La vita è bella

Ho voluto fare una prova: mi sono imposto di non adoperare questo blog per più giorni possibile.

Mi sono detto che, dopo un anno e più, forse era il caso di smetterla, di evitare di annoiare le persone con i miei ricordi un po’ patetici, con le mie paure, di espormi in pubblico come se fossi nudo.

Pensavo che dopo qualche giorno di assenza mi sarei distratto, preso da altre cose, e non avrei avuto necessità di farvi ancora ricorso per medicare le mie ferite.

Dopo soli dieci giorni ho capitolato, ho sentito un bisogno fortissimo di ritornare a scrivere al quale non ho saputo resistere, e così eccomi qui ancora una volta a parlare di me e di Mauro.

Questa sera voglio raccontare di un giorno particolare, nel quale fui l’uomo più felice della terra.

Vi stupirete che parli di felicità, proprio io, che su queste pagine non faccio altro che parlare di disperazione, tristezza ecc. ecc..

Si dice, a ragione, che, se non si prova del dolore, non si può provare felicità.

Poiché tutto ciò è vero è anche vero l’esatto contrario, ovvero che il dolore e la disperazione sono tanto più duri in quanto seguono momenti di felicità.

Dunque stasera racconterò di quanto accadde il 26 ottobre 2004.

Cosa accadde quel giorno?

Era nell’aria già da un po’ il fatto che la malattia di Mauro volgesse al termine. L’ultima chemio era stata somministrata il 13 ottobre e tutto era andato per il meglio, l’aplasia, la ripresa dell’attività midollare, insomma nessun contrattempo che potesse rimandare la fine delle terapie.

Il giorno arrivò, sembrava uno come tanti, come tante altre mattine del 2004, andammo in Day Hospital, Mauro fece i prelievi ematici e la visita di routine.

Più tardi sapemmo che non vi erano trasfusioni da fare e che i valori dell’emocromo erano soddisfacenti.

Come tante altre volte, nel primo pomeriggio, arrivò il momento delle dimissioni.

Fu allora che il professore ci comunicò che Mauro aveva finito la sua terapia e che da quel momento avemmo potuto programmare il nostro rientro definitivo a Sorrento, al quale sarebbero seguiti, per alcuni anni, dei controlli periodici.

Io e Vera contenemmo la nostra contentezza sfoderando un sorriso a trentadue denti ma Mauro non ce la fece proprio a reprimere un urlo di gioia che fu udito in tutto il reparto.

Baci, abbracci, promesse, qualche lacrimuccia delle infermiere, poi finalmente ci accomiatammo.

Non fu facile realizzare che quella brutta storia era davvero finita.

Mi ci volle un po’ di tempo, ma intanto la felicità, la gioia e l’euforia montavano.

Quale posto migliore per riprendersi dall’emozione e per pranzare se non il ristorante degli amici Nello e Carlo.

Arrivammo piuttosto tardi a San Genesio, gli ultimi clienti stavano andando via e la cucina era già chiusa, ma quando ci videro, e videro le nostre facce esultanti, misero di nuovo in funzione i fornelli.

(A proposito che persone speciali che abbiamo lasciato a Pavia!)

Sono molto legato alla foto che vedete perché ritrae Mauro che da libero sfogo alla sua esplosione di gioia.

Dopo un anno di terapie, malesseri, interventi e tanto altro ancora, dopo quel maledetto 25 dicembre 2003 nel quale iniziò la sua terribile storia, dopo sofferenze e sofferenze, finalmente per lui era arrivata la parola “FINE”.

Da quel 26 ottobre questa foto è impressa nel mio DNA, indelebile. Neanche il tumore successivo e la sua morte sono riusciti a scalfire la gioia che provai quel giorno, per quello che era successo e, soprattutto, per la gioia che il mio bambino meritatamente provava.

 

2004ott26

Mentre scattavo questa foto per la prima volta piansi.

Senza capelli, senza denti, magrissimo, debilitato, acciaccato, senza più forze, ma era vivo. V I V O!!!!!!

Quel giorno Mauro era nato per la seconda volta (poi sarebbe rinato per la terza e ultima volta, ma questa è un’altra storia).

Gioia, gioia e ancora gioia.

Fu enorme e incontenibile la gioia che quel giorno tutti e tre provammo. La felicità che portavamo con noi si poteva tagliare con il coltello .

Per un paio di mesi vissi a mezzo metro da terra.

La contentezza mi fece levitare e nulla riuscì per un bel po’ a scalfire la mia felicità.

Poi riprese, per fortuna, la vita normale. La scuola, il lavoro, i piccoli contrattempi quotidiani. Che belli anche quelli. Dopo quello che avevamo vissuto nell’inferno del Reparto di Onco-ematologia Pediatrica dell’IRCCS San Matteo di Pavia, tutto era bello e piacevole, anche i problemi.

«La vita è bella», ci raccontava Benigni col suo film. Già!

Da quel giorno la colonna sonora del film accompagna la pagina principale del sito di Mauro (Supermaurix – Ci avevate mai fatto caso?).

Ogni volta che guardo questa foto, le lacrime rigano il mio volto, proprio come allora, e proprio come adesso che sto scrivendo. Queste lacrime ancora oggi sono espressione di quella gioia seppure inquinate da tanto dolore.

