Il sole

I raggi di sole cominciano a farsi spazio tra le nuvole che hanno caratterizzato questo ultimo periodo invernale.

La primavera è alle porte. Le persone pregustano i tiepidi pomeriggi di marzo e pensano che tra poco metteranno via i cappotti per sostituirli con soprabiti più leggeri.

Ho visto che nel giardino gli alberi di arancio stanno per germogliare e il gelsomino ha già fatto sbocciare i suoi primi fiori bianchi.

Cerco di non fare caso a tutte queste manifestazioni della natura che, inesorabile e beffarda, avanza, come ha fatto nelle ultime centinaia di migliaia di anni.

Non devo farci caso perchè per me accade tutto esattamente l’opposto.

Quello che per gli altri, per tutti, è la fine di un inverno freddo e umido per me è come lasciare un rifugio nel quale stavo cercando di trovare un equilibrio.

La primavera è aperta, e l’estate ancora di più. Le giornate si allungano e si passa molto più tempo all’esterno, senza la protezione della casa, senza i suoi oggetti che mi osservano e attendon che io li tocchi. Mi sento come una lumaca che sa che tra poco rimarrà senza guscio. La primavera e l’estate mi fanno ripiombare nella mia vita precedente, appena terminata, ma pur sempre presente nella mia vita attuale. Come se non vi fossi già troppo dentro!

Oggi è stata una bella giornata di sole e la prima cosa che mi è venuta in mente è la “canottiera celeste”. Quella bastarda “canottiera celeste” posata sulla pancia gonfia. Quella stessa canottiera celeste che spesso si sporcava di succhi gastrici che fuoriuscivano dalla gastrostomia. Canottiera celeste molto, molto larga, sformata per fare spazio alla sacca della colostomia. Cosa darei per averla ancora tra le mani e poterla annusare e cogliere gli odori che ha ospitato. Quella stronza di merda di canottiera celeste dove cazzo sta?

 

… oggi non ce la faccio a finire questo post, la canottiera celeste è una della tante cose che odio.

sabato, 27 febbraio 2010

Annunci

Vuoto

Continuo a guardarti. Sorridi.

Fisso il tuo volto sul monitor e ti sento. Entro con la mente nella foto, sono con te.

Ma non mi parli, non riesco a toccarti, non sento il tuo profumo. Grido a squarciagola, non mi senti, non ti volti, rimani immobile.

Come quel giorno sul nostro letto.

Mi sorridi, sei triste.

Sei triste perchè senti la mia disperazione e non puoi fare nulla per aiutarmi, come io nulla ho potuto per te. Lo so che vorresti tanto aiutarmi, lo hai sempre fatto. Ma adesso sei impotente.

Mi sento un involucro inanimato. Non si può aiutare una cosa inanimata.

Anche io sono diventato una foto, che ritrae una persona sorridente ma che non c’è più. Solo un rettangolo di carta.

Ricordo che spesso trovavo in giardino delle arance che a guardarle sembravano intatte e gustose, invece dentro erano perfettamente vuote. Tutta la polpa era stata mangiata dagli abilissimi topi attraverso un piccolo buchino. La pulizia era stata fatta ad arte, senza alcuna traccia evidente all’esterno che facesse intuire lo svuotamento totale e perfetto.

Senza di te, sono come quell’arancia, senza polpa, senza contenuto, senza vita. Un bluff.

Mi piace sperare che si possa un giorno inventare un procedimento biochimico che, partendo da cellule (?!) bruciate, possa ricostruire l’organismo cui appartenevano.

Non mi importa tra quanti anni, non mi importa se non ci sarò più. Purchè tu possa riavere la TUA vita che ti è stata rubata con un vile tradimento.

Non sto impazzendo. Ma continuare a saltare, correre, saltare, correre, stanca.

Stanca tanto.

lunedì, 22 febbraio 2010

Peso e volume

Che la rabbia e il dolore avessero un loro proprio volume lo potevo immaginare.

Che avessero anche un loro peso, e non trascurabile, non ci sarei mai arrivato.

 

Anche tu, Mauro! Immagino la tua rabbia quanto sia pesante. Io ho delle spalle larghe e non ce la faccio e tu, gracile come sei, come fai?

domenica, 21 febbraio 2010

Incazzato nero

Sono alcuni giorni che sono molto arrabbiato. Proprio tanto. Incazzato nero.

La causa prima di questa incazzatura ovviamente viene la lontano, dalla mia storia di merda. Ma non è solo quello, anzi non è quello in questo caso.

Premetto che, più vado avanti nel tempo, meno realizzo davvero quello che è accaduto.

