Della sofferenza

L’alternanza delle gioie e delle sofferenze è quella che rende la vita sapida.
Nessuna delle due, ma soprattutto le gioie, non potrebbero esistere senza l’altra.
Diversamente sarebbe un inferno di piattume, un mare di noia, una vita da vegetale.
Ben vengano dunque le sofferenze se fungono da preludio, se sono propedeutiche al godimento di una gioia.
Però, come in tutte le cose di questo mondo, la faccenda non è di semplice comprensione come sembra e non è liquidabile con poche parole. Il mondo è cosa complessa, ancor di più la vita, ancor di più i rapporti tra esseri umani. Semplificare è spesso una scorciatoia che non conduce da nessuna parte; anzi, rischia di complicare ancora di più le cose.
La sofferenza è un fatto personale, intimo, soggettivo e soprattutto percepibile con una infinità di gradazioni che rendono praticamente impossibile qualsiasi tentativo di confronto tra due diverse percezioni della sofferenza, sia in tempi diversi nella stessa persona, che nello stesso tempo e modo tra persone diverse.
Tra le sofferenze più intense, tralasciando quelle fisiche ovvero il dolore del nostro corpo che invece si dimentica in un batter d’occhio, vi sono quelle della perdita delle persone e della delusione delle persone.
Entrambe hanno una persistenza molto forte, e si accomunano per una sottrazione. La prima per l’impossibilità di avere con la persona perduta un contatto fisico, intellettivo, uno scambio di emozioni o la sola semplice e banale conversazione che invece dona comunque una piccola gioia. Perdere una persona (cara, amata) è una sofferenza che persiste spesso per tutta la vita. Dopo un po’ di tempo si va a depositare sul fondo della nostra anima (mente, cervello … fate voi) e ritorna a galla periodicamente per disseminare il germe della mancanza, la rabbia della impotenza, l’evidenza di una mutilazione.
Per quanto intensa e imponente questa forma di sofferenza non è evitabile. Non c’è rimedio, soluzione, antidoto.
L’altra sofferenza, quella derivante dalle delusioni è diversa. È subdola, devastante e anch’essa persistente. Proviene anch’essa da una sottrazione. Ma non una sottrazione fisica, forse non da una sottrazione comunicativa. No. Proviene piuttosto da una sottrazione che avviene al nostro interno.
La delusione è uno stato d’animo che nasce dopo aver constatato che una determinata persona non era come si pensava.
Tali persone, che noi abbiamo conosciuto per taluno o talaltro aspetto della loro personalità (affidabile, sincero, divertente, sensibile, altruista ecc.), tendono a rimanere come un po’ relegate a quella specifica caratteristica. Ciò che noi non sappiamo è che quella caratteristica che attribuiamo all’altro è puramente una nostra attribuzione, è il nostro modello categoriale che stiamo applicando, ovvero è il nostro navigatore personale che ci permette di orientarci nella complessità del mondo.
Spesso tuttavia le cartine devono essere aggiornate e ciò che sembrava chiaro inizia a divenire offuscato, ad un certo punto il nostro amico affidabile un bel giorno ci da buca, l’amico sensibile esprimerà un giudizio di totale cinismo, l’amico sincero ci racconta una bugia. A tale proposito diceva Adlai Stevenson che “Le bugie più crudeli sono spesso raccontate in silenzio”. Infatti, a volte i silenzi sono più letali e dolorosi delle bugie. Alimentano rabbie, rancori, insoddisfazioni.
Della sofferenza per le delusioni però si ci può liberare. Sarà a sua volta un processo doloroso, e a volte lungo, e richiederà la resezione (quasi chirurgica) della persona che ci ha deluso con una successiva sterilizzazione della nostra vita ma, a differenza della sofferenza per la perdita di una persona, ce ne possiamo liberare per sempre.

Ultimo dell’anno

Oggi è il 31 dicembre del 2015.
Ancora una volta sono qui seduto davanti al computer, al mio iMac 27″ che Mauro ha potuto solo vedere per pochi minuti a casa di un amico e che avrebbe tanto voluto avere. Ma questa è un’altra storia.
Dicevo che sono qui per scrivere ancora una volta. Desideravo farlo già da qualche giorno, per la precisione dal giorno del suo compleanno. Ma non ce l’ho fatta. Troppi pensieri (inutili), troppe cose da dire (che non interessano a nessuno), troppa confusione nella mia testa.
Ma adesso sono qui e cercherò di riassumere a mio unico ed esclusivo beneficio il groviglio di emozioni e pensieri che si addensano nella mia testa.

