Il divano e la televisione

Sullo schermo piatto della televisione scorrono rapidi spezzoni di scene ben note.

L’ampio divano che sta davanti alla televisione, e che da’ l’idea di essere molto comodo, è vuoto.

Lui sta in piedi dietro il divano e osserva con particolare attenzione la trasmissione. Le sue mani sono poggiate sulla spalliera e il suo sguardo è fisso verso lo schermo.

Si chiede chi abbia girato quelle scene. Sono tutte vere, vita vissuta, e la cosa più sorprendente e che c’è anche lui nelle sequenze d’immagini.

C’è l’ingresso del Reparto di Onco-Ematologia Pediatrica di Pavia, c’è il salottino con le pareti dipinte con scene campestri, si vede perfino il cavallo bianco a cui manca una zampa per una distrazione dell’autore.

C’è Mauro disteso sul divanetto che gioca con il Game-boy rosso mentre una flebo sul suo trespolo a ruote lascia scendere goccia dopo goccia il suo contenuto.

Cambio di ambientazione, ora viene ripreso il parco della Vernavola con il suo ruscello, con le papere e le nutrie. Alcune persone passeggiano mentre Mauro gioca con un fresbee che poi finisce in acqua.

Ora Mauro è in bicicletta e percorre il sentiero sterrato fiero del suo mezzo e del suo caschetto protettivo.

Ancora un cambio, ancora una scena. Si vede la stanzetta dalla quale si accede al blocco operatorio della clinica pediatrica dell’IRCCS di Pavia.

Due persone dal viso stanco aspettano silenziose. Un po’ sono rassegnate, un po’ sono fiduciose.

Di tanto in tanto scambiano qualche parola.

D’un tatto si sentono provenire dalla sala operatoria numero due delle grida di contentezza:

«Vai Mauro! Grande Mauro! Bravo Mauro che bel midollo ricco. Daiiiii!»

Naturalmente Mauro non può sentirli perché è anestetizzato ma, la loro gioia per aver finalmente recuperato un bel po’ di midollo, sufficiente per almeno due autotrapianti, è tale da farli urlare come bambini.

[Che belle persone che c’erano quel giorno in sala operatoria!]

I due nella saletta tirano un sospiro di sollievo.

Lui continua a seguire quanto appare in tivu sempre con maggior interesse. Il suo sguardo sembra subire un’attrazione magnetica verso lo schermo che ora mostra una stanza ben illuminata dalla intensa luce del mattino estivo.

L’uomo è seduto su una sedia accanto al divano a fiori sul quale giace supino Mauro.

La canottiera celeste è sollevata e si scorge l’addome dalla carnagione chiara. Sul lato destro della pancia c’è un disco di plastica trasparente.

L’uomo seduto sulla sedia prende una piccola asciugamano celeste e la immerge in una bacinella nella quale c’è dell’acqua e che sta lì poggiata a terra vicino al divano. Dopo averla strizzata per bene la passa con delicatezza sul disco di plastica che sta sulla pancia di Mauro. Lo sta pulendo, con lenti movimenti circolari ne percorre tutta la superficie più volte.

Al termine prende una sacca di plastica marroncina alla quale è attaccato un adesivo, ne toglie la pellicola protettiva e lo attacca al disco di plastica.

L’immagine si dissolve per lasciar posto a un’altra inquadratura che riprende sempre lo stesso divano a fiori sul quale è seduto Mauro. Dinanzi a se ha un tavolino di colore celeste sul quale c’è una gabbia.

Mauro guarda divertito i due criceti che sono dentro la gabbia e che si affannano a correre nella ruota di plastica gialla. Pocho e White sono i loro nomi che Mauro pronuncia spesso incitandoli.

Cambia ancora la scena. Ora è mostrato l’interno di una grossa stanza al cui centro c’è un enorme macchinario.

Apparentemente sembra una sorta di TAC ma poi si capisce che è un apparecchio medicale per le radioterapie.

