The bomb

Quando cade la bomba l’effetto è devastante. Dietro di sé lascia solo macerie, e nient’altro.

La prima sensazione è di disperazione.

Non che dopo passi facilemente, ma all’inizio è peggio. Successivamente si cerca di recuperare qualcosa, si va alla ricerca delle cose poco danneggiate. Qualcosa si trova e si mette da parte nel tentativo di ripristinarle. Poi si comincia a scavare nelle macerie. Si scava, si scava. E più si scava e peggio si sta. Macerie, macerie e nient’altro che macerie. Tra le polvere delle macerie si riconoscono brandelli della vita appena svanita. Ma non c’è la forza neanche di disperarsi ulteriormente.

I detriti andrebbero allontanati, quasi per sterilizzare l’area, perchè dopo un po’ di tempo diventano tossici. Ma non è facile. Si ci affeziona anche ai detriti.

Il tentativo di riscotruzione è d’obbligo, necessario.E’ saggio.

Ed è proprio durante il tentativo di ricostruzione che il dolore passa da una forma nebulosa, violenta, incontrollabile ad una forma strutturata. Ti penetra dentro, si insinua come un cancro nelle cellule e lì permane e si alimenta e diventa sempre più struttura stabile. Si ci affeziona quasi al proprio dolore. In genere però non è cosa buona.

Se poi, mentre si ricostruisce arrivano altre bombe, la cosa diventa difficile. Riprendere daccapo tutto il faticoso lavoro, neanche terminato, richiede una dose di forza e di pazienza veramente infinita. Ma si può tentare.

Quando anche le polveri della seconda, o terza, esplosione si sono depositate si può provare a ragionare, a progettare, a pianificare.

Ma perché?

Forse è meglio non porsi troppe domande, fanno perdere tempo e forza.

Un profondo respiro … e di nuovo le mani nelle macerie.

La primavera

– Mauro Di Maioooo – la voce di Roberta, una florida forse abbondante, bionda quasi rossa, infermiera, ferma sulla porta della sala medica numero due, rimbomba nel corridoio emessa da un gracchiante altoparlante che amplifica la squillante voce della donna.

Il corridoio del Day-Hospital Onco-Ematologico oggi è pieno zeppo di persone, come accade per la maggior parte dei giorni infrasettimanali.

Nel lungo corridoio vi sono dodici sedie da attesa accostate alla parete di destra. La maggior parte delle persone sedute sono genitori o parenti dei bimbi che sono nel reparto per i controlli periodici o per la somministrazione di farmaci.

Al centro del corridoio si trova, di fronte alle sedie, l’ingresso di una grande stanza “la Scuola” nella quale vi sono altre persone, adulti e bambini.

Gli adulti, che pure non dovrebbero soggiornare all’interno della scuola, sono seduti su poltrone di pelle verde lungo le pareti negli spazi non occupati dagli armadi metallici che contengono i giochi. Quasi tutti i bambini siedono invece su piccole sedioline disposte attorno ad un tavolo basso di forma quadrata al centro della stanza.

Tra di essi c’è anche una esile signora che tiene viva la loro attenzione con una dolce e sottile voce mostrando loro come incollare dei pezzettini di carta precedentemente ritagliati e ottenere così una composizione.

Una televisione, poggiata su un carrello tra le due finestre, emette suoni e bagliori cui nessuno sembra prestare attenzione.

Sullo stesso lato del lungo corridoio si aprono altre porte a vetro. Sono le stanzette dove i medici visitano i loro piccoli pazienti e dove alcuni di questi trovano rifugio in quei giorni in cui non si sentono affatto bene.

Ma l’attività ferve maggiormente nelle due sale mediche dove le infermiere fanno i prelievi, le medicazioni e mettono su le terapie ai loro piccoli pazienti. Le porte di color arancione sono decorate con disegni di personaggi di cartoni animati.

Io sono seduto, come gli altri, su una sedia nel corridoio, accanto a me c’è Vera. Mauro invece è all’interno della “Scuola”. Indossa un completo di jeans, camicia, pantaloni e cappello, anche questo di jeans, che nasconde la sua calvizie artificiale. Sul viso una mascherina chirurgica di colore verde acqua. Gli abiti sembrano cadergli di dosso tanto è magro.

Mi alzo e, fermo sulla porta della “Scuola”, lo chiamo. Lui mi raggiunge e insieme ci dirigiamo verso la sala medica. Nel percorrere il tratto di corridoio poggio affettuosamente la mia mano sul capo di Mauro e a voce alta, ma non troppo, rispondo alla chiamata

– Eccoci!

Una volta all’interno della sala medica, dopo i rituali scambi di battute tra la simpatica infermiera e Mauro, inizio a togliere al piccolo gli indumenti che gli ricoprono il busto. Quando è a torso nudo lo aiuto a distendersi sul lettino. C’è da rifare la medicazione del catetere venoso centrale.

Roberta comincia a trafficare con disinfettanti, decollanti e ovatta cercando di togliere dal petto di Mauro il cerotto della precedente medicazione e la colla che rimane ostinatamente aggrappata alle pelle delicata.

Dalla finestra della sala medica, esposta a sud, entra un raggio di sole primaverile che rende l’ambiente colorato ed accogliente.

Nella stanzetta si sente un forte odore di Neomedil, il disinfettante liquido che serve praticamente a tutto in quell’ambulatorio. L’odore di Neomedil caratterizza quasi tutti i locali del day-hospital. In effetti sembra quasi un profumo poché risulta gradevole all’olfatto, ma soprattutto è rassicurante; da una idea di protezione, di pulizia, di efficienza, di fresco. Sarà difficile che per il resto della mia vita possa dimenticare l’odore del Neomedil.

Anche a casa usiamo il Neomedil per disinfettare gli oggetti che devono stare a contatto con Mauro.

L’aria esterna è ancora frizzante ma gli impianti di riscaldamento sono già stati spenti.

Guardando all’esterno attraverso la finestra si scorge un prato nel quale vi sono alcuni alberi che sono coperti di tante piccole nuove foglioline di un verde tenero. I colori della natura hanno perso definitivamente quel tono un po’ spento, caratteristico dell’inverno ed assumono via via sfumature più intense. Specialmente il verde delle piante e l’azzurro del cielo. Persino la tinta giallastra del fabbricati di fronte sembra più gradevole.

Quest’anno il mese di maggio è particolarmente mite ed anche i mesi invernali che lo hanno preceduto non sono stati così terribili come ci si poteva aspettare. Quest’anno, dicono i pavesi, non ha fatto tanto freddo ed anche la pioggia è stata pochissima.

Anche il mio umore questa mattina rispecchia la primavera che c’è all’esterno.

Roberta intanto ha finito di togliere il cerotto dal petto di Mauro e sta pulendo il sito di inserimento del catetere con decisione e delicatezza. I suoi movimenti sono sempre gli stessi, quasi facessero parte di un rituale: tre pulizie con garza imbevuta di soluzione fisiologica, tre passaggi con Betadine, e poi una puntina di Betadine crema e di nuovo le garze ed i cerotti. Un rituale che si ripete per ogni bambino almeno una volta ogni settimana e che le infermiere ripetono varie volte al giorno.

L’intervento che Mauro ha subitoin Francia è andato bene. Come la primavera che sta invadendo Pavia fuori dall’ospedale anche la vita stessa sta riprendendo possesso del corpicino di Mauro, e di me stesso.

(maggio 2004)