La fabbrica dei sogni

Un rullo di tamburi.

Così questa notte, con una rapida sequenza di tuoni, simile a un rullo di tamburi, si è fatto annunciare l’inizio della fine dell’estate.

Ai fragorosi fenomeni atmosferici hanno fatto seguito copiose e dilavanti piogge.

Giorni caldi e sereni seguiranno ancora, ma con quest’oggi, con questo temporale, il nostro calendario interiore si predispone all’arrivo dell’autunno e poi dell’inverno.

Le abbondanti piogge di questa notte hanno portato via la polvere che si è accumulata nel corso di tutta la calda e secca estate e, come quella polvere, hanno portato via anche i cocci della patina di emozioni che si era formata sulla mia estate.

Ancora un’estate particolare, molto particolare!

Una patina rilucente e sfavillante costruita silenziosamente, strato su strato, ora dopo ora, giorno dopo giorno, a partire dalla tarda primavera e consolidata, come un guscio d’argilla, con il calore del sole della calda estate.

Una patina evidentemente non abbastanza resistente.

Una patina tanto leggera quanto bella, tanto dolce quanto desiderata, tanto fragile quanto colorata.

Fragile, leggera e dolce perchè fatta di sogni, della parte più materiale dei sogni, quella che dalla sognosfera riesce ad arrivare sulla terra e prendere corpo e forma.

Ma proprio perchè fatta di sogni non ha retto al peso del mondo della realtà. Proprio perchè per alcune persone è consentito sognare, ma non è consentito che questi sogni prendano corpo e forma. Così la mia patina bella, colorata e desiderata è finita in mille cocci sparsi su di noi.

Il temporale, con i suoi mille rivoletti che si riuniscono man mano fino a formare una sorta di ruscelletti che infine giungono al mare dove disperdono il loro carico raccolto lungo il tragitto, ha dunque portato con se anche i miei cocci. Nell’azzurro mare della nostra terra andranno a depositarsi sul fondo, insieme a tanti altri cocci.

Fine della storia.

L’autunno, che tra pochi giorni prenderà il posto dell’estate, col il suo fresco che invoglia alla laboriosità, con i suoi giorni ancora abbastanza lunghi ma non troppo freddi, mi trova impegnato nella mia piccola fabbrica. Una fabbrica piccina piccina, silenziosa ma operosa, dove si costruiscono sogni.

E’ ora di tornare al lavoro.

Una data da non dimenticare

Quattordici settembre. Oggi è iniziata la scuola.

Lo confesso, sono stato, e sono ancora, un po’ emozionato.

Avrei voluto tanto accompagnarlo al primo giorno di scuola, come ho sempre fatto. Più di un obbligo era per me un rito, un intenso piacere da assaporare lentamente, da vivere intensamente.

Invece quest’anno, per la prima volta, non ha voluto.

Il primo liceo.

Cazzo, che emozione!

Ricordo il mio primo giorno di scuola al primo liceo.

Una rivoluzione rispetto alle scuole medie, un sentirsi, per la prima volta, davvero grande.

Immagino che anche lui si sia emozionato. Soprattutto lui, che alla scuola ci tiene tanto. A volte mi ha dato l’impressione che per lui sia più importante la scuola che noi, suoi genitori. Di certo gli piace andare a scuola, gli piace apprendere nuove cose, scoprire il mondo attraverso i libri e gli insegnanti.

Ma il liceo è un’altra cosa. E lui lo sa!

Si cambia il modo di studiare, si cambia l’approccio con gli insegnanti, si cambia profondamente, anche se stessi.

Si passa definitivamente e irreversibilmente dalla fanciullezza all’adolescenza, con tutte le gioie e i dolori che questa porta con se. Si cambia anche nei rapporti con noi genitori. E lui questo lo sa!

Sono certo che questa mattina, mentre, apparentemente distratto dalle battute scambiate coi vecchi e nuovi compagni, aspettava il suono della campanella per entrare in classe, era emozionato. Anzi ne sono certissimo.

E lo sono perché abbiamo parlato tanto in quest’ultimo anno del liceo. Gli ho raccontato di quando lo frequentavo io, di una lunga, e forse per lui anche noiosa, serie di aneddoti che a me fanno ancor oggi divertire. Abbiamo parlato delle materie da studiare, della filosofia, della matematica, del latino.

Lui mi ascoltava attento e incuriosito.

Sono certo che stamattina, nello stesso momento, lui nella sua prima aula del liceo, io al bar poco lontano per non farmi vedere, eravamo entrambi emozionati.

Io di più.

Di più perché è una sensazione bellissima, piena, avvolgente, quella di sapere che tuo figlio, proprio tuo figlio, quello al quale hai fatto il primo bagnetto, quello che hai visto piangere alla finestra in braccio alla maestra Giuseppina quando lo hai accompagnato al primo giorno di asilo, quello che hai visto fare i primi metri con la sua bici rossa per la prima volta senza rotelle, insomma proprio lui, adesso va allo stesso liceo che hai frequentato tu.

Forse addirittura nelle stesse aule, e chissà forse, su qualche vecchio stesso banco.

Sembrava non arrivare mai questo giorno in cui si consacra la sua crescita, in cui virtualmente diventa davvero un uomo dal pensiero indipendente.

Credo che anche questa data, come tante altre, rimarrà impressa nel libro della mia vita: quattordici settembre duemilaundici, primo giorno del liceo, un giorno da non dimenticare.

Cazzo!

Buon anno scolastico a tutti.

La luna del 5 settembre

Avevo pensato di fare una cosa originale: non dire neanche una parola!

Ecco invece che, come l’alcolizzato che guarda a lungo la bottiglia di sul tavolo e che si finge distratto controllando con la coda dell’occhio che sia sempre al suo posto, se ne allontana per poi avvicinarsi di nuovo e accostarla al naso per annusarne i vapori e infine si lascia cadere in tentazione, così ho evitato la tastiera fino a quest’ora per poi essere risucchiato nel vortice della digitazione.

E così come il pianista pigia sui tasti bianchi e neri del pianoforte senza guardarli fissando assorto un punto inesistente nello spazio vuoto, sono qui a scrivere.

Potrei scrivere che domenica il Sorrento Calcio giocherà contro il Pavia (che combinazione!), oppure potrei scrivere di quanto mi è mancato nei giorni trascorsi in montagna o del fatto che tra poco inizia la scuola.

E invece, poiché non mi va di essere originale, ricordo di te, del tuo sguardo implorante aiuto, della tua voce flebile ma incazzata.

Perché non dovrebbe essere così?

Perché dovrei fingere di dimenticare la luce fioca di una lampada poggiata su una sedia accanto al tuo letto che disegna il tuo profilo oramai distorto dal gonfiore?

Stasera non mi va di ricordare cose belle, momenti felici, no!

Stasera soffro ancora una volta insieme a te, che non mi parlavi da due giorni.

Stasera, semmai possibile, sento ancor di più ribollire la rabbia. Sento una violenza inespressa espandersi all’interno, e lì compiere la sua devastazione, senza rivolgere la sua furia verso l’esterno.

Potrei raccontare cose orribili, scene raccapriccianti, anche per stomaci forti. Non lo farò perché non ne troverei conforto.

Voglio solo ululare alla luna. Voglio stare solo, chiudere gli occhi e fantasticare.