Mentre l’inquadratura mostra oggetti metallici di forme strane che sono riposti sugli scaffali che circondano tutta la grande stanza, appare Mauro accompagnato da un uomo e da una dottoressa in camice bianco.

Mauro, dopo aver sfilato i sandaletti di colore blu, sale da solo sul lettino che sta sotto l’apparecchio e si mette disteso. L’uomo gli abbassa i pantaloni corti fino alle caviglie e intanto che la dottoressa prende due di quei pezzi di piombo dagli scaffali confabula scherzosamente col piccolo.

Brusco stacco. Ora lo stesso uomo è seduto su un motorino blu. Ha un casco bianco in mano e osserva da lontano Mauro che sale sul bus scolastico giallo numero 9. Mauro è molto magro, il viso è scavato e le occhiaie scure non fanno che confermare l’impressione che sia malato. Ma egli invece, a dispetto di quanto appare, è felice, scherza con gli altri ragazzini, sorride contento. Poggia il suo zaino con i disegni Pokémon sul sediolino e si gira verso dietro a parlare con un amichetto. Il bus parte ma quando passa accanto all’uomo sul motorino, che intanto ha osservato tutta la scena con attenzione, Mauro è scomparso. Non è più al suo posto e neanche è più nel pulmino.

L’uomo con le mani poggiate al divano continua a guardare fisso lo schermo della televisione, che adesso però è buio.

Per tutta la durata della trasmissione il suo volto non ha mai cambiato espressione, neanche per un secondo, quasi fosse una statua. Il suo viso immobile è rigato da due lacrime simmetriche che sembrano finte.

Non riesce proprio a capire chi e come abbia potuto riprendere quegli istanti della sua vita senza che se ne sia accorto.

Le tende della porta-finestra che sta dietro la televisione si muovono. Non può essere il vento: la finestra è chiusa.

Fuori è buio.

Piccole mani bussano ai vetri attirando l’attenzione dell’uomo. Lui corre accanto alla finestra, apre le tende, e vede un bimbo all’esterno. Il piccolo gli concede un sorriso.

L’uomo apre le ante e il piccolo entra trotterellando.

Lui è convinto che sia Mauro che finalmente è ritornato.

Quanto tempo ha atteso. Quanto ha desiderato che giungesse questo giorno. Quanto ha sognato che potesse accadere. In verità si aspettava che il suo ritorno fosse preceduto da una telefonata, una comunicazione qualsiasi del tipo: «Buongiorno signore, è arrivato il momento, può venire a prendere Mauro quando vuole. Lui è qui che la sta aspettando.»

Ma va bene anche così, anzi forse meglio ancora.

Lo guarda ancora e … spalanca la bocca attonito.

Non è Mauro!

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Scrivere (sottotitolo: “E che cazzo!”)

Scrivo perché mi serve.

Soprattutto quando, come oggi, “… non è cosa”.

Soprattutto quando, come oggi, desideri tanto prendertela con qualcuno, con un capro espiatorio.

Soprattutto quando ti azzardi a pensare “Però! oggi è una buona giornata” e invece ti cade il classico vaso sulla testa, con tanto di fiori e concime.

Ecco allora che i pensieri cominciano una proliferazione incontrollata, mostruosa e invadono tutti i più reconditi recessi della tua mente.

A volte sono talmente tanti e talmente compressi che ti chiedi come faccia la testa a non scoppiare come un’anguria matura.

Costa fatica, e non poca, tentare di suddividerli e di scartare quelli inutili o dannosi e di mettere in bella vista quelli che possono aiutarti. E non è detto che ci si riesca.

Intanto che scrivo mi chiedo: “Ma poi, cosa gli farei sa avessi a disposizione il famoso Capro espiatorio?”

Nulla, probabilmente – per non dire sicuramente – nulla!

Anzi forse mi creerebbe qualche problema in più dover gestire anche un capro espiatorio. No, meglio evitare il capro.

