Notti

Ci sono notti in cui il rumore dei pensieri è così forte che non ti permette di dormire.
Pensi che dovrai svegliarti presto e vorresti riposare, ma quel continuo, intenso, lavorio ti tiene sveglio.
Quelle notti cerchi di concentrarti sulle cose banali che ti condurrebbero al sonno, invece, come folletti dispettosi, ti balzano alla mente quelle immagini che vorresti dimenticare, quelle parole che non avresti mai voluto ascoltare, quelle facce che non avresti mai voluto vedere.
Speri che prima o poi la stanchezza ricacci quei pensieri nei profondi recessi da cui sono sbucati fuori, ma invano.
Speri che in realtà quei ricordi siano sono orribili incubi che, come tutti gli incubi, si dissolveranno quando le luci del giorno ti sveglieranno.
Speri che la prossima volta che lanci uno sguardo all’orologio siano passate almeno quattro o cinque ore.
Ci sono notti, come questa, in cui non ti resta altro che riaccendere la luce sul comodino e scrivere, sperando di addormentarti con la penna tra le dita.

Viaggio a vela

Tante volte dal 10 aprile ho aperto questa pagina per scrivere, ma poi non l’ho fatto. Troppe cose da dire, ma troppo interiori, anche per poterle affidare al mio amico Blog.
In questo ultimo mese ho sentito come se sotto di me ci fosse un magma ribollente. Prima borbotii, poi cupi rombi finchè sono giunti i boati dell’eruzione. Ed eccomi qui di nuovo a scrivere.
Ma questa volta non scriverò di me, ne di Mauro. Oggi voglio condividere alcune riflessioni che nelle ultime ore hanno tenuto costantemente occupato il mio cervello.
Dirò quello che penso a rischio di contrariare qualcuno. Non me ne voglia, ma questo è il mio sentire.
Si tratta della tragica morte di un amico, un ragazzo che ho visto nascere e crescere. Crescere bene, sia in dimensioni (infatti potrei dire che era un colosso, alto, bello, forte, atletico) che in bontà d’animo, secondo i buoni principi di difesa dei deboli e del giusto inculcati dai suoi genitori, che mi posso permettere di definire cari amici e persone perbene.
Giogiò, cosi lo chiamavamo affettuosamente, ieri si è tolto la vita.
La comunità sorrentina è sconvolta. Il dolore che  proviene dal suo gesto è grande per tutti, per quelli che lo frequentavano più assiduamente, così come per quelli che lo conoscevano appena. Uomo (?! per me era sempre il ragazzino Giogiò) buono e appassionato alle cose che faceva con impegno e caparbietà.
Io non voglio aggiungermi al già lungo elenco di coloro che in queste ore stanno scrivendo fiumi di parole, costernati, sconvolti, allibiti, piangendo la sua prematura scomparsa.
Il mio pensiero, addolorato almeno quanto quello degli altri, si aggroviglia però in una spirale che conduce comunque sempre alla stessa conclusione.
Il povero Giogiò avrà avuto degli ottimi motivi che lo hanno spinto fino all’estremo, su questo non v’è dubbio. Non si conoscono, o almeno non ancora. Era perfetta salute, soprattutto dal punto di vista mentale. Intelligente, sveglio, acuto. Quindi non posso addurre alcuna motivazione legata a una sofferenza di questo tipo.
Invece, come accade a molti, a tanti, avrà avuto le sue difficoltà a innestarsi in una società sempre più esigente, sempre più selettiva, sempre meno umana.
Come tutti noi, avrà dovuto subire e accettare sconfitte, piccole o grandi che siano, che avranno reso la sua vita più difficile.
A mio avviso, osservare, come fanno in queste ore alcuni, che il fatto che la sua era una famiglia agiata avrebbe dovuto distoglierlo dai suoi propositi non è corretto. Se si sta male in una collettività, si sta male indipendentemente da quanto ingente sia il patrimonio familiare. È chiaro che Giogiò stava male. È evidente a questo punto che stava vivendo male le avversità che la vita gli riservava e probabilmente aveva ragione a essere incazzato, deluso, scoraggiato.
Ma, e qui giungo alle mie conclusioni, Giogiò non aveva il diritto di annullare una vita, fosse anche la sua. Male ha fatto se non ha condiviso le sue angosce con le persone vicine che lo volevano bene, prima fra tutti la sua futura moglie.
Non appena ho appreso la notizia, dopo un momento di sgomento che mi ha letteralmente impietrito, immediatamente mi è balzata alla mente l’immagine di Mauro, mio figlio, che per mesi (se non per anni) ha combattuto fino allo stremo delle sue forze per strappare al cancro solo qualche giorno in più. Qualche giorno di vita tanto preziosa per lui che ne aveva così poca. Si sarebbe sottoposto spontaneamente ad altri dieci, cento interventi chirurgici, radioterapie, chemioterapie, gastristomie, colostomie, pur di vivere un solo anno in più. Un prezioso anno di vita in più. Ha vissuto gli ultimi mesi attaccato a una pompa da cui si alimentava, usciva per strada in assolati pomeriggi d’agosto con due fori aperti e una borsetta sulla pancia. Eppure voleva vivere, respirare, sorridere, scherzare. Si è persino cimentato a scrivere un racconto, proprio nel suo ultimo mese di vita. E come lui, nei troppi anni che ho vissuto nell’ambiente dell’oncoematologia pediatrica, ne ho visti tanti di ragazzini e ragazzine attaccati con le unghie alla vita da cui sono stati strappati con beffarda violenza che ne deformava i già deboli corpicini.
Giogiò – mi prendo questa piccola libertà in nome dell’affetto che ho avuto per lui e che ho per i suoi genitori – ha col suo gesto buttato una vita intera, altro che qualche giorno. Non era pazzo (lo avrei giustificato). Se non gli stava bene questa comunità poteva andare altrove, magari dove c’è maggior bisogno di dare una mano per aiutare gli altri a vivere (… ce ne sono di posti al mondo). Oppure poteva semplicemente, come tanti, sparire nel nulla e continuare altrove la sua vita oziando o veleggiando come amava fare. Invece ha deciso di porre termine alla sua preziosissima vita. Il suo gesto non mi è piaciuto. Lo dico con sincerità e, ancora una volta, con grande affetto.
Se avesse fatto visita in un reparto di oncologia pediatrica prima di ieri, da persona sensibile e buona quale era, forse oggi sarebbe ancora tra noi, tra le braccia della sua bellissima compagna.
Hai sbagliato questa volta Giogiò, ma ti voglio bene lo stesso e ti auguro un buon viaggio, a vela ovviamente.