La lavatrice

Si sta come in una lavatrice.

A tratti fermi, poi lento movimento in un senso e subito dopo nell’altro.

Arrivano notizie che , come il sapone, ti avvolgono e ti confondono, e ancora a girare, girare, girare.

Quando si riecse si lancia un’occhiata fuori dall’oblò. Li c’è il mondo. Ma sono solo pochi istanti perché il movimento trascina via.

Si sta come in una lavatrice quando viene la centrifuga. Tutto ruota vorticosamente, non c’è tempo per pensare, non c’è un appiglio, non c’è altro senso all’infuori di quello di rotazione.

L’acqua invade tutto, diluisce, appiattisce, porta via con se le macchie, ma anche i colori. Penetra dentro, si respira, si espelle.

E ancora una centrifuga, e ancora dell’acqua. Centrifuga, risciacquo.

Si sta come in una lavatrice. Si è perso il senso dell’orientamento si è perso il colore, si è persa la capacità di rimanere fermi, si è persa la capacità di osservare il mondo.

19 maggio/3

Due anni di blog.

Come fare a dimenticare quel 19 maggio 2009?

Ricordare, dimenticare, dimenticare, ricordare, ormai è un ritornello quasi infinito che mi accompagna da circa 20 mesi.

Era nell’aria, inutile nasconderlo. Quelle cose che non te le devono dire, le percepisci, sono nell’aria che respiri. Non che la notizia non fosse in qualche modo attesa ma, pur sapendo che prima o poi sarebbe arrivata, speravi che non avvenisse mai.

E invece arrivò dopo una giornata veramente stressante.

Eravamo da poco rientrati da Sorrento per la morte di mamma, ma di lei ne parleremo un’altra volta, e Mauro non si sentiva granché bene.

La notte tra il 18 e il 19 fu terribile. Mentre lui si lamentava, non riusciva a dormire, aveva dei dolori all’addome e, come capitava negli ultimi mesi, andava spesso in bagno, io ebbi violente fitte di mal di pancia, come forse non ho mai avuto. L’attribuii a qualcosa che avevo mangiato, ma già più tardi compresi che non furono altro che una denuncia che il mio corpo faceva per rendere evidente ciò che era sotto i miei occhi e che la mia parte cosciente non voleva ammettere.

Poco prima delle otto del mattino accompagnai Mauro per l’ennesima volta in bagno.

Una splendida giornata di sole si annunciava attraverso le persiane della finestra del bagno facendolo esplodere di luce, ma non avevo nessun motivo per rallegrarmene.

Non fu per me uno stupore quando mi accorsi che il gabinetto, su cui era seduto Mauro, era pieno di sangue.

Rosso vivo, rosso inequivocabile, anche perché ben illuminato dall’abbondante luce del mattino.

Così iniziò quella giornata.

Proseguì con la classica visita in day hospital e con la TAC d’urgenza.

Per le dieci e mezza avevamo già fatto ritorno in reparto dove ci era stata assegnata una stanzetta dove Mauro potesse riposare sul letto.

Poi tutto tacque.

Si fecero le tredici, e ancora le quattordici e le quindici e dell’esito della TAC nessuna notizia.

Periodicamente andavo chiedere ai medici se sapessero qualcosa, ma la risposta era sempre negativa.

Le sedici, le diciassette, le diciotto.

Ogni mezz’ora andavo a informarmi senza alcun esito.

Intorno alle diciannove, quando per l’ennesima volta andai nella stanza dei medici, finalmente uno di loro, il direttore del day hospital, si decise a parlarmi.

La piccola stanza era in penombra ma riuscii a leggere tutto perfettamente sul suo viso.

A quel punto avrebbe potuto anche fare a meno di parlarmi degli aspetti tecnici di dettaglio.

Mi resi conto che neanche per lui era facile, doveva aver cercato a lungo la concentrazione necessaria per parlarmi. Il poverino cercava di spiegare nella maniera più neutrale possibile, celando a malapena un coinvolgimento affettivo nella vicenda.

Il mondo mi sarebbe crollato addosso di lì a poco. Per il momento non riuscii a fare altro che a pensare a loro due: Mauro e Vera.

Vera. Come dirglielo?

E Mauro? Non avrei più potuto guardarlo negli occhi. Avrei dovuto mentirgli per giorni, settimane, mesi. Nascondergli la verità fino alla fine. E come sarebbe stata la fine? Cazzo ma ti pare che una persona deve pensare a queste cose? Che mondo è questo?

Venne il momento di parlargli. La stanchezza, il dolore, la tristezza mi fecero conoscere in lui quel giorno una persona che non avevo ancora incontrato. Era sfiduciato, abbattuto, disinteressato (cosa veramente eccezionale in quanto lui si interessava a tutto ciò che lo riguardava con attenzione particolare). Tutto ciò mi facilitò il compito di iniziare una lunga serie di menzogne, di inganni.

Fu per me devastante.

Ma per quella sera non diedi per vinto. Saremmo andati ancora avanti, un pezzettino di strada forse, ma ancora tutti e tre insieme.

Il 19 maggio 2009 si chiuse su un aereo che velocemente ci stava portando a Poitiers per tentare un nuovo – e ultimo – intervento.

L’Elisir

Difficile decodificarmi, non ci riesco neanche da me stesso.

