Costruire la sopravvivenza

Le ore scorrono, i giorni scorrono, i mesi scorrono. La vita scorre.

 

Al momento non ho alternative percorribili, devo e voglio continuare, lasciarmi trascinare lungo la corrente di questa vita.

 

Tuttavia mi trovo in una situazione di stallo. L’emergenza è passata, la normalità non è tornata.

 

Normalità. Parola difficile da considerare oggi. La normalità non è più raggiungibile, oramai mi sono rassegnato. Normalità sarebbe riavere Mauro. Si può? No! Allora niente normalità. Quindi mettiamoci una pietra sopra e dimentichiamo la normalità.

 

Però l’emergenza, ovvero la fase immediatamente successiva alla morte di Mauro, è comunque passata, bene o male che sia andata, è andata.

 

E’ arrivato il momento di progettare una possibile sopravvivenza che riesca a stare in piedi e non crolli sotto il peso del passato.

 

A proposito, sempre per quanto riguarda il passato, sto compilando l’elenco delle cose che odio (ODIO con le maiuscole).

 

E’ un cazzo di problema: sono proprio tante. Pensare che fino a pochi mesi fa le uniche cose che odiavo erano i latticini e le acciughe. Oggi mi trovo immerso in un mare, un oceano di cose che odio. Odio viscerale, odio mortale, odio senza limiti. L’odio fa male a chi lo prova. L’odio produce altro odio. L’odio stressa, consuma, inaridisce.

 

Sto cominciando a pensare che dovrei sterilizzare la mia vita per non odiare più. Ma questo è un altro capitolo sul quale ritornerò un’altra volta.

 

Voglio oggi invece parlare della mia sopravvivenza. Costruire una sopravvivenza è cosa difficile. Trappole sono disseminate in ogni luogo, in ogni occasione.

 

Oggi, come il 29 luglio, è arrivata una corrente fredda. Inaspettata e tagliente come una lama di rasoio. Proprio come allora mi è parso quasi di sentirla entrare. Un sibilo e poi lo sbattere secco di una porta. Ero in compagnia di cari amici. Credo e spero di aver dissimulato bene le mie emozioni.

 

Sono stato catapultato improvvisamente, come in un film si passa da una scena ad un’altra, in una giornata di settembre. Sei del mattino, tapparelle abbassate, luce accesa sulla sedia accanto al letto. Sono seduto sul bordo del letto e ho in mano un libro che sto leggendo, il dito indice tiene il segno delle pagine.

 

Aspetto l’infermiere che viene a fare il prelievo per controllare il pH. Alle sei e sette minuti arriva e fa il prelievo. Chiude la porta alle sue spalle e va a portare il campione al quinto piano dove hanno l’apparecchio per esaminarlo.

 

Rifletto sul fatto che sono proprio ridotto male, dopo due anni di inutili battaglie sto perdendo la guerra, mancano poche ore. Mi trovo lì seduto ad aspettare l’esito dell’esame del pH sperando che sia ulteriormente cresciuto, segnale della imminente morte di mio figlio. Sono due giorni che non sento più la sua voce. Mi rimane di lui solo un corpo straziato, dilaniato dagli effetti del tumore. Una pena immensa, un dolore atroce mi fanno sperare che tutto ciò finisca presto. Che pazzia. Sperare che il proprio figlio muoia il più presto possibile.

 

C’è qualcosa che non va in questa realtà che sto vivendo. Gli prendo la mano, dolcemente perchè gli fa male, e gli carezzo il dorso. Non è possibile, non è possibile, è un incubo. Un fottuto incubo.

 

Mi avvicino al suo viso. Gli sussurro parole dolci, quelle che gli ho sempre sussurrato quando era piccolo e quando poi è cresciuto. A lui faceva piacere.

 

Spero di notare sul suo viso un movimento, una vibrazione, che mi faccia intendere che lui mi ha sentito. Niente, nessuna reazione. Lo guardo nella luce fioca e giallastra della lampada. Gli parlo ancora, gli racconto dei nostri progetti, dei giochi che fino a qualche giorno fa abbiamo fatto insieme.

 

Di tanto in tanto guardo il saturimetro per leggere il valore della saturazione. Il valore è ancora buono, con l’aiuto dell’ossigeno, mantiene. Il respiro però è affannoso, difficile, rumoroso. Saranno i famosi rantoli della morte? Non lo so. Vaffanculo mondo.