 

[dedicato a un amico]

 

venerdì, 24 settembre 2010

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Cuore o stomaco?

I ricordi sono spietati.

Non lasciano spazi all’umana propensione alla pietà e alla comprensione.

Arrivano senza preavviso e, come un fendente di una lama affilata, penetrano nelle carni valicando il confine metafisico della mente, nella quale vorremmo relegarli.

I ricordi non sono né giusti né ingiusti, sono solo frammenti di ciò che è stato e non è più.

Si può evitare di frequentare dei luoghi, oppure di guardare delle foto, ma non si può evitare a un ricordo di affiorare portando con se tutto il bagaglio di emozioni e di sensazioni.

Nella immaginazione comune si identifica, erroneamente, nel cuore la sede in cui si concentrano e si percepiscono le sensazioni di gioia e di dolore.

Nei momenti che dedico alle mie riflessioni, ho avuto occasione di constatare che non è così.

Se è vero che grandi emozioni possono provocare anche degli infarti secondo un preciso e noto processo di biochimica, è altrettanto vero che le sensazioni prendono, ovvero si percepiscono, allo stomaco.

Si proprio allo stomaco, organo dispari e costituito da muscolatura liscia, come pure in buona parte è il cuore.

E’ proprio lì, allo stomaco, che sento arrivare i colpi che scagliano su di me i ricordi. Colpi che a volte lacerano la muscolatura e a volte sono cupi, sordi, come calci.

Resta da chiedersi se i ricordi facciano dunque male e non siano cosa buona.

Volendo essere precisi posso affermare che di certo provocano dolore.

Ma non obbligatoriamente fanno male, anzi spesso è esattamente il contrario.

Non oso neanche immaginare la mia vita senza i miei ricordi, tutti, quelli belli e gioiosi (che forse procurano anche più dolore) e quelli tristi, angoscianti.

In fondo posso addirittura dire che mi fanno bene perché nutrono l’individuo che è dentro di me e che sopravvive in funzione di Mauro, e quindi dei ricordi, e sul quale, come fosse un manichino, poggia e si distende l’altro, quello esteriore, quello visibile come una guaina esterna.

I miei ricordi, con tutto il carico di dolore (allo stomaco) che portano appresso, sono quindi indispensabili alla mia stessa esistenza.

Tutto ciò mi crea un altro tipo di problema: il terrore che col tempo questi ricordi possano sbiadire, diluirsi, cancellarsi, fino a scomparire.

Sarebbe la fine!

martedì, 14 settembre 2010

Bilancio

E’ già giunto il tempo di fare un bilancio.

Un bilancio senza segno, nel quale sulle due colonne vi sono solo emozioni e persone.

Nel bilancio c’è una ferita aperta, sanguinante e infetta.

Nel bilancio ci sono anche delle persone, persone serie che hanno cercato e spesso trovato un unguento lenitivo.

Nel bilancio ci sono luoghi ed eventi.

Nel bilancio c’è Nick & Monflick e c’è Scrabby.

Nel bilancio c’è una speranza, remota, sottile, tenue, ma c’è.

Nel bilancio ci sono vari giochi e videogiochi, che amo e odio.

Nel bilancio ci sono le Dolomiti e c’è il mare.

Nel bilancio non ci sono molte persone, inutili.

Nel bilancio ci sono due segni su un cruscotto.

Nel bilancio c’è un diario nero.

Nel bilancio c’è un appartamento, un rifugio, con un divano a fiori.

Nel bilancio ci sono due pizzerie, con tanta gente buona, che mi manca.

Nel bilancio c’è un trespolo con una pompa e una sacca.

Nel bilancio ci sono alcuni libri.

Nel bilancio c’è una città.

Nel bilancio c’è un letto vuoto.

Nel bilancio ci sono io, che non riesco a farlo quadrare e c’è questo Blog.

E poi c’è questa ricorrenza, della quale non me ne frega proprio nulla. Non ho bisogno certo di una ricorrenza per ricordare qualcosa che non riesco a dimenticare ogni nora del giorno e della notte. Non ho bisogno di una ricorrenza per evidenziare la morte di Mauro. Non ho bisogno di una ricorrenza per celebrare l’assenza, anzi la mutilazione, che questo giorno portò.

La mia ricorrenza ricorre tutti i giorni dell’anno appena trascorso, quando smetto di sognare i giorni felici con Mauro e apro gli occhi per rendermi conto che non è nel suo letto.

La ricorrenza la lascio però a chi ha necessità di ricordare e non ha il problema di dimenticare.

domenica, 05 settembre 2010

4/9 Non ne sono capace

Avrei un sacco di cose da raccontare, al Blog e a Mauro.

Avrei un sacco di emozioni da descrivere.

Avrei un sacco di persone da ringraziare e un sacco di persone da dimenticare.

Avrei un sacco di lacrime da versare.

Avrei un sacco di dubbi da chiarire.

Avrei un sacco d’imprecazioni da proferire.

Avrei un sacco di ricordi da cancellare.

Ma non sempre si riesce a trasferire in parole scritte ciò che si vorrebbe esprimere, o almeno io non sempre ne sono capace.

Questa è una di quelle volte.

sabato, 04 settembre 2010