Vuoti di memoria

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2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

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Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Daria, Mauro e Francesca

Questa mattina mi sono svegiato contento perché nella notte ho fatto un’incursione in uno dei mondi paralleli.
Sono riuscito a vedere ciò che sta accadendo lì e me ne sono compiaciuto.
Mi sono visto mentre abbracciavo i miei tre figli: Daria, Mauro e Francesca.
Non li vedevo da un po’ di tempo ed ero così felice da stringerli fortissimo. Daria, la più grande, oramai una signorina, se ne stava più sulle sue, mentre Mauro, il secondo, e Francesca mi stavanno attaccati come ventose.
Eravamo tutti tanto felici perchè dopo un lungo periodo di apprensione dovuto alla malattia di Mauro finalmente stavamo di nuovo tutti insieme.
Ovviamente il più contento era Mauro. Non so se perché è l’unico maschietto dei tre o forse per altre ragioni più profonde, ma tra noi c’è un legame particolare che valica quello classico del rapporto padre-figlio. E’ come se ci conoscessimo da sempre, come se fossimo una cosa sola. Godiamo di una sintonia eccezionale che ci consente di intenderci senza parlarci, solo con lo sguardo. Ed è appunto con lo sguardo, senza parole, che mi stava trasferendo la sua gioia per essere finalmente guarito e di nuovo riunito alla sua famiglia.
Il suo viso, florido, rubicondo, mi confermava che il peggio era ormai alle spalle. Come stava bene in quel suo giubbotto di piume rosso fuoco.
Ma anche Francesca era sorridente. A dire il vero Francesca è sempre sorridente. Dei tre figli è quella che è sempre di buon umore; non fa mai capricci, ne crea problemi. Forse solo perchè è ancora piccola. Daria invece osserva i fratelli come se fosse la loro mamma. È protettiva ma sorride anche lei molto soddisfatta per la ritrovata unione familiare. Ha sofferto molto per la malattia di Mauro. Non è un tipo molto espansivo come i due piccoli e così, in tutto questo lungo periodo, ha tenuto tutto il suo dolore e la sua apprensione dentro di sé.
Ma ora è finita! Ci stiamo finalmente godendo la gioia di stare tutti insieme.

La mia visita imprevista al mondo parallelo si conclude con questa scena in cui tutti, noi genitori e i nostri tre piccoli, sorridiamo felici. Io ho tra le mie braccia Mauro e Francesca mentre Vera tiene le mani sulle spalle di Daria e ci guardano allegre.

Fine del viaggio. È domenica e sono di nuovo in un altro mondo parallelo – quello sbagliato però – dove figli non ne ho.

Supermercato

L’altro ieri mi trovavo per lavoro a Manfredonia e, dovendo comprare alcune cose, ho fatto una piccolissima deviazione dalla superstrada che conduce a Foggia per entrare in un centro commerciale.

Finalmente, grazie a questa deviazione, ho trovato lo spunto per parlare del mio rapporto con i centri commerciali.

Premetto che come istituzione non mi piace. Li trovo spersonalizzanti e penso che, a fronte di un indiscusso risparmio per i clienti, producano un progressivo depauperamento, anche culturale, dei centri storici. Di certo provocano una inarrestabile invasione di negozi di abbigliamento che sopprimono e soppiantano le vecchie botteghe artigiane: i salumieri, i verdurai, i macellai e così via. Con la sparizione di questa attività si perde anche il piacere del rapporto umano tra commerciante e massaia. Ci si accontenta della fiumana di persone che il sabato pomeriggio marciano sulle vie del centro a guardare le vetrine sfavillanti di abiti e scarpe sempre più irraggiungibili.

Ma non è di questo che voglio parlare.

Quello che mi interessa evidenziare è invece il mio rapporto con i centri commerciali. Sì, perché esiste un legame, anche forte, tra me e loro.

L’antefatto è che, avendo trascorso, com’è noto, un periodo non breve della nostra vita a Pavia, siamo stati costretti a fare i nostri acquisti nei centri commerciali della zona.

