Pavia

Mi sono preso qualche ora per digerire gli esiti della mia trasferta a Pavia, la prima dal sette settembre duemilanove.

Come mi aspettavo, si sono accavallate molteplici sensazioni che necessitavano di una decantazione naturale prima di poter essere decodificate. Così è avvenuto.

Temevo il rientro in quella città che, comunque siano andate le cose, ha conquistato un piccolo pezzo di territorio della mia vita.

Sapevo che ci sarei ritornato, forse non immaginavo così presto.

L’occasione della presentazione del libro di Mauro è stata la molla che mi ha spinto ad andare e, al contempo, ha consentito una breve permanenza (non si sa mai).

In città vi sono due «santuari» che mi sono guardato bene dal visitare. Sono due «quarto piano», uno in via Canton Ticino e l’altro in Pediatria. Con entrambi ho altri conti in sospeso che non mi va di affrontare oggi e in questa occasione. Costituiscono il nocciolo caldo del mio reattore nucleare, sono incandescenti, inavvicinabili.

Tralasciati questi due siti, ho rivisto alcuni dei posti familiari. Una casa, una farmacia, il Naviglio, la stazione.

Posti, luoghi, ambienti. Questo è un aspetto del mio ritorno a Pavia. L’altro aspetto è costituito dalle persone.

I luoghi e le persone, dolore e gioia.

La sensazione, che non mi ha mai lasciato per tutte le diciassette ore che ho trascorso in città, e stata quelle di avere sempre Mauro intorno. Sensazione sgradevolissima, angosciante, mortificante. Soprattutto in casa. Era lì, disteso sul divano di pelle verde, a guardare Spongebob alla televisione. Era lì, sul divano, coperto dal plaid, a giocare con la Psp. Era ancora lì, ancora sul divano di pelle verde, a sonnecchiare con la testa poggiata sulle gambe di Nello. Ah!

Era lì, era lì.

Con una scusa sono andato nella stanza del divano di pelle verde. Vuoto! Ora non c’è più.

Il plaid ripiegato in un angolo del divano.

Era accanto a me nella pizzeria. La sua sedia era lì. “Mauro che vuoi mangiare? Linguine agli scampi? Pizza?”.

Ora non c’è più.

Era lì in Piazza della Vittoria, era lì con me sulle scale del Duomo.

Ora non c’è più.

Ci sono andato consapevolmente, dovevo e potevo attendermi tutto questo. Oggi mi sento come Ulisse che consapevolmente volle ascoltare il canto delle Sirene, legato all’albero della sua nave.

Pavia però non è stato solo questo.

Le persone. Soprattutto alcune persone.

Che gioia poter abbracciare, poter toccare, poter ascoltare. Belle persone che hanno voluto condividere con noi una parte della nostra maledetta avventura. Belle persone che hanno amato Mauro, lo hanno curato, accudito, nutrito, carezzato e accompagnato, fino all’ultimo respiro. Belle persone che hanno profuso la loro affettuosa generosità senza mai aspettarsi nulla in cambio, senza mai chiedere un sorriso, senza mai pretendere un ringraziamento.

Non posso e non voglio stilare un bilancio di questo ritorno a Pavia. E’ stato per me abbastanza facile andare, difficilissimo rimanere.

Tuttavia sono tornato a casa, la casa di Sorrento, con un pieno di umanità che diluisce la sofferenza provata in quei luoghi.

martedì, 20 aprile 2010

Ritorno incuriosito

Sono semplicemente spaventato, ma anche incuriosito, dal mio rientro a Pavia.

Non era obbligatorio sottoporsi a questa violenza, ma ho deciso di farlo lo stesso, quasi una forma di sperimentazione sulla mia mente.

Non voglio prevedere nulla, non mi sono preparato alla cosa, non voglio immaginare.

Mi farò trasportare dalle emozioni, mi farò guidare dal buon senso (?!?).

L’affronto come una sorta di «trip» nel passato, nel «meta-tempo», un sogno (un incubo), ma non può mai essere peggio della realtà.

Se vivere si deve, bisogna continuare ad affrontare le belve nascoste dietro l’angolo.