1) Il suo compleanno. Diciotto anni (brrrr mi vengono i brividi solo a scrivere questo numero). Diciotto anni avrebbe avuto Mauro adesso se fosse sopravvissuto a quella merdosa malattia. Forse avrei conosciuto la sua fidanzata, forse avrebbe avuto la barba lunga, forse avremmo avuto feroci discussioni su un improbabile taglio dei capelli con cresta (non ci credo). La cosa più importante è che avrei potuto parlarci e abbracciarlo. Gli abbracci, lo ammetto senza pudore, sono quelli che mi mancano di più. Lo abbracciavo spesso e lui sopportava con pazienza sapendo che ne avevo un bisogno vitale, possiamo dire come se fosse una droga di quelle buone, di quelle che non fanno male. Anche quest’anno si conclude senza che io abbia potuto abbracciarlo è questo mi rende molto triste (cosa di poco rilievo) ma anche molto incazzato, deluso, amareggiato, rabbioso e sciroccato. Ma questo è quello che mi tocca e non ci posso fare niente.
Per quanto riguarda il parlarci invece la faccenda è più complessa. Infatti, parlare significa tutto o nulla, dipende da cosa si intende. Io la intendo come discutere con lui di politica, di ambiente, della nuova avventura che stiamo per affrontare (adesso non è momento di specificare, non ne ho voglia, magari in un’altra occasione), della scuola, delle sue prospettive per il lavoro, dell’ISIS e dei suoi attentati, delle religioni, dell’economia. Insomma parlare con lui come faccio con tutti i miei amici o almeno con quelli con i quali c’è una condivisione di vedute, di affetti, di filosofia di vita. Ecco, il suo compleanno mi ispira questi e altri pensieri che, ripeto, più che tristi sono proprio incazzati neri. Servisse a qualcosa, anche su questo mio blog-rifugio mi dilungherei in articolate sequenze di bestemmie che però non servono quindi me le conservo per i momenti peggiori.

2) Mi sto facendo «anziano». Ognuno interpreti questo aggettivo nel senso che preferisce. Per me significa avanti negli anni senza una discendenza che si possa prendere cura di me, di noi (io e Vera). Senza una prospettiva, senza futuro. Ecco, sono stato derubato del futuro. Senza avere un obiettivo tipo faccio questo per lasciarlo a lui, compro una casa per lui, ecc.. Insomma, devo per forza pensare solo a me (noi) senza avere l’onere di dover pensare al suo futuro. Magari qualcuno se ne lamenta, ahhhhh. Mi sento come uno dei tanti risparmiatori della Banca dell’Etruria i quali hanno investito tutto quanto possedevano in un istituto e poi dalla sera alla mattina si sono ritrovati senza un soldo. Io ho investito tutte le mie risorse affettive, umane, genitoriali, esistenziali ecc. in lui e oggi mi trovo nel vuoto più assoluto. Fanculo! (qui ci voleva proprio)

3) Più tempo passa e più mi incazzo perché (non mi interessa se non capite quel che significa) non mi sento genitore. È una sensazione così bella, estasiante, gratificante, esaltante, inebriante che il non provarla più mi fa star male. Più di quanto si possa vedere o intuire.