Ricordo che, appena giunti, nell’oramai lontano gennaio del 2004, andai a comprare dei generi alimentari di prima necessità (pizzette e coca-cola) alla COOP di via Campari, che si trovava sulla strada tra Pavia e Pieve Porto Morone dove dormii per alcuni giorni.

Dopo qualche giorno prendemmo casa proprio a via Campari, a due passi dalla COOP, che fu eletta nostro fornitore preferito.

Successivamente conobbi, anzi conoscemmo, l’ESSELUNGA, il BENNET e il GS e l’OTTAGONO.

Fu solo nel 2007, quando dovemmo fare il nostro mesto ritorno a Pavia per la prima ricaduta di malattia nell’ottobre di quell’anno, che c’imbattemmo nel centro commerciale LECLERC inaugurato l’8 dicembre. Nello stesso periodo conoscemmo anche l’IPER di Montebello della Battaglia. Per dovere di cronaca devo aggiungere anche il GEANT di Poitier, che ha avuto un ruolo altrettanto importante in quella che mi ostino a chiamare “la nostra storia”.

C’è un motivo per cui ricordo così bene questi nomi, precedentemente a me ignoti. Essi non furono solo esercizi commerciali furono invece, ognuno di essi in maniera diversa, alcuni dei palcoscenici sui quali s’intrecciarono storie di gioie, dolori, delusioni, speranze.

Potrei stare delle ore, e masochisticamente lo farei con piacere, a descrivere minuziosamente, per ognuno di essi, le disposizioni dei banchi, degli scaffali, perfino delle casse, perché ad ogni singolo reparto di questi centri commerciali è legato indelebilmente un momento, un ricordo, della “Storia di Mauro”.

Ad alcuni di questi centri sono legati ricordi belli, ad altri ricordi terribili. In alcuni di essi ho festeggiato con Mauro la fine della malattia. In altri ho passeggiato tra gli scaffali come uno zombie non riuscendo a comprendere l’accanimento del destino, la cattiveria della vita. In alcuni di essi abbiamo comprato insieme i giochi per Mauro, la macchina del pane, la televisione, il computer di Mauro (a proposito che gioia che ebbe quel giorno, e che dolore sento a ricordarlo). In altri girovagavo alla disperata ricerca di qualcosa che lui potesse deglutire. Quante ore ho trascorso con Mauro e con il carrello della spesa a pensare cosa cucinare agli amici che stavano venendo a Pavia per trascorrere qualche giorno (sempre pochi per lui) con noi.

Luoghi banalmente comuni i supermercati, i centri commerciali. Luoghi nei quali ho, anzi abbiamo, versato lacrime, a volte di gioia, spesso di dolore.

Mi fermo perché fatti, racconti, momenti, premono per conquistare l’onore della cronaca in questo post che però diventerebbe ancora più noioso e patetico di quanto già non sia.

Se ho raccontato tutto questo è perché desidero condividere, con chi frequenta questo blog, la mia piccola pazzia che mi fa vedere, ogni volta che metto piede in un cento commerciale o in un supermercato, il mio piccolo Mauro mentre spinge il suo carrello pieno di gioie e di dolori, di speranza e di rassegnazione.

Dunque anche lì, a Manfredonia, nel centro commerciale nel quale Mauro non è mai stato, ho provato questa indescrivibile emozione. Era tardo pomeriggio e se quei tre ucraini che facevano incetta di dolciumi da mandare a casa alle loro famiglie fossero stati in silenzio avrebbero potuto ascoltare il rumore del battito accelerato del mio cuore che rimbombava nel supermercato.

… a proposito “Tanti auguri mamma! <3”

L’ultimo dell’anno

Oramai gli anni cominciano a essere tanti e quando è così finisce che in ogni giorno dell’anno ricorre qualche avvenimento, importante o meno che sia.

Sembrerebbe che il 31 dicembre sia già di per sé una ricorrenza ma per me ha una valenza doppia. O meglio quella dell’ultimo giorno dell’anno è passata addirittura in secondo piano.