Posso anche pensare di scappare per sempre, ma è molto faticoso, più di quanto immaginassi. A volto ho bisogno di riposo, un riposo proprio fisico oltre che emotivo.

Intanto parto, sereno nei limiti del possibile.

sabato, 17 aprile 2010

 

Meglio bestemmiare

Meglio bestemmiare.

L’idea che mi sono fatto è quella di un lupo che ulula alla luna, ovvero agli spettri che la pallida luce della luna lascia scorgere nel buio della notte.

Questa è la mia vita. Bestemmie e ululati, ululati e bestemmie. Tutte le notti. Notti lunghe mesi, notti buie, notti fredde.

Non ricordo più quando è cominciato, tutto indietro è immerso in un liquido denso che riflette e distorce le immagini, i ricordi, le voci.

La morte puzza.

La rabbia, tremenda, cieca, stupida, annebbia la mente e si nutre dell’odore della morte.

Come avvenne una notte d’estate, oggi è entrato un alito di vento, si è insinuato silenzioso, meno di un sibilo. Non ho capito da dove è venuto, ma lo aspettavo. Freddo e pericoloso. Cinquanta anni vissuti. Una cosa l’ho imparata: prima o poi si devono fare i conti con la propria vita.

Allora, in estate, portò con se la paura, tanta paura. Paura tramutata in terrore. Terrore tramutato in realtà. La realtà in sofferenza e poi morte.

Oggi recava qualcosa ancora di peggio. Anche se per poche ore, mi ha sottratto perfino la rabbia, la voglia di urlare. Mi ha lasciato il vuoto.

Oggi per la prima volta, ho sentito l’inutilità della mia esistenza. Oggi ho provato la sgradevole sensazione di essere inutile, di occupare un posto non mio.

Io sono l’errore della natura. Io sto usurpando un posto che non mi spetta, non mi appartiene. Una vita sprecata, anzi due vite sprecate. Io sono nel vuoto.

L’errore della natura.

Oggi non ero più un lupo solitario che ulula agli spettri, oggi ero un pesce rosso in una boccia di vetro che consuma la sua inutile vita girando in tondo, agitando la coda, contando le ore, i giorni, i mesi.

Oggi ho sentito le forze venir meno. Oggi non avevo voce né per ululare, né per bestemmiare. Tutti i gesti hanno perso qualsiasi significato. La stanchezza si è impadronita di me, mi ha sopraffatto.

Sì, è la prima volta da quella notte d’estate che è tornato l’alito di vento, e quando torna porta sempre con sé un carico di sofferenza.

Il messaggio è chiaro: bisogna fare i conti con la propria vita.

Oggi è stato un avviso, un promemoria, giusto per ricordare che non si può sfuggire a se stessi. Prima o poi arriverà il giorno in cui tirerò le somme e farò i conti con me stesso.

Oggi, per qualche ora, ho smesso di cercarlo con lo sguardo, di provare a sentirne la voce. Ho deposto le armi e mi sono arreso. O forse sono stato solo sopraffatto. Non so cosa sia peggio.

Poi se ne è andato. Silenzioso come era arrivato, è andato via.

Mi ha lasciato ancora una consapevolezza. Questa volta della inutilità. Inutilità dei miei sforzi, delle mie bestemmie, del mio ululare agli spettri, della mia vita. Consapevolezza del vuoto.

E’ notte fonda, sto scrivendo e a stento organizzo i pensieri per raccontare cosa sia accaduto. Finché ne avrò forza continuerò a ululare, continuerò a lottare. Continuerò a bestemmiare. Continuerò a scrivere.

martedì, 13 aprile 2010

Incenso 2

Il profumo di incenso ancora mi brucia le narici, mi penetra nel cervello, mi scuote. Quando finirà?

Non è facile e non è indispensabile comprendere il senso di una rinuncia dilaniante.

Quando l’amore vince sulla ragione tutti gli schemi saltano e l’energia che si sprigiona è incontenibile. Peccato non poterla utilizzare.

Ancora un cucchiaino per favore …

lunedì, 05 aprile 2010