 

Continuo a parlargli. Saranno le ultime parole che potrò dirgli? Ma poi è parlare questo? Oppure è solo un mio vaneggiamento?

 

Sono da poco passate le sette. Si apre la porta della camera 23, entra la dottoressa che è stata di guardia tutta la notte. Molto spesso è venuta a controllare come evolveva la situazione, affettuosa.

 

Guardo il suo volto e capisco. Ci siamo! Il pH è salito ancora. Il limite massimo dell’irreversibilità è stato superato. La macchina della morte si può mettere in moto.

 

Dolore.

 

Parole inutili.

 

Non c’è tempo per troppe riflessioni, abbiamo un grosso problema da risolvere.

 

Vera non vuole che Mauro muoia in ospedale. Troppi ne ha visti di bambini rigidamente poggiati su di un tavolo in sala mortuaria. Mauro no! Almeno questo vuole risparmiarglielo. Il poverino ha subito cinque interventi mostruosi, sedici cicli di chemioterapie, radioterapie, gastrostomia, colostomia, ompeopatia, dolori fortissimi, omeopatia, terapie medicinali in dosi da cavallo per anni, oltre venti TAC, otto PET, innumerevoli ecografie, ha subito due autotrapianti di midollo, sei espianti di midollo. Ha subito offese alla sua dignità personale di tutti i tipi in nome della terapia e nella speranza della guarigione.

 

Anche l’oltraggio della impersonale sala mortuaria dell’Ospedale di Pavia no!

 

Sono daccordo con Vera su questo punto, se proprio deve morire, che muoia a casa, nella sua casa di Pavia, che ha surrogato la sua casa sorrentina, ma che per lui ha rappresentato un rifugio accogliente nel quale ripararsi dopo gli impegni terapeutici.

 

Questo però pone un problema. Un serio problema di timing.

 

Portarlo a casa troppo presto potrebbe esporci al rischio di non poter fronteggiare con mezzi opportuni eventuali gravi complicazioni che potrebbero intervenire.

 

Attendere troppo per il trasporto a casa potrebbe significare trovarsi ad un punto tale da rendere il trasporto a casa critico e quindi non più praticabile.

 

Sono già alcuni giorni che discutiamo di questo tra di noi e con i medici. La loro posizione è comprensibile: rimanere in ospedale e dare a Mauro tutta la migliore assistenza medica poossibile. Sono affettuosi e lucidi anche in questo, hanno ragione. Ma Mauro non è il loro bambino e non possono provare quello che proviamo noi, non hanno vissuto con noi negli ultimi sei anni.

 

Noi siamo altrettanto lucidi e abbiamo ragione anche noi.

 

La dottoressa, con grande rispetto e discrezione, ci fa presente che siamo arrivati all’ultimo momento utile per prendere la nostra decisione: ospedale o casa.

 

Chiediamo ancora qualche minuto per consultarci tra di noi genitori.

 

Bastano poche parole. Siamo daccordo: si va a casa.

 

Comunichiamo alla dottoressa la nostra decisione. Lei ne prende atto. Abbiamo ancora qualche ora di tempo, si può fare!

 

Bisogna chiamare un’ambulanza privata per il trasporto munita di ossigeno e di altre attrezzature di rianimazione. Bisogna organizzare il trasporto a casa di tutte le cose che abbiamo accumulato nella stanza nei ventuno giorni che vi abbiamo trascorso.

 

Il tempo passa, le telefonate si avvicendano.

Come è prassi in questi casi firmo le dimissioni sotto la mia responsabilità e contro il parere dei medici.

 

In breve siamo alle nove. Tra un’ora sarà qui da noi l’ambulanza.

 

Ho sistemato il mio computer, il mio libro, le mie cose. Abbiamo procurato due bombole di ossigeno che ci serviranno a casa.

 

Il corridoio, solitamente rumoroso e affollato, è questa mattina sgombro e silenzioso. Un cappa di tristezza è calata su tutto il reparto. Le infermiere ci salutano con un abbraccio silenzioso. Hanno vissuto con noi questo ultimo pezzo del nostro viaggio, si sono affezionate a Mauro, soffrono anche loro. Ma sono abituate.