Lo stesso giorno del 2008 infatti accadde che mi svegliai con una certezza: Mauro sarebbe morto nel corso del 2009.

Detta così sembra proprio esagerata. Ma vediamo come andarono i fatti.

Festeggiato il compleanno di Mauro il giorno 23 e trascorso il Natale in famiglia il giorno 29 dicembre dovemmo, come richiestoci, fare ritorno a Pavia per dei controlli.

Precedentemente, ovvero il primo dicembre, Mauro aveva subito l’ennesimo intervento nel corso del quale era stato asportato l’ennesimo tumore dal suo intestino. Il dibattito sembrava aperto, si riformerà ancora oppure no? In giro tra i medici non c’era un grande ottimismo comunque l’importante è combattere. Più o meno questo era il tono delle conversazioni.

Dopo l’intervento, l’attenzione era altissima. I rischi di nuove proliferazioni maligne erano purtroppo alti. Quindi ci fu concesso di stare qualche giorno a Sorrento per il compleanno di Mauro e per Natale, ma dovevamo fare assoluto ritorno per il 29.

Il giorno 30 mattina ci attendeva l’ennesima TAC. Stesso reparto, stessa stanza, stesso stress. Dopo la TAC facemmo ritorno in day-hospital dove rimanemmo fino al primo pomeriggio senza avere notizie.

In genere nel giro di poche ore ci veniva comunicato il risultato ma quel giorno nessuno sapeva dirci nulla al riguardo.

Tornati a casa, l’umore non era dei migliori, per nessuno dei tre. L’aria che tirava era brutta.

In serata ci raggiunse Massimo.

Soltanto verso le nove di sera ricevemmo una telefonata dal prof. Locatelli che ci aspettava a casa sua. Contrariamente al solito chiese che andassimo solo io e Massimo senza portare Mauro.

Giunti a casa sua, mi sedetti sul divano color aragosta, le braccia conserte quasi a volerle utilizzare come scudo, e attesi. In fondo lo sapevo già, solo che non volevo crederci.

Così venne fuori la TAC che mi fu mostrata.

Così, su quel divano, piovvero parole più pesanti e dolorose di meteoriti. Così fu decretata la fine di Mauro. La fine di un sogno. La fine di una vita. La fine di tre vite.

Su quel divano s’infransero sogni, speranze, prospettive.

Su quel divano con gli occhi socchiusi, con le braccia conserte, senza muovere un dito, attesi che l’uragano si abbattesse su di me.

Non dissi una parola. Non ce n’era bisogno. In fondo lo sapevo già. Avevo già colto i segnali e li avevo elaborati.

Incassai. Incassai.

Il mio mondo si frantumò in silenzio, senza che un frammento cadesse su quel divano. Tutti i piccoli cocci rimasero dentro di me, e sono ancora lì.

Il mattino successivo mi svegliai con la certezza: Mauro sarebbe morto nel 2009.

L’ultimo giorno del 2008 si consumò nel dolore.

Avrei voluto aggrapparmi a quel giorno per evitare che passasse. Avrei voluto che rimanessimo prigionieri di quella casa di Pavia. Avrei voluto che la neve abbondante che ricopriva le strade, le macchine, le case, ricoprisse anche noi per congelarci e fermare il tempo.

Non ci riuscii.

Mauro fece il suo ultimo brindisi nella casa del prof. Locatelli che, mostrando la sua grande umanità e il suo grande affetto, ci volle con se per trascorre le ultime ore del 2008.

E io feci gli auguri a Mauro di un felice 2009.

 

L’albero

Il profumo del mandarino penetrò fresco e pungente nelle narici.

La buccia venne via con un soffio ruvido sotto la pressione delle unghie che, dopo averla incisa, la strapparono a pezzi irregolari dal frutto interno.

La mente non poté evitare di pensare al Natale, alla festa, alla famiglia, ai regali sotto l’albero.

L’albero era uno dei riti più attesi, appena al secondo posto dopo la grande festa del compleanno.