La TAC, l’intervento, il rientro, l’attesa della morte, la morte.

In una certa misura è come se il tempo, anzichè diluire il dolore, annebbiare i ricordi e smussare le spigolosità della vicenda, stesse solo facendomi dimenticare la sua morte permettendomi così di vivere ancora le stesse sensazioni, le stesse preoccupazioni, le stesse angosce di questa estate. Spesso, quando mi sveglio, cerco con lo sguardo la “pompa di infusione” per vedere se la sacca o la flebo di paracetamolo stanno per finire. Mentre parlo a telefono con i clienti mi ritrovo a pensare che devo fargli gli antibiotici, quando sono in treno penso all’esito dei suoi esami e se dovrà trasfondere sangue o piastrine. Insomma sono immerso fino al collo nella scorsa estate, con tutto ciò che questo fatto comporta.

Ma non è questo che mi fa arrabbiare.

Anzi è per me un sollievo pensare, anche se con apprensione, a tutte queste cose che fino a poco tempo fa riempivano le mie giornate, la mia vita. La pompa, le trasfusioni, le analisi, le dimissioni, il potassio. Ah! Il potassio! Qualcuno forse capirà cosa significa per me il potassio. Maledetto potassio. KCl, maledette pastiglie rosa, sono tra le prime cose che inserisco nella lista delle cose che odio.

Mi rendo conto che sono un po’ strano, lo ammetto. Ma è così: tutti corrono a destra e sinistra, si affaticano a tirare avanti nella loro quotidianità, si sbattono per il lavoro, la scuola, la casa, l’amante, la palestra, l’auto nuova, la rata del mutuo. Tutte cose sacrosante. Io invece, pur essendo in mezzo a loro, mi preoccupo ancora degli omeopatici, delle gocce di cioccolato (chi sa, capisce), del Ciproxin, del catetere, del prelievo, della gastro, della colostomia. Queste sono ancora le mie proeccupazioni quotidiane. Io lo so, tutti gli altri no.

Ma non è questo che mi fa arrabbiare.

Ciò che ultimamente mi fa arrabbiare è che ogni qual volta mi imbatto in qualcosa che mi collega a Mauro, alla sua vita, alla sua morte (della quale sono ben cosciente), provo una sensazione che non riesco a descrivere. Non riesco a descriverla né a parole, né in altro modo. Non riesco a tradurla, non riesco a trasferirla fuori di me. Non so neppure perchè vorrei farlo, in fondo mi appartiene, appartiene solo a me, appartiene alla mia intimità, come mi appartiene Mauro e la sua storia di merda. Ma questa sensazione è così sgradevole che diventa un peso spesso insopportabile. Sarebbe bello poterlo poggiare su qualche altra spalla, ma non è possibile. Nessuno se ne accorge, mi basta uno sguardo e il corto circuito è chiuso. In una frazione di secondo parte una scarica elettrica ad alta tensione che travolge e sconquassa il mio corpo e la mia mente e mi lascia stordito e senza fiato, nel senso letterale della parola. Più tempo passa e più la scarica è forte, e meno è sopportabile. Tutto questo si palesa all’esterno con un impercettibie sbattere di ciglia cui nessuno può far caso. E io mi incazzo.

Mi incazzo perchè, anche adesso, che ho tutto il tempo e la voglia, non riesco a descrivere ciò che mi accade. Come muto in un gruppo di sordi.

Sono incazzato nero.

venerdì, 19 febbraio 2010

La stanza

La grande finestra illumina la stanza dalle pareti celesti, dal pavimento celeste. Le tapparelle sono alzate per metà, ma la luce entra abbondante.

Sotto la finestra il divano in finta pelle blu mi è oramai familiare, è il mio rifugio.

Manca però il letto, la stanza sembra vuota, è vuota. Seduto sul divano leggo, leggo, continuo a leggere.

Di tanto in tanto mi affaccio alla finestra e poi riprendo a leggere. Mi aiuta leggere.

Cercando di non farlo troppo spesso, guardo l’orologio.

Vi sono altri nella stanza, ma per me è ugualmente vuota.

Mauro è entrato in sala operatoria alle otto. Sono passate alcune ore. In gioco c’è la sua vita, il suo futuro, la mia vita. Sono calmo e paziente, leggo. Sono preoccupato ma sereno.

Lui non c’è, lo so. Era sereno quando l’ho accompagnato fino alla soglia della sala operatoria, abbiamo scherzato, abbiamo sorriso. Non aveva paura.

Guardo l’orologio.

Lui non è in stanza con me, ma so che prima o poi tornerà, staremo di nuovo insieme e potremo ricominciare una nuova vita. Sarà la seconda, terza o quarta volta, non importa. L’importante è avere ancora la possibilità e la speranza di poter ricominciare.

