La luce del sole

Le mani lentamente scavano la terra dura, le unghie nere, gocce di sudore rigano la fronte. Il respiro è un po’ affannoso mentre dalla bocca esce il vapore che condensa nel freddo del mattino.

Ci siamo, le dita toccano finalmente il legno umido. E’ tempo, l’ascia di guerra vede di nuovo la luce del sole.

Il profumo dell’autunno penetra nelle narici e contribuisce alla concentrazione.

Ancora in ginocchio, l’arma viene portata in alto, verso il cielo, con entrambe le mani.

Ogni guerra è sempre più dura di quella che l’ha preceduta.

Sottrarsi è possibile, ma non fa parte della storia.

La storia.

La storia è strana, la storia è bella, la storia è triste, la storia è crudele, la storia è intensa.

La lama dell’ascia, colpita dai raggi del sole, sprigiona un ventaglio di riflessi dintorno, simbolo di una volontà di non arrendersi, insieme mezzo e amuleto.

Il nemico è sempre più forte, le sue armate sono numerose e agguerrite. Il nemico è spietato e determinato.

La storia però non è ancora finita, il finale è ancora da scrivere.

Adesso è tempo di tracciare i segni di guerra sul viso, rosso come il coraggio, giallo come l’intelligenza e la speranza, bianco come la purezza.

La paura invade il cervello, l’emozione controlla la paura, la saggezza alimenta l’emozione.

Il silenzio riempie il tempo.

La luna conterà i giorni che mancano alla battaglia. Il sole darà il segnale e i tamburi malinconici daranno il ritmo alla storia.

sabato, 23 ottobre 2010

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Di-Speranza

Tralasciando la definizione che ne fornisce il vocabolario, che trovo assolutamente inadeguata, rifletto da alcune settimane sul significato della parola «speranza».

Ho chiesto ad alcuni, tra amici e conoscenti, cosa significasse per loro questo termine.

Le risposte che ho ricevuto sono estremamente diverse tra loro e diverse da quanto io stesso attribuisco a questo vocabolo. Le speculazioni mentali mi hanno condotto verso una personale interpretazione di questa parola.

Vi chiederete come mi sia venuta in mente una cosa così bizzarra.

In effetti me lo chiedo anch’io ma, comunque sia venuta, ora è qui e tanto vale parlarne.

Tutti, giovani e meno giovani, nella loro vita hanno sperato che accadesse o non accadesse qualcosa o di ricevere qualcosa.

Io credo che, per un certo numero di anni, della speranza mi sono addirittura nutrito. Ne ho fatto quasi una ragione di vita, ho convissuto con essa, e a mia volta l’ho coltivata alimentandola con le mie speculazioni mentali.

Mi addormentavo la sera sperando e mi svegliavo al mattino riprendendo a sperare.

E’ servito a qualcosa? Non lo so, credo di si. Ovvero, per essere più precisi, non è servita a nulla per quanto riguarda l’obbiettivo della «speranza». E’ invece servita a me, solo a me. Mi ha aiutato, mi ha dato forza, mi ha donato coraggio, mi ha sostenuto nella stanchezza. Null’altro.

Comunque sarebbe interessante, e forse divertente, mettere a confronto anche le vostre definizioni di «speranza».

Tornando a me invece, penso, e sento, che tra i motivi del mio malessere interiore possa ritrovarsi anche quello dell’assenza della «speranza». Insieme al mio affetto, al mio progetto di vita, alla mia felicità, la morte di Mauro ha portato con se anche la «speranza».

Speranza di guarigione, speranza di vita normale, speranza di gioire per qualcosa, speranza di essere felice.

E come se non bastasse, non voglio neanche sperare di dimenticare i momenti peggiori, gli interventi, i trapianti, le corse in ospedale, i giorni terminali.

Voglio invece fermamente ricordare, senza saltarne neanche uno, il susseguirsi di tutti gli istanti che ho trascorso insieme a lui.

Per chiudere vorrei citare un proverbio che ultimamente mi fa proprio incazzare:

“Finchè c’è vita, c’è speranza”.

E dopo?

martedì, 19 ottobre 2010

101010

Non è una sequenza di numeri binari.

Non è un numero di telefono.

Non è un codice Bancomat.

È la data di oggi.

Essa è speciale per me, per noi.

Il 10 ottobre 2007 iniziò la terza fase della mia vita, anzi della nostra vita.