Perchè ho partecipato al concorso di poesia “I moti dell’anima”?
Perchè sono stato premiato?
Perchè?
La Sirena della vittoria ha provato a incantarmi ma l’argomento in ballo era, ed è, troppo importante per me perché potesse riuscirci.
Dentro la risposta ai miei perché c’è una buona dose di autoironia, c’è anche qualche traccia di compiacimento, c’è l’onnipresente desiderio del nuovo, dell’avventura, dell’esplorazione, c’è la voglia di fuggire senza spostarsi ma soprattutto c’è il disperato desiderio di non dimenticare.
Più che un desiderio è un’ossessione: non dimenticare, non dimenticare, non dimenticare.
Il terrore di perdere qualche attimo, il terrore di perdere uno sguardo, l’angoscia di perdere un solo, ma unico e irripetibile, fotogramma del magnifico film della nostra vita insieme.
Ecco dunque il Blog, questo Blog, ecco la poesia: fotogrammi estratti da un film già passato e che non sarà mai più riproiettato. Fotogrammi ingranditi e incorniciati.
Per non dimenticare.
Perchè l’unica cosa vera, reale, tangibile e preziosa che mi è rimasta di undici anni di vita intensa, eccezionale, fantastica, undici anni che hanno coperto e offuscato gli altri quaranta, è solo un elisir fatto di distillato di ricordi.
E allora, se serve per non dimenticare, ben venga il concorso, il riconoscimento e il premio.

E quindi, per non dimenticare:

Qualcuno

Qualcuno mi ha insegnato a sorridere,
anche quando dentro ho l’inferno.

Qualcuno mi ha insegnato che ogni attimo sprecato è sottratto alla tua vita
e non lo recupererai.
Mai.

Qualcuno mi ha insegnato che se ami un’altra persona puoi non essere ricambiato,
ma, se ami un bambino, l’amore ti verrà restituito centuplicato.

Qualcuno mi ha insegnato che a undici anni,
la felicità può essere un concetto relativo, molto relativo.

Qualcuno mi ha insegnato che il fatto che la vita sia bella, anzi bellissima,
non vuol dire automaticamente che la vita sia anche giusta.

Qualcuno mi ha insegnato che la dignità può essere più forte del dolore,
anche quando il dolore è più forte di quanto puoi sopportare.

Qualcuno mi ha insegnato che una carezza sulla testa, anche se non ci sono più capelli,
è più potente del più potente antidolorifico del mondo.

Qualcuno mi ha insegnato a stringere forte i denti
e attendere che passi la tempesta.

Qualcuno mi ha insegnato che a volte le tempeste non passano,
anzi diventano uragani e poi terremoti.
E poi la fine del mondo.

Qualcuno mi ha insegnato che è inutile andare via con lui,
perché è una mancanza di rispetto verso chi soffre e combatte per la vita.

Qualcuno mi ha insegnato tutte queste cose e tante altre ancora,
ma non ha fatto in tempo a insegnarmi come fare a meno di lui.

Grazie di cuore a tutti i lettori.

Via Canton Ticino, 14

Essere un po’ qui e un po’ lì. Un po’ a via Canton Ticino e un po’ al Corso Italia. Un po’ congelato in una scena di un film che si ripete di continuo e un po’ in un film che è in corso di produzione.

Una sorta di maledizione per la quale non si riesce a compiere il guado tra la sponda del passato, che per quanto brutto è al contempo bellissimo e magico, e la sponda del presente che per quanto reale è arida, difficile e soprattutto vuota, vuota, vuota.

E in mezzo al guado c’è un’urna, piccola, piena.

Sulla sponda del passato c’è una casetta, calda, accogliente, i cui muri sono intrisi di emozioni, nelle cui stanze vuote, nel silenzio della notte, facendo attenzione, ancora si possono ascoltare gli echi di risate, di racconti, di urla, di lamenti, di speranze, di preghiere, d’illusioni, di disperazione, di rassegnazione. E c’è ancora un divano a fiori.

E ci sono ancora le olografie delle nostre tre figure che si fondono in un’unica, monolitica, rappresentazione.

Nello stesso palazzo, allo stesso piano, il quarto, c’è ancora una dolce e simpatica vecchina, che sorveglia la casetta e ne custodisce in segreto il suo contenuto di vita e di morte.

In via Canton Ticino c’è questa casetta che trattiene consistenti pezzi di noi. Pezzi che non potremo mai recuperare e che quindi resteranno lì fino a quando l’ultimo neurone invierà l’ultimo segnale.

Sulla sponda del presente c’è … il presente.

C’è una casa bella grande, nella quale sono nato. Ci sono ricordi dell’infanzia, ci sono ricordi di tempi trascorsi e che oggi sembrano quasi non essere mai esistiti, ma far parte di un film.

Ma qui c’è una casa vuota, una stanza vuota, un letto vuoto.

C’è una libreria, piena. C’è un armadio, pieno. Ci sono tanti contenitori di plastica, pieni.

E’ vero, ci sono amici, affetti, amorevoli attenzioni. Ma questi c’erano anche prima e ci sarebbero stati comunque.

C’è da questo lato il futuro.

Futuro: contenitore da riempire con speranze, attese, aspirazioni.

Speranze? Attese? Aspirazioni?

E c’è una grande fatica. Fatica del vivere costretti con una maschera sorridente che a volte è leggera e sopportabile, in altri momenti è tanto pesante quanto stretta e dolorosa.

E ancora fatica del portare sulle spalle un pesante fardello nel quale sono contenuti tutti i ricordi belli e brutti sia di questa sponda che dell’altra.

Ricordi che vorrei distruggere, bruciare col fuoco che tutto cancella e tutto sterilizza, ma ai quali sono tanto affezionato da non lasciarli soli neanche per un secondo.

Eh già, sono proprio destinato a rimanere un po’ qui e un po’ la.

Chissà se quando e come finirà.