Nadal

Mi è caduto distrattamente lo sguardo sulla data che appare nell’angolo in alto a destra del  mio schermo. È così che ho appreso che tra trenta giorni sarà Natale. Il periodo natalizio è sempre un bel periodo. È un momento in cui si può approfittare per riposarsi, per fare dei bilanci, per dedicarsi alla famiglia.
A me ultimamente il Natale fa girare fortemente le palle, ma questo non c’entra. C’entra invece il fatto che aver realizzato dell’imminente arrivo del Natale ha contribuito ad aumentare la tristezza che mi pervade da qualche giorno. Analizzando le cose: non c’è un motivo singolo e preciso che provoca questo stato ma un insieme di fatti e pensieri che periodicamente si sincronizzano e mi spingono a profonde riflessioni.
La prima di queste è che non so con chi prendermela. Sì, proprio così. Vorrei tanto potermi scagliare contro qualcuno o qualcosa su cui riversare la mia rabbia e farla, anche se momentaneamente, sbollire. Invece non ho nessuno verso cui rivolgere il mio disappunto e di conseguenza, per una non ben conosciuta proprietà riflessiva, me la prendo con me stesso.
Un’altra riflessione, che periodicamente ricorre nei miei pensieri, è che sono stanco. Ovviamente non si tratta di una stanchezza fisica, che sarebbe facilmente rimediabile con un po’ di riposo. Si tratta invece di una stanchezza che, forse presuntuosamente, potrei definire mentale o psicologica. La mia osservazione deriva dalla consapevolezza di correre, correre, correre; ovviamente sempre con la testa. È dal cinque settembre che corro, senza mai fermarmi. Corro sempre appresso a qualcosa, non sempre la stessa. Corro senza sosta perché la sosta è più deleteria della stanchezza e quindi continuo a correre.
Poi giungono momenti, come quelli che vivo negli ultimi giorni, in cui la stanchezza pervade tutti i distretti della mia vita e diventa insopportabile. Quando accade me ne accorgo dal fatto che desidero fermarmi, desidero riposare, prendere fiato. Ma questo non è possibile perché mi succede come a un aeroplano quando è in volo: se si ferma cade in picchiata. Quindi devo continuare a correre o forse dovrei dire a rincorrere. Rincorrere qualcosa, oggi una cosa, domani un’altra, dopodomani un’altra ancora. L’importante è andare forte in modo da impegnare il pensiero al cento per cento delle sue possibilità.
Domani mi aspetta un’altra giornata difficile alla quale seguiranno giorni difficili. Ecco, questo è il Natale che mi aspetta, poi la Pasqua, l’estate eccetera.
E infince c’è la sua assenza che diventa sempre più pesante e che mi spinge a chiedermi: “Ma dove sto andando senza di lui? Dov’è che voglio arrivare?”

Ricerca

Insegui ciò che ami, o finirai per amare ciò che trovi” – Collodi.

Ecco questa è una sintesi di quello che penso. Perché accontenarsi di vivere nella gabbia che ci viene costruita intorno, su misura, dagli eventi e, a volte, dagli altri.
Meglio far volare la mente, che saprà trascinare con sé anche il cuore, anziché lasciare che il quotidiano avvolga mente e cuore con un melassa appiccicosa di assuefazione.
Parto alla ricerca di ciò che amo dunque.

Un raggio di sole tra le nubi

In controtenza con il clima piovoso, oggi un raggio di sole ha penetrato la spessa coltre di nubi che mi avvolge minacciosa da anni. Ho letto per caso un articolo di un blog che mi ha ridato energia. La gioia espressa attraverso le belle parole è stata, anche se solo momentaneamente, contagiosa.
Non nascondo, non potrei, un pizzico di invidia, ma la vita, quando vuole, sa essere così bella che nessuna invidia può guastarla.
Oggi viaggio con te, amico, nel lontano oriente, dove una nuova bella storia sta nascendo: in bocca al lupo.