Prima veniva il momento della scelta. Nel vivaio, oramai familiare, dei nostri amici c’era sempre una gran quantità di alberi.

Ci siamo sempre rifiutati di prenderne uno “finto”.

L’albero deve essere vero! Un vero abete, con tanto di aghetti e di radici. Fa’ nulla se poi cadono gli aghetti e dopo le feste l’albero secca. Tanto è stato prelevato da un apposito vivaio proprio per essere spiantato e venduto per Natale. Proprio come un fiore: il destino è quello di seccare.

L’albero doveva essere anche alto, il più possibile. Più alto era, più bello sarebbe stato.

Dopo la selezione seguiva la fase della preparazione. Quella era la più bella, la più coinvolgente, la più divertente.

Le palline, i ciondoletti, le lucine.

L’addobbo prendeva alcune intense ore.

Con l’albero addobbato iniziava ufficialmente il periodo natalizio, quello che era caratterizzato dal gran giorno del compleanno.

Il giorno del giudizio

Da venti minuti sono entrato in un nuovo giorno: il giorno del giudizio.

Il giorno che precede il giorno del giudizio è pure un giorno particolare: si vedono le cose da una prospettiva completamente diversa, pur rimanendo dalla stessa parte del mondo.

L’aria che si respira è diversa, è più buona, più profumata, ricorda momenti belli, piacevoli. Lo fa apposta, proprio per evidenziare la differenza.

Il cielo, chissà perché, è sempre limpido e terso. Di un celeste così intenso da sembrare falso, dipinto da un pittore.

Perfino le persone ti sembrano più belle e simpatiche il giorno prima di quello del giudizio.

Ma io lo so perché!

Semplicemente perché il giorno dopo sarà tutto diverso. Dev’essere tutto diverso, per definizione. E lo sarà.

Il tempo poi, non ne parliamo nemmeno. Scorre, scappa, schizza via. Ma forse è meglio così, perché prolungare l’attesa. Almeno si potesse godere di quel tempo. E invece no. Non è consentito. L’aria, il cielo, le persone, tutto congiura contro. Lo fanno apposta a sembrare migliori solo per farti star male, perché sai che domani sarà il giorno del giudizio.

Ne ho vissuti tanti di “giorno del giudizio”. Purtroppo.

Dico “purtroppo”, perché a me i giorni del giudizio non portano bene. Generalmente vanno a finire male. Mentirei se dicessi che sono tutti andati male, ma la maggior parte …

I giorni del giudizio sono tali perché teoricamente possono andare bene o andare male. A me quasi sempre la seconda. Forse è perché non sono fatto per i giorni del giudizio. La mia specialità sarà per qualche altro giorno, forse per i giorni normali o forse per qualche altro tipo di giorno, ma non quelli del giudizio.

Sia ben chiaro la mia non è una lamentela, no. E’ solo una osservazione di carattere statistico, o stocastico.

Comunque sia il giorno prima del giorno del giudizio è già andato e adesso ho bruciato già quarantacinque minuti del giorno del giudizio. L’ho detto che il tempo scorre veloce in questi giorni.

Questo giorno del giudizio è però un giorno del giudizio particolare. Infatti, dopo di esso non solo sarà tutto diverso, come per gli altri giorni del giudizio, ma dovrò prendere delle decisioni o almeno avviare dei processi decisionali molto importanti.

Avrei dovuto già pensarci se fossi stato previdente ma, se vado indietro con la memoria, non trovo molte occasioni in cui sia stato previdente. E non mi andava di esserlo in questa.

La cosa che mi secca è che domani, o dovrei dire più tardi, non ci sarà un acquazzone tremendo e non ci sarà un autista un po’ toccato ad aspettarmi.

Domani sera il cielo sarà nuvoloso e l’aria umida. Io sarò ancora qui, ma dall’altra parte del mondo.

Praticamente dopo aver trascorso il primo ventiquattresimo del giorno del giudizio me ne vado a leggere. Tanto per non pensarci.