 

Qualche genitore con il quale abbiamo fatto conoscenza, ha sentito della notizia e passa a salutarci. Ci stringono, non hanno parole, non riescono a non pensare che potrebbe capitare anche a loro di trovarsi nelle nostre condizioni.

 

Penso che non vedrò più quel corridoio che ho frequentato per ventuno giorni, che ho percorso tante volte di notte illuminato solo da luci azzurre per andare a prendere una bibita dal frigo o andare in bagno. Non rivedrò più quella stanza, la numero 23, che in fondo è diventata un rifugio.

 

Non rivedrò più quel fottutissimo ospedale che pure mi avava dato tante speranze e all’interno del quale ho provato le emozioni più dannatamente forti della mia merdosa vita e le delusioni più scottanti che neanche la morte riuscirà a superare.

 

Cazzo come passa il tempo sono le dieci, sto vicino a Mauro e gli tengo la mano sinistra tra le mie e gli parlo, gli parlo, gli parlo, ma ecco che è arrivata l’ambulanza.

 

Lo zaino del computer è sulle spalle, si parte.

 

Comincia l’ultimo capitolo del meraviglioso libro della vita di Mauro.

 

Costruire una sopravvivenza è cosa difficile.

domenica, 31 gennaio 2010

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Giornata della memoria

27 gennaio “Giornata della Memoria”.

Memoria di una guerra persa, senza resa, senza condizioni, senza pietà, senza possibilità di riscatto.

Memoria delle battaglie raccapriccianti, dell’orrore di una guerra ingiusta, di uno sguardo triste, della delusione.

Memoria di un passato schiacciato, distorto, calpestato, frantumato come un cristallo.

Memoria della assenza, della mancanza, di un letto non più occupato, di un libro con la pagina piegata a tenere il segno.