Un’idea

Domenica, novembre. Un giorno come gli altri, un giorno in cui la tua mancanza non viene diluita dalle distrazioni del lavoro.Come accade solitamente alle ferite, quelle grandi soprattutto, se rimangono aperte per troppo tempo producono dolorose infezioni la cui cura diventa quasi impossibile.
Stamattina sono più arrabbiato del solito. È difficile dire con chi sono arrabbiato. Con chi me la devo prendere? Con la sorte? Oppure con i medici? O con me stesso? Forse con tutti, o con nessuno. Tanto non cambia nulla.
Questa mattina però sono arrabbiato anche con te, è bene che tu lo sappia. Al di là di tutte le giuste motivazioni resta un fatto: mi hai abbandonato. Non c’è dubbio che ti abbia perdonato, ma concedimi almeno di essere arrabbiato. Non si  fa così, non si entra nella vita di una persona fino a occuparne anche l’ultimo neurone e poi si abbandona a se stesso. Il solo pensiero mi fa … non so descrivere che effetto mi fa, ma non è sopportabile. È inumano!
A volte mi farebbe piacere poter annullare la mia memoria degli ultimi quindici anni, ma non sono certo di volerlo davvero. Dovrei rinuciare a tantissime cose belle che ho vissuto insieme a te. Ti ricordi quelle mattine trascorse in Villa Comunale quando ti insegnai ad andare in bici? Che gioia che provasti quando finalmente riusciti a fare a meno delle rotelle. Non ti ho mai detto di quanto fosse intensa la mia felicità, non credo che tu te ne sia accorto. Ecco, se dovessi descrivere cosa è la felicità potrei raccontare di quel giorno, oppure di quell’alba che trascorremmo, io e te soli, su una spiaggia in Messico a guardare un pellicano appollaiato su un palo. Ce ne sono tanti di momenti come questi che abbiamo vissuto insieme, ma non ho fatto in tempo a ringraziarti di questi tanti attimi di felicità che mi ha regalato.
Oggi invece sono qui a fare i conti con la tua assenza: e non dovrei essere arrabbiato?
Mi guardo attorno nel mio piccolo rifugio e vedo oggetti che non valgono nulla: una gomma per cancellare, una vecchia scheda di memoria di un gioco elettronico, un pupazzetto di Paperinik, e mi rendo conto che sono sopravvissuti a te. Questi oggetti, e tanti altri ancora, sarebbero dovuti finire nell’immondizia prima ancora che tu andassi al primo liceo e invece sono qui davanti a me, e tu no. Non ci sei.
Passerà. Presto passerà l’arrabbiatura che provo verso di te. Non riesco a trattenerla a lungo: ti amo troppo. Amo troppo quello che sei stato. Ma odio quello che sei: un’idea, solo un’idea nello spazio confinato del mio cervello. Un’idea impalpabile, senza profumo, senza voce, senza corpo. Un’idea che morirà con me e che non sopravviverà ai miei stupidi neuroni.
Vaffanculo mondo.

Il Monumento

Ieri mi trovavo per lavoro dalle parti di Piazza della Vittoria, “al Monumento” per i sorrentini doc, così, invitato dal sole autunnale che splendeva in un cielo terso, mi sono affacciato alla balconata che da sul mare.
Il solito, ma sempre bello, panorama si è aperto alla mia vista: Il Vesuvio sullo sfondo e un mare di un colore azzurro come il cielo, con una barchetta di pescatore che sembrava far parte di una cartolina.
Poi la  mia attenzione è caduta su uno specchio di mare, proprio sotto la terrazza, un triangolo irregolare di circa 1500 metri quadrati di superficie. In questo pezzettino di mare, delimitato da una scogliera, un terrazza su palafitte e una spiaggetta, non c’era nessuno: siamo in autunno inoltrato, solo qualche gabbiano volteggiava curiosando sulla scogliera.
Questa volta si è aperto un altro tipo di scenario. Quasi come in un film in cui parte un flashback, ho iniziato a vedere delle persone sulla terrazza, altre a mare e altre ancora sulla scogliera, attrezzata con sedie a sdraio e lettini.
Proprio come in un film l’immagine ha zoomato su un uomo sulla quarantina che, stando sulla riva, immergeva un bambino piccolo, molto piccolo, nell’acqua del mare. Il bimbo sembrava gradire ed entrambi erano intenti a giocare con l’acqua.

Nella successiva inquadratura sulla terrazza c’è un piscina gonfiabile e dentro lo stesso bambino, ma un po’ più grande. Il piccolo, protetto dal sole da un cappellino colorato, si diverte con dei giochini, sorride. Attorno a lui alcune persone chiacchierano felici. La pellicola scorre veloce, adesso il bambino corre con degli amichetti in lungo e in largo per tutta la spiaggia, fa il bagno da solo nuota senza braccioli e gioca con un materassino. È forte e robusto, si vede che è anche felice. Il padre lo guarda soddisfatto dall’alto della balaustra.

Ancora un cambio di scena. Il bambino è ancora più grande, con i suoi amichetti sta su un canotto e fa la spola con lo stabilimento balneare contiguo dove ci sono i compagni di scuola. Fanno tuffi, si schizzano l’acqua, si rincorrono.
Nella immagine seguente è quasi un ragazzo, rubicondo, anche un po’ paffuto: sta all’esterno della balaustra di legno e sta per tuffarsi. Ha imparato a fare i tuffi di testa e fa lo spavaldo con il gruppo dei suoi coetanei.

Cos’è successo? Nella inquadratura seguente non c’è più. L’immagine scorre su tutto lo specchio d’acqua ma il bambino non c’è.
Neanche i suoi genitori.

Bisogna attendere altre lunghe sequenze per ritrovarlo. È il 2008, mese di settembre: é irriconoscibile! È un ragazzo adesso, non ha più i tratti da bambino, è più alto ma è magrissimo, da fare quasi impressione. Sta seduto al tavolino del bar, il suo colorito è pallido, molto pallido: è evidente che non ha preso sole durante l’estate. Il suo viso è triste, è dispiaciuto, sta cercando di mangiare una insalata di pomodori ma non ci riesce.
L’uomo, molto più invecchiato, è seduto al tavolo con lui e lo guarda con amore. Sembrano due persone diverse da quelle della prima parte del film, come se fossero cambiati gli attori.
Il film che mi è apparso come una visione sta finendo. Si chiude con i due che si avviano verso l’uscita dello stabilimento balneare e prima di lasciarlo si voltano indietro malinconici per un ultima volta.

È ora. L’appuntamento di lavoro mi aspetta. Lo specchio d’acqua a cui rivolgo un ultimo sguardo malinconico è ancora lì. La scogliera e la terrazza sono vuote come le avevo trovate accostandomi alla balaustra di Piazza della Vittoria.