Buon anno a tutti e anche a te Mauretto

Io, lui e il Messico

L’attrazione era fortissima, non ho saputo, anzi non ho potuto resistere ad andare a quella specie di strano appuntamento.
E non era neanche tanto vicino, all’altro capo del mondo è giusto dire.
Non ho potuto resistere a cogliere al volo un’occasione irrinunciabile per incontrarlo, a Mauro intendo.
E così è stato. Sono andato all’altro capo del mondo, per la precisione in Messico, nella penisola dello Yucatan, nello stato del Quintana Roo, sulla spiaggia della Riviera Maya.
Sono certo che qualcuno che legge ha serie difficoltà a capire cosa voglio dire. Cercherò di spiegarmi.
Qualche accenno si può già trovare in un post dell’11 novembre 2012 intitolato «Un’idea». In breve si tratta di questo: nell’ormai lontano 2003 io Mauro e Vera ci trovammo a fare un viaggio in Messico (il primo viaggio al di fuori dell’Europa). L’emozione di tutti e tre era fortissima, durante il volo eravamo eccitatissimi all’idea di andare per la prima volta oltre oceano. Il volo ebbe una durata di circa undici ore nel corso delle quali Mauro si lasciò andare spesso a lunghe tirate di sonno, vuoi per il passaggio di fuso orario che per la stanchezza dovuta alla eccitazione.
Il risultato fu che quando arrivammo a destinazione (era sera) cenammo e subito dopo andammo a dormire per essere belli pronti a goderci la vacanza il giorno successivo. Io ero stato abbastanza attento durante il viaggio a bilanciare le ore di sonno e di veglia per cui appena in camera mi misi a letto e caddi addormentato. Il letto di Mauro era proprio accanto al mio.
Ad un certo punto della notte Mauro con gran dolcezza mi svegliò dicendomi che (come era facile prevedere) non aveva sonno e non riusciva a dormire. Cercai di distrarlo, lo rimisi a letto, gli raccontai una storiella, insomma feci di tutto per farlo riaddormentare. Appena chiuse gli occhi mi precipitai nel mio letto in preda ad un sonno bestiale. Ero nel profondo del sonno quando Mauro mi svegliò ancora una volta: stesso affare, non riusciva a dormire. Riprovai a rimetterlo a dormire, ma di nuovo, dopo poco lo ritrovai accanto al mio letto. La cosa si ripete tre o quattro volte finché l’ultima volta era in preda ad una crisi di pianto silenzioso. Il povero bambino stava davvero male. Si erano fatte le quattro del mattino, non riusciva a dormire, non aveva, sonno ma non aveva neanche compagni ne altri sistemi per ingannare il tempo ed era in preda ad una crisi di panico. Si sentiva solo e abbandonato a se stesso.
Non ricevendo alcuni aiuto da Vera la quale continuava a dormire placidamente, non mi restò che alzarmi, indossare una maglia e un paio di pantaloncini, prendere la macchina fotografica e uscire a passeggio con lui sulla enorme e bianchissima spiaggia caraibica.
Ovviamente era piena notte e non c’era nessuno all’infuori di un inserviente che armeggiava vicino alla piscina.
Passeggiammo a lungo, avanti e dietro sulla spiaggia e parlammo di tante cose. Mi fece un sacco di domande sulle stelle e sull’astronomia. Finalmente, poco dopo le sei del mattino, apparvero i primi bagliori del giorno. Fu così che ci accorgemmo della presenza di un pellicano appollaiato su un palo che emergeva dal mare. Ci divertimmo a chiamarlo, a fare versi ma lui sempre lì immobile. Intanto l’alba avanzava e il cielo si tingeva prima di rosa e poi di rosso intenso. È noi sempre lì a chiacchierare piacevolmente mentre il mio sonno era ormai svanito sopraffatto dall’immenso piacere di avere trascorso una magica notte con mio figlio a chiacchierare e passeggiare sul quella stupenda spiaggia.
Ecco, questo è tutto. Considerando quello che sarebbe accaduto di li a pochi giorni, nei miei ricordi quella è stata forse la notte più bella di tutta la mia vita e non smetterò mai di ringraziare Mauro per avermela regalata.

B2003_10_29_025Questa è proprio una foto di quella mattina.

Tornando ad oggi, sono stato di nuovo in Messico la scorsa settimana, a distanza di dodici anni. Sulla stessa spiaggia di allora.
Ho messo la sveglia e alle sei del mattino sono sceso in spiaggia alla ricerca dell’alba, di Mauro e del pellicano.
Ero elettrizzato e terrorizzato al contempo. Temevo di non incontrarlo, a Mauro, temevo che tutto quanto avevo provato dodici anni prima sarebbe svanito per sempre, come lui. Temevo che si sarebbe rotto l’incanto che era iniziato quella strana e bellissima mattina del 29 ottobre 2003. Temevo tutto questo e tante altre cose.
Come allora, ho visto il cielo diventare prima blu scuro poi lentamente virare verso il celeste ed ho capito che Mauro non sarebbe arrivato, e neanche il pellicano. È stata una questione di attimi, il primo bagliore e la certezza che mi ero illuso sono giunti in contemporanea.E così ho iniziato a piangere. Piangevo a dirotto senza riuscire a trattenermi. Piangevo senza motivo. Lo sapevo in fondo che non sarebbe arrivato, ma non potevo farne a meno. Non mi capitava da tanto. Mi sentivo solo e abbandonato, proprio come lui dovette sentirsi quella famosa notte in cui non riusciva a dormire.
Poi sono apparsi i primi raggi di sole, proprio come nella foto, e mi sono tranquillizzato perché ho capito che, nonostante non mi fossi incontrato con Mauro, la magia di quella notte era salva, anzi era rinnovata, amplificata.
Sono tornato anche le mattine successive sulla spiaggia alle sei. Ho visto altre albe impadronirsi della notte e del buio, ma non mai incontrato Mauro a passeggio sul bagnasciuga.

Gli anni avanzano

Solo perché non scrivo spesso non vuol dire che non ti penso. Ogni giorno, ogni minuto, ogni pulsazione cardiaca sono con te.
Il fatto negativo che non ho ancor trovato sistemi o strategie per riaverti. Devo muovermi però, perché tra un po’, non so ancora quando ovviamente, ma tra poco sarò costretto a morire. Gli anni avanzano e non si può vivere in eterno aspettando che tu ti decida a fare ritorno.
Io ce la metto tutta, ma tu stai provando a tornare? Il tuo letto è ancora intatto. Le tue figurine sono ancora attaccate al muro, i tuoi libri al loro posto. Persino l’accappatoio è ancora in bagno pronto per accoglierti al caldo dopo la doccia. Manchi solo tu.
Che cazzo aspetti a tornare?

