro.

Si accorge che lo sto guardando e, girandosi verso di me, mi fissa, guardandomi negli occhi con espressione severa.

Io distolgo lo sguardo e imbarazzato continuo ad asciugare i capelli oramai asciuttissimi anzi roventi, mi guardo allo specchio, sembro invecchiato.

Dopo qualche secondo mi giro ancora verso di lui per vedere se ha ripreso a giocare ma vedo soltanto il divano vuoto. La Playstation è spenta, il controller è impolverato, la televisione è spenta. Non c’è alcun bicchiere sul tavolino …

giovedì, 26 agosto 2010

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Il sole splende

Il sole splende sulle Dolomiti. I turisti, come formiche operose, vanno ordinatamente avanti e indietro tra un rifugio e l’altro, tra un negozio e l’altro, tra un ristorante e l’altro.

Come un sacerdote, sono giunto su questi monti e in queste valli a celebrare un rito: il rito delle vacanze di Mauro, “senza Mauro”.

Audacia, superficialità, testardaggine, nostalgia? Quali e quante di queste caratteristiche mi hanno spinto a farlo? Non lo so.

Come se nulla fosse cambiato ho attuato le varie fasi del rito. Dallo stinco (chi sa capisce) ai funghi, dalla forcella alle “Tre cime”. Tutto uguale, tutto come se lui ci fosse, come se lui non ci fosse mai stato.

Ho usato il suo coltellino, ho portato con me i suoi bastoni. Ogni singolo passo che ho compiuto l’ho avuto al mio fianco, mi giravo per guardarlo per controllare che tutto andasse bene, ma non c’era. E pensavo: che stupido che sono, lo so che non c’è, perché lo cerco.

Lungo ogni sentiero che ho percorso sono inciampato nei ricordi, cono caduto su di essi e mi sono rialzato sempre con maggior fatica.

La prima vacanza senza di lui. Una riuscita messa in scena, una recitazione in cui ogni attore ha ben interpretato la sua parte, in cui l’interprete principale è stata la sua assenza.

Ma oggi, mentre silenzioso percorrevo un sentiero che tante volte ho fatto con Mauro, mentre il ritmico rumore prodotto dagli scarponi sul selciato dettava il tempo dei miei pensieri, ho realizzato che ero completamente fuori posto, fuori del tempo, fuori della mia stessa esistenza.

Improvvisa è giunta la voglia di scappare, non dalle Dolomiti, non dalle vacanze, ma scappare da tutto. Mollare tutto, interrompere tutto quello che sto facendo, schizzare via, lontano. Anzi, più precisamente, sparire. Come quelle persone che vanno a comprare le sigarette e se ne perde le tracce per sempre.

Svanire nel nulla in paesi lontani e portare con me l’unico bagaglio dei miei ricordi.

Quegli stessi ricordi che oggi mi soffocano, mi stritolano con la gioia stessa che portano impressa nelle loro immagini.

So che oggi no lo farò. So che controllo bene le mie emozioni. So anche che questo blog mi aiuta, concedendomi di scaricare il veleno che scorre nelle mie vene depositandolo in questo contenitore nel quale viene neutralizzato grazie all’affetto dei lettori.

Tuttavia il problema resta. La vita senza di lui non è facile. Il tempo non diluisce la rabbia, non attenua il dolore.

domenica, 22 agosto 2010

Ferragosto

Buone vacanze! L’estate giunge al culmine, tutti si affannano, chi per partire per le mete agognate, chi per approfittare del momento clou del turismo per lavorare alacremente.

Il mondo che mi circonda avanza freneticamente verso il ferragosto che celebra l’apoteosi delle ferie estive.

L’orologio che scandisce il tempo e il ritmo della mia vita, quella interiore, quella che è dentro il contenitore che è il mio corpo in sovrappeso, rallenta progressivamente.

Il subconscio sa cosa l’aspetta e non vorrebbe dunque giungere all’appuntamento, e rallenta.

Dentro di me i suoni che provengono dall’esterno sono sempre più attutiti, il frastuono dell’estate giunge smorzato. Man mano che il ferragosto si avvicina il mare interiore si calma, il silenzio è quasi surreale.

Mancano 24 ore.

Tic

Tac

Il tempo scorre, vorrei fermarlo, non ci riesco.

La calma prima della tempesta.

Sento solo il ritmo inesorabile del tempo. Tic …. Tac.

Ci vorrebbe un soffio di aria gelida che ibernasse tutto in una cortina di ghiaccio. Me, lui, il tempo.

Restare per sempre in una teca, congelati, io e lui, insieme, per evitare di giungere alla notte del ferragosto quando un fiotto di caldo sangue, sgorgando nella sacca della colostomia, preannunciò l’ultimo avviso, “the last call” in termini aeroportuali.

La vigilia aveva già dato segnali di guerra, i dolori oramai erano difficilmente controllabili anche con dosi massicce di tramadolo, di morfina, di perfalgan. Febbre alta e tremori avvertivano che qualcosa stava succedendo all’interno del suo corpicino oramai ridotto a brandelli, straziato, affaticato, distrutto.

Io sono lì, come se fossi sospeso nell’aria a guardare il lento scorrere degli eventi, fino al mesto ricovero, ultimo ricovero, nella notte tra il 15 e il 16 agosto. Il culmine dell’estate, delle ferie, del riposo, del divertimento.