Intanto che penso al capro gli altri pensieri sono tutti lì che litigano, mentre gremiscono indisciplinatamente e occupano militarmente la mia mente.

Ecco allora che, quando la situazione sembra ormai compromessa, ricorro alla scrittura. Non è certo la panacea per tutti i mali, ma quasi sempre riesce a comprimere in un angolo i più cattivi e quasi ad anestetizzarli. Poi riesce a cestinare quelli inutili, e credete non è cosa da poco.

Così accade che un distillato di quelli meno cattivi riesca a incanalarsi e a organizzarsi in forma di scrittura.

Come in questo momento sta accadendo, non senza dolore.

Si, dolore, perché, se la scrittura serve – e serve! – come terapia è proprio per combattere il dolore.

E la parola?

No, la parola no!

Infatti se parlassi non so davvero cosa potrebbe venir fuori dalla mia bocca senza poter poi apprezzare il beneficio della silenziosa scrittura, dolce e fedele compagna delle mie notti.

Scrivo perché mi serve e proprio non posso smettere, oggi meno che mai.

Numeri & numeri

Numeri che affollano la mente, numeri che si intrecciano come serpenti e tentano di incastrarsi l’uno nell’altro, numeri che scivolano l’uno sull’altro senza mai fermarsi.

Numeri che si combinano con misteriose incognite per formare ardite equazioni di grado ennesimo che non trovano soluzione.

Numeri che entrano ed escono.

Numeri che sembrano combinarsi, ma poi non si combinano.

Numeri amici e numeri che, come folletti dispettosi, rifiutano di collaborare.

Numeri che perdono le cifre e che ne trovano di nuove cosicché mutano in continuazione rifiutando di farsi afferrare.

 

Questo è tempo di numeri.

Poiché, alla fine di tutto, si sta in un sistema binario (0/1) uno dei tanti effetti orribili è che, anche quando succede qualcosa di bello, si può essere contenti, ma non felici.

Che giornata!

Eh che giornata!

Avendo un appuntamento ad Amalfi, anzi a Conca de’ Marini, e uno a Minori, prima di partire da casa ho consultato il meteo sul mio solito e affidabilissimo sito.

Insomma le previsioni non erano proprio incoraggianti, previsti temporali alle 11 del mattino e alle 14.

Il dilemma era se andare in auto o in motorino.

L’auto sarebbe stata la scelta di sicurezza, di tranquillità, ma altrettanto sarei stato soggetto a interminabili code che sulla costiera amalfitana non scarseggiano mai.

Il motorino rappresentava invece la dinamicità dello spostamento, la flessibilità e anche la libertà di godere del vento e del panorama, in verità splendido e incantevole ocn qualsiasi condizione metereologica. Però col motorino se piove … insomma c’è da tribolare.

Inutile dirlo! Sono andato in motorino.

Il viaggio di andata è stato ottimo e in qualche modo pensavo di aver archiviato la cosa.

Ma quando, poco prima delle 11, ha cominciato a piovere mi sono detto: “Uhmmmm il sito lo diceva … alle 11 temporale”.

E così è stato. Un megatemporale che è iniziato alle 11 e non accennava a smettere. Raffiche di vento fortissime diaginalizzavano cateratte d’acqua che veniva giù senza sosta.

EH si! Avevo proprio sbagliato opzione.

Quindi ho dovuto rimandare l’appuntamento che avevo a Minori, ho chiesto a un’altra persona di raggiungermi lì dov’ero per consegnarli dei documenti e pensare contemporaneamente a una strategia per il rientro a Sorrento.

Alle 12.15 mi son deciso a lasciare il motorino a Conca e a prendere un pullman.

Telefonando al numero della compagnia ho appreso che il pullman per Sorrento stava partendo proprio in quel momento da Amalfi.