L’importante è avere ancora qualcosa in cui sperare. Prima o poi ci chiameranno dalla sala risveglio e potrò di nuovo toccarlo, parlargli, sentire il suo profumo.

Questa notte sono seduto alla mia scrivania. La mia sedia è un divano di finta pelle blu, questo bellissimo computer è la finestra.

So che lui è morto, ma non comprendo bene cosa ciò significhi.

So solo che quando l’ho accompagnato fino alla soglia non era sereno. So solo che prima o poi mi chiameranno dalla sala risveglio e mi diranno che è tutto finito. Potrò di nuovo toccarlo, potrò di nuovo sentirne il profumo e parlargli.

Guardo l’orologio, sono passati cinque mesi. Tra poco l’intervento dovrebbe terminare e lui sarà di nuovo qui per iniziare l’ennesima convalescenza. Per riprendere il cammino interrotto quella merdosa giornata, quando l’ho accompagnato fino alla soglia.

Sono calmo e paziente, scrivo. Sono preoccupato, molto preoccupato e non sono affatto sereno.

Ma aspetto, a costo di aspettare tutta la vita. Lui uscirà e io sarò qui ad aspettarlo per poterlo toccare, per poter sentire ancora il suo profumo e parlargli ancora. Dovrò raccontargli un sacco di cose che sono successe in questi cinque mesi. Lui vorrà sapere tutto con calma e con dovizia di particolari. Si divertirà. Forse piangerà.

Guardo l’orologio. Continuo a scrivere.

sabato, 13 febbraio 2010

Cinque mesi

Cinque mesi.

Cosa è cambiato in cinque mesi?

Tanto, poco, nulla.

Tanto nei rapporti e negli equilibri con il mondo esterno, con le persone, con le cose.

Era prevedibile, era previsto, vissuta la esperienza del 2004, che ci sarebbe stata una dinamica nelle relazioni con il mondo circostante.

Gli interessi, le amicizie, i luoghi frequentati vengono continuamente rimappati con una funzione e una logica che attualemte mi sfugge. Ma è così.

Poco è cambiato nelle apparenze, nel lavoro, nelle conversazioni, insomma nella quotidianità che rimane fuori al limite delle mie pupille. Poco per vari motivi. Poco anche perchè sono queste le regole del gioco: chi vuole continuare a giocare deve assicurare il rispetto della stabilità, di ciò che appare.

Nulla è cambiato invece dentro quell’elaboratore e contenitore di emozioni e informazioni che sono io. Ciò che sta al di là del limite delle pupille. Negli ultimi anni è avvenuta una profonda trasformazione all’interno della mia esistenza interiore. Si è modificata la capacità di gestire ed elaborare le informazioni provenienti dall’esterno e di gestire ed elaborare le emozioni generate all’interno.

Non è stato facile e non è stato piacevole. Non è un pregio e non ne traggo vantaggio. In ogni caso per arrivare a quello che sono oggi ci sono voluti circa cinque anni e nove mesi. Un lungo percorso. Dopodichè il tempo si è fermato. Negli ultimi cinque mesi nulla è cambiato nel mio mondo emozionale.

Anche gli aspetti meno profondi, meno legati al subconscio, sono rimasti come cristallizzati. A cominciare da questo blog che mi accompagna come un amico fedele, il quale interviene in aiuto quando serve e quando non serve non ingombra con la sua presenza. Intatti sono i pensieri o meglio la sensazione di essere sia qui che lì. La sensazione di non aver mai varcato la soglia del sei settembre, la sensazione di continuare nella lotta ogni istante della giornata, senza mai abbassare la guardia, la sensazione di avere paura, di non mollare mai la speranza. Ed infine, cristallizzata è anche la percezione sensoriale di quei momenti, di quei giorni: Le carezze, il profumo, la voce, i suoni.

Tuttavia qualcosa guasta questa stazionarietà ed è la consapevolezza che tutto quanto attiene l’esistenza attuale è un falso, una utopia. L’impossibilità di riavere Mauro implica necessariamente la provvisorietà di questo stato di cose. D’altro canto per me oggi è impossibile e impensabile di fare i conti col passato.

Impossibile liberarsi da un passato che mi ospita, mi avvolge e mi nutre. Dopo cinque mesi prendo atto che il tumore che ha divorato il suo corpo, sopravvissuto anche al calore intenso della cremazione, adesso sta cibandosi della mia mente, e forse non solo della mia.

Continuo a lottare contro di lui.

lunedì, 08 febbraio 2010