Sera di primavera

Faccio fatica a capire che cosa significa davvero per me il fatto che tu, o lui – dipende da come affrontare la cosa -, quest’anno compirai diciotto anni. Per la verità neanche “compirai” è corretto. Meglio sarebbe dire avresti compiuto. Ma, ne ne rendo conto, è cosa nota che ho serie difficoltà ad ammettere che non ci sei più, almeno nella tua fisicità.
Comunque sono quasi diciotto anni e non riesco a valutarne la portata. Te ne sei andato senza spiegazioni lasciandomi prigioniero dei miei sogni e delle mie paure.
Quanto temevo l’adolescenza e quanto l’aspettavo. Il liceo, gli esami, la fidanzata. Perfino lo scontro generazionale, inevitabile alla tua e alla mia età, mi avrebbe fatto sentire felice. E invece eccomi qui, in una fresca sera di primavera, a vaneggiare, da solo. Senza preoccuparmi perché non sei ancora rientrato, o perché magari non hai studiato abbastanza.
E riverso parole e pensieri sul mio divano verde a strisce aspettando un diciottesimo compleanno che non arriverà mai.

Solstizio d’inverno

Oggi è il 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno. Un punto di svolta, il giro di boa. Stranamente oggi comincia l’inverno eppure da oggi in poi le ore di sole saranno sempre di più e ci condurranno verso l’estate.
Tra due giorni sarà il ventitré dicembre. Ancora un punto di svolta. Un ventitré dicembre di alcuni anni fa, diciassette per la precisione, la mia vita ebbe una di quelle svolte epocali. Nulla è stato più come prima da quel giorno in poi. Ogni anno il ventitré dicembre è ancora un punto di svolta. Più propriamente lo definirei un’esplosione di mille opposte emozioni, un’eruzione di un vulcano. Violente, crudeli, amare ma anche tenere e delicate emozioni. E ogni anno queste esplosioni di emozioni rinnovano un gioia e un dolore che non riescono a trovare definizioni nelle parole.
Mentre scrivo ho consapevolezza di quanto sia legato ad un passato che ormai è … passato!
Ma tale consapevolezza non mi da l’energia per poter spezzare il circolo vizioso che lega la mia esistenza a quella incenerita di Mauro.
Sono certo che verrà il momento, ed è giusto che sia così, in cui lo lascerò libero. Libero di veleggiare senza l’oppressione del mio amore che non trova il suo riscontro.
Verrà il giorno in cui mi renderò conto, mi abituerò, mi convincerò di non avere più un figlio, di non avere più Mauro, di non avere più un ventitré dicembre.
Per il momento vivo ancora nel mio mondo passato.
AUGURI MAURETTO

Ore 15.27

Sono le 15.27
Un’altro cinque settembre sta passando; liscio come l’olio. Uno sguardo, un paio di allusioni, mille parole non dette.
Perché inutili, o forse no. 15.32 Sono qui davanti a questo compuer, che lui non ha potuto vedere, toccare, utilizzare ma che desiderava tanto, avendolo visto da Roberto. Dicevo che sono qui davanti a questo computer e scrivo a me stesso parole sensa senso, in una sorta di rituale follia evocativa.
Dovrei invece preoccuparmi dell’inizio imminente della scuola, del fatto che anche stasera farà tardi con gli amici e, siccome mi conosco, starò in attesa paranoica finchè non lo sentirò rientrare. Dovrei preoccuparmi del fatto che non andiamo più daccordo come un tempo. Sì, quel tempo in cui abbiamo toccato vertici indescrivibili di vicinanza e di comprensione reciproca. Tempi in cui abbiamo viaggiato, imparato, scherzato, sofferto, combattuto, tutto insieme, come fossimo stati una sola persona. Invece questa benedetta adolescenza, portale nobile ma complesso verso la giovinezza, ci dovrebbe mantenere su due opposti fronti. Dovrei studiare strategie per stargli vicino senza fargli sentire la mia presenza.
Dovrei temere perché va in giro col motorino, non tanto il suo perchè lui è prudente, lo so. Ma quando va su quello degli altri sono sempre in tensione. Ancora di più perchè non so quando succede.
E invece alle 15.44 sono ancora qui a raccogliere e incanalare lacrime che non sgorgano all’esterno ma si riversano dentro di me distillando cristalli di rabbia. Un altro anno si aggiunge ai quattro che lo hanno preceduto. Un’altro anno in cui succedono un sacco di cose che vorrei raccontargli, che vorrei condividere con lui, ma che in sua assenza non contano un cazzo. Un altro anno normale è passato, un altro anno di merda.
Sono le 15.52 e i prossimi pensieri li tengo per me.