Allora ho preso un passaggio che mi ha condotto fino all’Hotel Belvedere dove il mezzo effettua la prima fermata dopo Amalfi. Intanto il singore al quale dovevo consegnare i documento mi aveva raggiunto a Conca e mi cercava invano essendo io andato via.

Pioveva a dirotto e ho aspettato pazientemente il pullman sotto la piaggia riparato solo da un K-Way e con le scarpe da ginnastica in tela completamente piene d’acqua.

Quando finalmente arriva l’autobus e vi salgo sopra mi accorgo che è pieno come un uovo e che con il mio impermeabile fradicio sto bagnando alcuni turisti che non sono affatto contenti. Quindi, con non poche acrobazie, lo tolgo, sballottato a destra e a sinistra per le curve del mezzo.

Quando infine mi sistemo mi prendo un cazzatone dall’autista perchè ho poggiato il mio k.way sul suo giubbotto asciutto.

Ora ci sono però, sono bagnato fino alle ossa, sono accaldato, in piedi e agganciato con una sola mano all’apposito bestone, ma sto tornando a casa.

Peccato che dopo pochi minuti mi accorgo che l’autista, tra le proteste generali, ha messo in funzione l’aria condizionata a tutta forza e a una temperatura bassissima.

Qualche bambino comincia a piangere per il disagio, alcuni turisti borbottano tra loro lanciando occhiatacce al conducente e altri, come me, gli fanno presente che così ci farà prendere una bronchite. Ma lui, lapidario, dice che solo così si può spannare l’ampio parabbrezza.

Cazzo, penso io, ma così peggiora la situazione, deve inviare verso il vetro dell’aria calda per disappannare bene, non l’aria fredda che produce solo un beneficio temporaneo.

Provo a dirglielo con tutto il tatto e la cortesia di cui sono capace.

Inutile. Così si fa, dice lui e per tutta risposta gira per un solo secondo la manopola sul caldo e dice: “Visto lo dicevo io che ci vuole il freddo!” e ritorna al clima siberiano.

Intantoi qualche fortunato che avav un cappello lo indossa, qualcun’altro si protegge con mezzi di fortuna. Io mi sono beccato tutto il condizionamento in fronte.

Vabbé mi dico, tra poco arriviamo e finisce quest’incubo.

Intanto che accadeva tutto questo eravamo giunti a Positano.

Saggiamente l’ausiliario del traffico che provvede a regolare il flusso dei pullman nelle due direzioni si è riparato dalla pioggia in un bar e noi ci troviamo di fronte, nel punto più stretto di quel tratto di strada, con altri 3 o 4 autobus.

Un’ora. Tanto ci è voluto per districare l’ingorgo. Alla fine, nel gelo dello sbrinamento del parabbrezza, qualche turista ha anche accennato un battimano, subito smorzato da un’imprecazione dell’ineffabile conducente.

Non osando parlato nel pieno della manovra, riprovo a suggerire un riscaldamento del vetro per risolvere l’appannamento di questo, e anche per scongelare noi passeggeri.

Ma l’uomo è granitico, e anche di cattivo umore. Mi ritiro in buon ordine, tra poco arriveremo a Sorrento.

Ma le sorprese non sono finite.

Giunti in località Colli di San Pietro arriva il colpo finale. Il mezzo fa il giro per Sant’Agata dei due Golfi. Questo significa ancora almeno quaranta minuti di viaggio quando invece siamo ad appena dieci minuti percorrendo la strada normale.

Tanto per concludere la giornata arrivati al Capo di Sorrento c’è una fila chilometrica per l’allagamento di un tatto di strada vicino all’ospedale.

Conclusione: il motorino si trova ancora a Conca de’ Marini, non ho potuto fare l’appuntamento a Minori e devo quindi ritornare, ho fatto un viaggio in piedi tutto inzuppato d’acqua in un clima polare con vento freddo in fronte e ho impiegato per circa 30 km due ore e trenta minuti.

Direi proprio una giornata di m….!

Eppure ….