mercoledì, 27 gennaio 2010

Avatar

Ieri sono stato al cinema a vedere AVATAR.
Se ne è parlato tanto ed ero molto curioso. Il film che cambierà la storia del cinema, è stato definito.
C’erano gli effetti speciali, c’era il 3D, c’era una storia.
Tuttavia sono rimasto deluso, mi aspettavo ben altro.
Effetti graziosi, 3D vagamente accennato – ma forse era colpa del cinema -, la storia era una minestra riscaldata. I cattivi terrestri che, per la loro vecchia bramosia di danaro e potere, distruggono la natura, e i buoni che prima vengono sopraffatti e alla fine trionfano in gloria.
Non brutto, ma sicuramente, a mio giudizio, non degno della fama di cui viene accreditato.
Come accade spesso, anche in trame trite e ritrite come questa, si possono trovare altre storie, ed è proprio di queste di cui voglio scrivere in questo post.
Il giovane Jake Sully, il marine sulla sedia a rotelle, viene inviato in un altro mondo, quello di Pandora dall’atmosfera tossica e abitato dai Na’vi, a salvarlo dalla avidità umana.
La sua presenza nel nuovo mondo può avvenire solo grazie alla trasformazione del suo corpo in un avatar, nei panni del quale cambia anche nome e si chiamerà Toruk’Makto. Orecchie lunghe, agilità e intuito gli permettono di salvarsi e di salvare il mondo di Pandora.
Cazzo! Cazzo! Cazzo!
Non vi sembra la storia di Nick che va nel mondo del Popolo abitato dagli elfi per salvarlo? E questa sua missione non inizia attraversando un portale, quello del suo rifugio, nel bosco nel caso di Nick, e quello dei links nel caso di Jake Sully?
Entrambi sono attratti dal mondo in cui giungono, ne sono affascinati per la intimità con la natura ed il rispetto che gli abitanti hanno per questa.
A me sembra che le analogie siano fin troppo evidenti.
Manca la ragazza Neytiri nel racconto di Mauro ma riflettiamo sul fatto che forse ancora non sentiva la necessità di una relazione amorosa. In compenso c’era il grande capo e la sua moglie che con grande saggezza governano Pandora e inviano gli eroi a combattere contro i cattivi. Ci sono i guerrieri che affiancano Toruk’Makto/Jake nella ultima grande battaglia. C’è la sconfitta, quasi definitiva ormai, quando invece gli eroi, oramai sopraffatti, sentono arrivare gli alleati che ribaltano le sorti della battaglia.
Cosa manca in “Nick & Monflick” rispetto ad “Avatar”? I morti!
Mauro non fa morire nessuno. La morte non è contemplata nel suo racconto. Ad essa si sostituisce la sconfitta, non c’è bisogno di morire, basta farsi da parte, scomparire, magari per sempre se fosse possibile. La parola ‘morte’ non è mai citata nel racconto di Mauro!
Purtroppo nel caso della sua guerra personale non è andata proprio così. Lui ha perso e ha pagato con la propria vita. E’ morto.
Ma questo è un altro racconto.
Tornando al film, questo fatto mi ha colpito e mi ha fatto riflettere a lungo durante tutta la durata della proiezione, quasi non riuscivo a crederci.
Ero proiettato nel mondo di Monflick.
Sono sicuro che questo paragone farà sorridere i più benevoli e farà incazzare i più severi. Ma, per me che vivo ancora nel mondo di Mauro, è stata una esperienza particolare.
Poi c’è un’altra storia: la mia.
Sì proprio la mia!
Dal 5 settembre ho il mio personale rifugio. Non è un luogo fisico, è un pò come un link, quella macchina nella quale gli scienziati di Avatar si coricano e attraverso la quale possono andare su Pandora.
Il mio link mi porta sulla mia Pandora, il “Mondo di Mauro”. Mondo immateriale costituito innanzitutto da questo blog e poi dal suo sito, dal suo libro, dalle sue foto, dai suoi disegni, dal suo Facebook, dai suoi quaderni, dalle sue scarpe, dai suoi cartelli che aveva affisso a Pavia per tutta la casa in un momento di grande gioia.
In questo mondo ci sto bene, sento la vicinanza di Mauro, a volte anche l’odore. Le leggi che governano questo mondo sono buone, non vi è cattiveria, non vi è dolore. Mi accontento di sentirlo vicino. Viaggio in questo mondo, incontro persone buone, sensibili, affettuose, comprensive. Appago la mia fame di Mauro in questo mondo, perchè in questa dimensione lui vive ancora. Non vorrei mai fare ritorno.
Poi scade il tempo, devo rientrare alla base, al mondo reale. Quello brutto, dove c’è morte e distruzione, avidità e dolore. Muoiono gli amici, muoiono i parenti, muoino i bambini. Si distruggono le foreste come le famiglie, crollano le case come le scuole, come le vite stesse.
A dispetto del mio peso, mi sento avvizzito in questo mondo senza Mauro, sono scheletrico, avvelenato da una atmosfera tossica.
La mia storia assomiglia ancora una volta a quella di Jake Sully il quale, nel suo mondo, è un povero invalido, non è più buono a fare nulla. Rinasce a nuova vita, bella e felice nei panni di Toruk’Makto nella tribù dei Na’vi e si innammora di quel mondo di quella gente e della loro purezza, non vorrebbe mai fare ritorno alla base. Ogni volta il suo viaggo dura sempre più a lungo e via via diventa sempre più uno di loro. Alla fine sceglie di rimanere per sempre su Pandora.
Ecco, io faccio come Jake, torno sempre con maggior difficoltà, sono innammorato della purezza del mondo di Mauro.
E’ ora, lascio il portale e ritorno al lavoro.

lunedì, 25 gennaio 2010

Ogni volta

Un attimo. Funziona così, basta un attimo.

Basta nominare un oggetto, basta vederlo, basta sentire un odore.

Molto spesso mi capita di imbattermi nella scia della sua vita, anzi della sua ex-vita.

Una piccola borsetta elettrica per acqua calda, un plaid, una confezione di medicine, un gioco, un cappello.

Ogni volta che qualcosa mi capita a tiro mi fa sprofondare.

Non riesco nemmeno ad avere il tempo di capire cosa mi stia succedendo che già sono caduto in fondo al burrone. E ogni volta è un tonfo, un tonfo tremendo. Ogni volta mi faccio sempre più male. Ogni volta devo rialzarmi. Ogni volta devo risalire le pareti del burrone. Ogni volta è una grande fatica.

Non lo voglio, non mi piace, mi fa soffrire, mi fa star male. Ma ogni volta non riesco ad evitarlo.