Ore 8.00 telefonata al prof. Locatelli perché dalla sera precedente Mauro lamentava dolori alla pancia.

Lui ci invia a Nocera Inferiore al reparto di Pediatria.

Alle 10.30 ecografia. Lo vedo!

E’ lì, il maledetto tumore. Inconfondibile.

Nella sua perfetta rotondità riempie il campo visivo dello schermo dell’ecografo.

Il gentile dottore tenta generosamente di dire che potrebbe essere qualsiasi cosa, dalle feci a una cisti.

Ma io lo so che è lui. Bastardo!

A mezzogiorno segue la TAC.

Negli occhi di Mauro si scorge, insieme al terrore di ricominciare, ancora il mare dei Caraibi, dove eravamo stati fino a 3 o 4 giorni prima. La sua abbronzatura stride con quell’ambiente triste e tetro. La sua bella corporatura robusta non sembra compatibile con il ritorno della “bestia” dentro di lui. Eppure …

Mauro non vuole bere il liquido di contrasto, piange, non vuole, non vuole proprio crederci. “Non è possibile – pensa – io sono guarito.”

Poi l’esito dell’esame è quello temuto.

Con i medici, sguardi, poche parole, tanta comprensione.

Un grande in bocca al lupo.

Di nuovo in auto, telefonate, telefonate. A Pavia, ai parenti, agli amici.

La macchina dell’organizzazione si rimette in moto.

Mentre percorriamo i pochi chilometri tra Nocera e Sorrento organizziamo le idee, la partenza, il lavoro.

Eh si! Devo di nuovo lasciare il lavoro.

Torni, impieghi tempo per ricostruire qualcosa ma, improvvisamente, una mattina di ottobre si riparte lasciando le carte aperte sulla scrivania. Pazienza, ci riproveremo.

Ore 14.00 a casa regna la solita confusione organizzata. Valige, pacchi, borse. Ognuno si dedica a qualcosa. C’è anche chi, attonito, ammutolito, siede sul bracciolo del divano, incapace di accettare una realtà così cattiva nei confronti del piccolo Mauro.

Lui sereno, ha da fare per preparare la sua borsa dei giochi. Game Boy, DS, Playstation 3, Wi e la PSP.

Come già la prima volta io mi dedico alla borsa del computer.

Calmo, gelido anzi, ora lo posso dire, in cuor mio temo che questa volta non ce la farà. Non voglio proprio partire questa volta. Mi sento pugnalato alle spalle. Avevo sotterrato, anche se da poco, la mia ascia di guerra. Pensavo che oramai, dopo tre anni di esami favorevoli, Mauro ce l’avesse fatta, fosse fuori dal terribile mondo dei tumori, fuori dalle sabbie mobili delle sofferenze.

La nostra vita aveva ripreso le sue sembianze, lui aveva quasi dimenticato le esperienze peggiori e traumatiche e narrava della malattia con grande tranquillità, evidenziandone solo i momenti divertenti.

La scuola aveva ripreso a essere la sua occupazione principale e la sua fonte di soddisfazioni personali.

Ore 16.00 siamo in auto. Abbiamo appena salutato tutti quelli che erano venuti a casa per aiutarci o per salutare.

Tra di loro c’è anche Susy, le ho parlato del lavoro.

Le ho rovesciato addosso, in pochi minuti, grosse responsabilità. Da domani sarà sola, completamente: se la sente di continuare? Non la biasimerò se rifiuta di tenere lo studio in attività. E’ una sfida molto grande. Con gli occhi gonfi di lacrime accetta, senza pronunciare parole.

Ancora una partenza, una fuga anzi.

Ancora la stessa auto con lo stesso equipaggio, con il suo carico di paura, di tristezza, di angoscia, di speranza.

Non ho vergogna a dirlo, tra le speranze c’era anche quella che un grosso TIR ponesse fine alla nostra sofferenza.

Ma la nostra storia non doveva andare così.

Il 10 ottobre 2007 si chiude a Pavia nel caldo e accogliente rifugio dei nostri amici Nello e Margherita.

Domani mattina si ricomincia.

domenica, 10 ottobre 2010

Sarah, Andrea e gli altri

I fatti: A quindici anni Sarah viene uccisa brutalmente dallo zio e un bambino, Andrea di appena tre anni, è stato strangolato dalla mamma.

 

Non sono i primi, non saranno gli ultimi. Le cronache sono zeppe di episodi di violenza sui bambini e sui ragazzi, e questi di oggi non sono neppure tra i peggiori.

