Pseudoestesia

Chi ha perso un arto, in seguito a incidente o malattia, continua a volte a sentire male in quella parte del corpo ormai inesistente.

E’ la cosiddetta “pseudoestesia”, cioè, in altri termini, un dolore immaginario a un “arto fantasma”. Eppure, come conferma la scienza, la sofferenza è reale. Un tempo ritenevo strano questo fatto, ma oggi ho cambiato idea. Da quando ho perso Mauro, riesco a concepire che si possa provare un male fisico per qualcosa che non c’è più. Come una persona a cui sia stata amputata una gamba si china per grattarsi l’alluce sparito, nel sonno mi giro ancora ad abbracciare il vuoto.

Come la morfina riesce a lenire la pseudoestesia in chi ha subito un’amputazione, così il tempo, ritenuto un potente antidolorifico, non può sempre spegnere la sofferenza di chi è stato privato dell’essere che amava. Un altro ottimo anestetico per il cuore umano è l’oblio. Ma a volte non si desidera dimenticare, anche se ciò comporta il perdurare dello strazio.

La scienza sostiene di avere una soluzione per la pseudoestesia. La zona del cervello che controlla tutti i nostri movimenti è la corteccia motoria, al cui interno c’è una rappresentazione completa del nostro corpo. Se in questo si altera qualcosa, la corteccia motoria cambia o si contrae di conseguenza; quanto più è alto il livello di contrazione tanto più intenso è il dolore. A detta degli scienziati, in chi si è fatto applicare una protesi al posto dell’arto amputato, tale livello risulta più basso, perché gli impulsi del movimento continuano a essere inviati al cervello, inducendolo a credere che l’arto sia ancora lì. Perciò si consiglia agli amputati di immaginare l’arto mancante e di visualizzarne il movimento. Se si simula un moto normale, partono impulsi diretti al cervello che lo inducono a credere che tutto sia come dovrebbe essere. La contrazione della corteccia motoria si ferma o si riduce, e altrettanto fa il dolore. Chi avrebbe mai potuto sospettare che si potesse ottenere sollievo grazie a un inganno così semplice e intelligente?

 

Ho utilizzato questa teoria magistralmente esposta da Priya Basil per esprimere quanto accade ormai da più di diciotto mesi. E’ bene? E’ male? Non lo so e, onestamente, non me ne importa.

sabato, 26 marzo 2011

Il gusto

A tutti è capitato di assaggiare un dolce buonissimo, magari una torta al cioccolato o alla crema, piuttosto che dei pasticcini delicatissimi resi ancor più apprezzabili da aromi invitanti e profumati.

Che dire poi di cioccolatini confezionati con ripieni di deliziose creme o di liquori.

Quando si ha l’occasione di imbattersi in queste prelibatezze conviene gustarle lentamente, lasciando che il sapore si diffonda per tutta la bocca raggiungendo il palato e da questo poi il cervello dove scatena una piacevole tempesta di sensazioni gradevoli e intense che ci appagano e ci mettono di buon umore.

Inutile negarlo, è noto, un boccone tira l’altro e così via.

Quando il nostro stomaco, ormai appagato, manda segnali di pienezza il nostro palato vorrebbe gustarne ancora, e ancora.

Prima o poi si smette di mangiarne e allora inizia quella fase in cui il gusto lentamente svanisce dalla nostra bocca. Vorremmo prolungarlo, così inviamo la lingua nei più nascosti angoletti alla ricerca di un ulteriore granello di saporosità che raccogliamo e porgiamo ancora all’attenzione degli organi del gusto.

Ma anche dopo che le ultime tracce di sapore sono definitivamente sparite dal cospetto del nostro palato, ancora rimane, nel nostro cervello, la sensazione di piacere che abbiamo provato e dalla quale non vorremmo distaccarci.

Come accade spesso nella vita, di queste bontà non se ne può abusare. C’è una giusta porzione.

Proprio su questo mi sono fermato a riflettere da qualche giorno.

Pensavo che Mauro potrebbe essere stato per me una di quelle prelibatezze di cui dicevo prima.

L’ho cercata, perché sapevo che sarebbe stata buona, anzi buonissima, insuperabile. L’ho ottenuta, caparbiamente e con tante difficoltà, e finalmente ho iniziato a gustarla.

Purtroppo, non appena ho incominciato a sentire il gusto della sua presenza, della sua compagnia, della sua umanità, spandersi sulla mia esistenza e donarmi così quelle sensazioni che rendono piacevole la vita, che la rendono degna di essere vissuta, che la elevano a un livello superiore di consapevolezza … zac!

Fine.

 

 

… e pensare che quasi ogni giorno c’è qualcuno che uccide un bambino o che lo butta in un cassonetto dell’immondizia!

 

domenica, 13 marzo 2011

Gli Infiniti

sottotitolo: La Capa non deve male patire

 

Temere,

Pensare,

Tremare,

Sperare,

Pensare,

Correre,

Temere,

Bestemmiare,

Sperare,

Sperare,

Gioire,

Temere,

Pensare,

Pensare,

Parlare,

Sperare,

Soffrire,

Temere,

Sperare,

Tremare,

Raccontare,

Sperare,

Temere,

Fuggire,

Gioire,

Tornare,

Tremare,

Soffrire,

Pensare,

Soffrire,

Soffrire,

Soffrire,

Sudare,

Sperare,

Bestemmiare,

Sperare,

Pensare,

Temere di sperare,

Scrivere,

Parlare,

Mentire,

Soffrire,

Mentire,

Scrivere,

Sognare,

Mentire,

Soffrire,

Scrivere,

Dormire,

Brancolare,

Soffrire,

Lenire,

Annaspare,

Soffrire,

Pensare,

Morire.

Fuggire,

Sperare,

Bestemmiare.

 

Cronaca di una storia all’infinito.

 

martedì, 01 marzo 2011