Per fortuna riesco, almeno questo, a nasconderlo. Non dovrei nasconderlo, ma ne ho quasi vergogna, o forse è solo pudore. Non voglio che gli altri sappiano, non capirebbero, vorrebbero sinceramente aiutarmi, ma non è possibile. Allora meglio che non sappiano.

Per tornare sopra, per risalire, ho comunque bisogno di lui. Le sue foto almeno servono a questo. Le guardo, le riguardo. Non soffro, anzi trovo sollievo. Mi ritrovo di nuovo con lui. Ci guardiamo negli occhi. Ci abbracciamo, come abbiamo fatto migliaia di volte.

Quando era piccolo avevo inventato uno stratagemma per farmi abbracciare. Gli avevo raccontato che gli adulti, per poter sopravvivere, hanno bisogno di una particolare forma di energia che viene loro trasferita dai bambini attraverso un abbraccio.

Così, di tanto in tanto, nell’arco della settimana, se per caso me ne fossi dimenticato, ci pensava lui ad abbracciarmi temendo di lasciarmi morire senza energia.

Poi si fece grande, non ci credeva più, ma mi abbracciava lo stesso.

Lo abbiamo rifatto ancora questa estate, qualche volta. Forse aveva pietà di me, forse ne aveva bisogno anche lui, non lo saprò mai. Per fortuna una volta abbracciati, stretti stretti, lui non poteva vedermi lacrimare. Di energia me ne ha riversata una quantità infinita. Quanto mi mancano i suoi abbracci.

Sto stilando mentalmente l’elenco degli oggetti che odio. Poi forse lo scriverò. Nel frattempo tento di trovare un equilibrio, una soluzione.

Non c’è.

Come in quei sistemi di equazioni che non hanno soluzione, non c’è e basta.

Solo lui potrebbe donarmi di nuovo una vita. Oggi è una sopravvivenza.

Sono un reduce, un sopravvissuto. Del resto non esiste neanche una definizione nel nostro vocabolario. Chi perde la moglie è vedovo. Chi perde il padre è orfano. Ci avete mai pensato? Chi perde il proprio figlio non è classificato.

Di fatto sono orfano e non sono vedovo, ma il fatto di non avere più Mauro non cambia nulla. Andrebbe coniato un termine.

Quanto mi mancano i suoi abbracci. Mi occorrono.

domenica, 17 gennaio 2010

La partita di poker

Forse sarà stata la stanchezza fisica. Forse sarà stato il desiderio di non assistere più, impotente, a quell’immane sofferenza. Forse sarà stata la sbornia di emozioni, di sensazioni. Una o tutte di queste cause mi fecero immaginare che ‘il dopo’ sarebbe stato più sereno.
Non bello, non migliore, ma almeno più sereno.

Non potevo immaginare allora quanto stessi sbagliando.

Pure di tempo ne avevo avuto per considerare, per prepararmi. Avevo stabilito come comportarmi e cosa fare quando sarebbe giunto il momento. E così fu.

Sabato sera infatti, dopo avere sistemato tutte le faccende pratiche, e dopo avergli dato il mio ultimo saluto, andai.

Uscii di casa e andai all’appuntamento, fissato da tempo, con me stesso.

In altri tempi una sorta di pudore, quel pudore che ci impedisce di mettere a nudo i sentimenti, le emozioni, non le parti del corpo, mi avrebbe impedito di raccontare di quella sera. Oggi invece, insieme a tante altre cose, non ritrovo più nella mia vita anche quel pudore.

Avevo pensato che quello sarebbe stato il momento più opportuno per valutare, a caldo e senza alcuna pressione emotiva esercitata dalla sua presenza, se uscire di scena. In fondo, mi dicevo, ho avuto una vita finora tutto sommato soddisfacente anzi, di più, potrei dire bella. Una giovinezza felice e serena grazie a miei genitori che non mi hanno mai fatto mancare nulla a cominciare da un affetto generosamente elargito. Ho incontrato una bellissima persona sulla mia strada con la quale ho condiviso la mia vita da adulto con un legame di autentico amore e stima reciproca. Ho tanti sinceri amici con i quali invece ho trascorso momenti piacevoli. Ho avuto un bambino che mi ha donato, senza mai chiedere nulla in cambio, undici anni di vita intensa, spettacolare, unica ed irripetibile, nella gioia e nella sofferenza.

Dopo di questo cosa altro più posso desiderare?