Allora cosa cambia?

Io.

Potrei dire che sono dispiaciuto o che sono esterrefatto, che sono arrabbiato o che sono disgustato. Tutto vero. Ma questa sera, dopo aver sentito e digerito le notizie di questi ennesimi fatti criminosi, sono soprattutto amareggiato.

E’ come se fossi rimasto a bocca aperta. Nel senso letterale. Come se non riuscissi a proferire parole, come se fossi paralizzato. Continuo a pensare a Sarah e Andrea e continuo a pensare a Mauro.

Mesi, anni, trascorsi a tentare di salvare la sua vita, con l’aiuto di decine di persone, impegni di strutture sanitarie, medicinali costosissimi, macchinari sofisticatissmi, camere operatorie. Tutti insieme per un’unica piccola, preziosa, vita.

E poi vedere che altre vite, altrettanto preziose, altrettanto meritevoli, altrettanto belle, vengono divelte senza un valido motivo, senza colpa alcuna. Senza nemmeno la dignità di un tumore, e per giunta per mano delle persone a loro vicine.

Ripeto, sono senza parole! Penso a loro e penso a Mauro.

A nulla può valere il sentimento di vendetta – che non provo – verso queste persone che hanno spezzato quelle esistenze.

La pena di morte, spesso invocata in queste circostanze, è la vendetta allo stato puro.

Occhio per occhio, dente per dente. Legge del taglione, che viene da molto lontano.

Non serve a nulla, proprio a nulla. Non educa, non previene, non lenisce il dolore.

Atto tribale e incivile. E inutile!

Non lo accetto!

Allora? Che pena meritano i due assassini di oggi?

Non lo so. E, con esclusione della pena capitale che non ammetto, non me ne importa.

A me importa delle due vittime.

Simpatia, pena, tenerezza. E poi?

Panta rei os potamòs.

Tra qualche giorno ce ne saremo dimenticati, distratti dalle elezioni anticipate o dall’ennesimo scandalo della politica.

Sono amareggiato. Che mondo merdoso è questo?

La mia frustrazione è simile a quella che provavo poco più di un anno fa.

Guardo impietrito lo schermo con la consapevolezza, e la sgradevole certezza, di non poter far nulla per salvare queste vite.

Veramente non so con chi o cosa prendermela. Provo solo tanta, tanta amarezza.

giovedì, 07 ottobre 2010

5 ottobre, punto della situazione

Apro gli occhi e ti penso

ed ho in mente te

ed ho in mente te

 

Io cammino per le strade

ma ho in mente te

ed ho in mente te

 

Ogni mattina

ed ogni sera

ed ogni notte te

 

Io lavoro piu` forte

ma ho in mente te

ma ho in mente te

 

Ogni mattina

ed ogni sera

ed ogni notte te

 

Cos’ho nella testa

che cos’ho nelle scarpe

no, non so cos’e`

 

Ho voglia di andare

di andarmene via,

non voglio pensar

ma poi ti penso

 

Apro gli occhi e ti penso

ma ho in mente te

ed ho in mente te

 

Ed ogni mattina

ed ogni sera

ed ogni notte te.

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Com’è strana la vita. Nel 1966 loro pensavano a una cosa e io ne penso oggi completamente un’altra, ma di fatto diciamo le stesse cose.

Ovvio loro furono più bravi, più espressivi di quanto io sappia fare.

Oggi, 5 ottobre 2010, prendo in prestito il loro canto per ululare ancora un volta alla luna.

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Ho riflettuto sul fatto che, per contrastare gli attacchi della vita, quella stessa vita che tanti divorano sprecandola, altri subiscono detestandola, altri ancora semplicemente vivono ignorandola e infine alcuni trascorrono combattendo, non posseggo alcuna arma.

Non ho armi di offesa e tantomeno strumenti di difesa.

Allora che fare? Rannicchiarsi, con le spalle curve, e resistere ai colpi sperando che le stesse spalle siano sufficientemente larghe e forti.

Passato il momento dell’attacco, si riparte, con grinta, con rabbia e con speranza (!?) a ricostruire quanto distrutto.

Ancora una volta accetto la sfida della ricostruzione. Ogni volta sono più vecchio, ogni volta sono più debole, ogni volta sono più disarmato.

Ogni volta sono più arrabbiato!

martedì, 05 ottobre 2010