Un anno da allora.

Nelle ultime ore una sensazione di nausea, come un grosso peso allo stomaco, mi accompagna in questo percorso già vissuto una volta.

All’inizio mi sembrava strano che attorno a me nessuno si accorgesse di quello che significavano le date, i ricordi, i pensieri.

Oggi ne sono contento. Mi sembra quasi di essere «l’uomo invisibile», gli altri mi guardano scorgono solo il mio corpo, quello che faccio ma non vedono chi sono, dove sono, con chi sono. E’ il mio segreto, triste segreto, ma tutto mio.

Quasi come se fosse fatto apposta, il giorno di ferragosto andrò sulle Dolomiti, le sue Dolomiti.

Forse è questa la sfida più grande a cui mi sottoporrò da quando è morto.

Non sono fuggito questa volta, come ho fatto a Pasqua per le processioni. Ho deciso di accettarla.

Tutto nello stesso giorno.

Confesso senza pudore che, nelle settimane che hanno preceduto questa partenza, il solo pensiero di andare sulle Dolomiti mi spossava, mi angosciava. Ma non si può scappare all’infinito. Se ho deciso di vivere questa vita la devo vivere intera, con dignità. Se devo risalire la china e sfidare la vita stessa non posso rinunciare a quest’altra sfida.

Ho rivisto i suoi scarponi da montagna, ho aperto il suo zainetto, ho ritrovato i legnetti raccolti lungo le passeggiate che lui amava intagliare con il coltellino svizzero che gli avevo regalato. A volte mi chiedeva di poter usare il mio. Si sentiva grande con un coltellino tra le mani. Che gioia, quando, senza dirgli nulla, lo condussi in un negozio specializzato in Austria e gli comprai il suo coltellino multifunzione.

Come ne andava fiero! Lo usava con prudenza e con attenzione e intagliava a lungo forme di animali sui legni che selezionava lungo il percorso. Per lui aveva sancito il raggiungimento di una maturità: i suoi genitori avevano fiducia in lui.

Erano bei tempi, nei quali c’era una famiglia felice, un progetto di uomo che cresceva bene.

Userò il suo coltellino quest’anno: il mio è andato perso per sempre.

Parto con la mente ingolfata di pensieri orribili, di sofferenza. Mi sottopongo a una sorta di autopunizione, di auto tortura. Anche queste mie parole sono un po’ sconclusionate come i miei pensieri. Spero che tutto ciò serva a qualcosa.

Mi piace pensare che possa incontrarlo a passeggio nei boschi e sui monti che ha percorso in lungo e in largo nei suoi pochi anni di vita.

domenica, 15 agosto 2010

333

Trecentotrentatre giorni dalla morte di Mauro.

Pochi? Tanti? Non lo so.

Da due settimane abbiamo iniziato con cortisone che ha un ottimo risultato. I dolori sono controllati molto meglio.

Ieri abbiamo fatto una trasfusione di rossi e una visita dal chirurgo vascolare per il gonfiore alla gamba destra. Si potrebbe inserire uno stent. Ma non si farà.

Il menù di oggi prevede Paralyoc, Perfalgan, Atarax, Urbasol, Ranitidina, Cerotto con morfina, soluzione fisiologica 0,9%, Zopiclone, Rivotril e la solita sacca da 1750 ml.

Vita? E’ vita questa? Non giudico, lascio a voi giudicare.

Vita è respirare, lasciar battere il cuore e pensare?

Pensare a cosa? Cosa può pensare un bambino di undici anni nelle sue condizioni? Al mare, dove saranno tutti i suoi amichetti? Oppure alle Dolomiti? Oppure al piatto di spaghetti che desidera mangiare da più di un anno e che non sa ancora che non mangerà mai più?

E’ soffocante!

E oggi?

Sono stato al lavoro, sono andato al mare con Giovanni.

Ho pensato a quello che facevo 333 giorni fa. Ho pensato che tra poco verrà la notte del 15 agosto. Ho pensato che tra 32 giorni sarà morto.

E questa è vita?

E allora? Cosa devo fare? Continuare a girare sulla giostra della finta normalità fino a esaurimento del tempo massimo o scendere e ricominciare la vita reale, quella nella quale abbiamo combattuto, abbiamo perso, siamo stati schiacciati e umiliati.

333 giorni fa, più o meno a quest’ora, mentre camminavo lungo il canale presi una decisione. Non fu facile arrivare a una scelta. Non fu la scelta più facile, ancora una volta accettai la sfida. Non è facile tenere fede all’impegno preso. Il tempo passa.

Fino ad oggi dalla vita ho preso molti calci in faccia, ma non mi sono arreso. La sfida continua.

Se devo stare su questo fottuto pianeta ci devo stare come dico io, altrimenti nessuno è indispensabile.

Oggi è uno di quei tanti giorni nei quali avrei proprio bisogno di una dose massiccia di energia di bambino, quella che lui mi trasferiva volentieri con i suoi lunghi e amorevoli abbracci.

Le unghie blu. Ce l’ho negli appunti, ma ne parliamo un’altra volta.

mercoledì, 04 agosto 2010