Come un giocatore di poker che ha avuto una serata di bellissime carte e pure divertente a cui capita ad un certo punto di perdere tutto il suo capitale per cattiva sorte. Non gli resta che lasciare il tavolo!

Quello era per me il momento di lasciare il tavolo.

Ma non lo avrei fatto d’impulso, di getto. No! Mi ero fissato quell’appuntamento proprio per prendere la decisione finale in modo razionale.

Camminavo e riflettevo.

Si fece strada in me quell’idea della serenità.

Non è difficile immaginare che quella sera, così come in tutti i giorni precedenti, la mia vita era letteralmente sconvolta, massacrata. Così il pensiero di raggiunegere una serenità mi allettò, si insinuò nella mia mente.

Stanchezza, emozioni, dolore.

Serenità.

Non fu facile prendere una decisione.

Le ore passavano ma non sapevo decidere. Da un lato c’era il fortissimo desiderio di abbandonare la partita che avrebbe avuto il pregio di annullare all’istante tutta la stanchezza, la delusione, il dolore. Dall’altro c’era il desiderio di provare serenità. Non so descrivere bene cosa sia la serenità ma assomiglia a qualcosa come una sensazione positiva, di benessere. Di fronte avevo la possibiltà di annullare istantaneamente tutte le sensazioni oppure quella di provare una sensazione di riposo dopo la stanchezza.

Stamattina, sotto la doccia, mi stavo chiedendo se, avendo provato ‘il dopo’, avrei fatto la stessa scelta.

sabato, 09 gennaio 2010

2009 – 2010

Un terzo di anno, centoventi giorni oggi. Questo è il tempo trascorso dalle 13:34 del cinque settembre.

E’ tempo di bilanci. In questi giorni c’è stato il suo compleanno, poi Natale infine il Capodanno.

Come è stato il mondo senza di lui? Come è stata la vita senza di lui? Come sono stato io senza di lui?

E’ obiettivamente difficile rispondere a queste tre domande.

Provo a interrogarmi e a dare delle risposte ma mi rendo conto che la mia visione delle cose è per forza deformata dal vetro attraverso il quale guardo l’esterno e me stesso riflesso.

Sul vetro c’è l’immagine di Mauro che, come un filtro, mi consente di vedere solo quello che vuole.

A dispetto del tempo che passa, e che taluni immaginano che possa rendere le cose più facili, la mia vita, ma forse posso dire la nostra, comprendendo colei che con me ha condiviso questa avventura, è sempre più imperniata su di Mauro.

Tutto, che a noi piaccia o no, ruota intorno a lui, alla sua vita a quello che ci ha lasciato e a quello che non ha avuto la possibilità di donarci.

Io, personalmente mi sento come imbrigliato da una sostanza vischiosa, una specie di colla o di melassa: i suoi fluidi.

Il suo sangue che tante volte ho scaldato sotto la mia maglia prima delle trasfusioni, il suo siero, i suoi succhi gastrici, che tante volte ho dovuto eliminare dalla sua pelle irritata attorno ad una gastrostomia vigliacca che lo ha fatto soffrire fino alla fine. Le sue secrezioni gelatinose, i suoi muchi, che lo hanno angosciato per mesi e mesi impedendogli di deglutire come avrebbe desiderato i suoi cibi preferiti, le sue lacrime con le quali ha tante volte manifestato la sua incomprensione per il mondo ostile, per il suo Dio, nel quale pure ingenuamente credeva, e che lo ha vigliaccamente abbandonato al suo atroce destino senza neanche concedergli, come pure fa con tanti, un minimo di umana – non divina – misericordia.

Mauro ha pianto, ha pianto tanto, perchè non riusciva a capire la sofferenza a soli sei e poi sette e poi dieci e poi undici anni. Non c’è nel DNA di un bambino la possibilità di comprendere il perchè di dolori così forti, così profondi, che solo dosi massicce di morfina riuscivano a placare.

Non poteva comprendere il senso della putrefazione della sua stessa carne, delle sue viscere.

Tutte queste sostanze mi avvolgono, ne sento l’odore e mi mantengono legato alla mia storia che in fondo è la storia di Mauro.

Inizia un nuovo anno, mi dispiace lasciare il 2009. Nel 2009 c’era ancora Mauro, oggi sono soltanto più solo.

domenica, 03 gennaio 2010