Bella giornata di luglio

Magari succede che, depositandoli in questo Blog, poi non me li ritrovo più tra i piedi. Tante volte dovesse funzionare?

Più che ai ricordi, mi riferisco alle sgradevoli sensazioni di rivivere particolari momenti della mia vita.

Fosse che qualche volta la regia ti mandasse in onda quelli belli, felici, divertenti?

No! Non funziona così. Ti devi rivivere di continuo tutte le fasi più brutte e angoscianti del passato. Vabbè pazienza. La cosa è resa ancora più sgradevole dal fatto che sono proprio realistiche queste sensazioni, mica si scherza.

Sono per strada o sono al lavoro, sono a letto o sono al computer, è sempre lo stesso. Gli occhi vedono quello che ho dinanzi a me e il cervello, per i fatti suoi, vede e sente tutt’altro.

Adesso, per esempio, sento caldo perchè è estate, luglio. Sono le undici del mattino, la giornata è limpida, luminosissima, un po’ afosa. Indosso i soliti pantaloncini blu da sport, quelli di Decathlon con l’elastico e i lacci alla vita, nient’altro perchè fa caldo.

La casa è silenziosa: Vera è uscita, la televisione è spenta, Mauro è steso sul divano a fiori.

Mi sono svegliato da poco. Negli ultimi tempi, ovvero da fine maggio in poi, il sonno di tutti noi è una cosa complicata. Come è giusto che sia tutto si regola in funzione di Mauro.

Normalmente Mauro rimane con me a vedere la tv fino a mezzanotte o giù di lì. Poi gli viene sonno e chiede di andare a dormire. Gli do le ultime dosi di medicinali, tre diversi omeopatici, il potassio, due diversi antibiotici, il paracetamolo, l’antidepressivo, le gocce di sonnifero – che non fanno effetto -, consulto il diario medico che tengo sempre prefettamente aggiornato, e no, manca ancora lo yougurth. Cacchio questo yogurth che palle, però gli da qualche posibilità in più di sopravvivere. Lui mi chiede se può prenderlo a letto. Come faccio a dirgli di no. OK!

Adesso ho davvero finito, si può andare a dormire.

Accompagno lentamente Mauro con il suo trespolo con le due pompe, una per la morfina e l’altra per la nutrizione, fino al letto, che condivide con Vera. Lui, poverino, crolla dal sonno. Ma deve ancora prendere lo yogurth. Si lamenta che fa schifo, borbotta, ne prende un po’ ma non basta. Ancora un altro pochino, e ok. Per stasera può bastare. Si addormenta. Il sonno è agitato, ma come potrebbe non esserlo?

Io ritorno in soggiorno di nuovo perchè aspetto che si facciano le due per somministrargli, attraverso la pompa, l’antibiotico della notte. Nel frettempo aggiorno il diario medico.

Alle due provvedo a sistemare il flaconcino sul trespolo e avvio la pompa. Trenta minuti e altri dieci per il lavaggio e così ho finito la mia giornata.

Mi metto a letto e, neanche il tempo di pensare a quello che sta succedendo a me, a Mauro, a noi tre, crollo anch’io in un sonno profondo.

Dopo poco Mauro si sveglia: problemi alla pancia, si alza, si appoggia al comodino e fa le sue operazioni abituali cercando di farsi passare il dolore. Fa una specie di flessioni, fa pipì, cambia una medicazione (da solo) e scambiamo qualche parola. Io lo incoraggio a riprendere il sonno al più presto e lui stancamente mi ripete che non desidera altro ma non è cosa facile.

Sono da poco passate le tre e ci riaddormentiamo.

Dopo circa un’ora si ripete la stessa scena. Per le quattro e mezza dormiamo di nuovo. Così ancora per una o due volte nella nottata.

Poi arrivano le sei, sei e mezza, se siamo fortunati. Mauro mi sveglia e si lamenta che non ha più sonno e che non riesce a dormire e stare nel letto.

Lo accompagno in soggiorno dove, una volta disteso sul divano a fiori, il “suo divano a fiori”, accende la televisione e mette su uno dei canali dove trasmettono i suoi cartoni preferiti.

Poi si gira di lato a pensare distratto.

Io gli chiedo come mai non guarda i suoi cartoni preferiti.

“Papà, non lo sai che fanno sempre gli stessi? Io li conosco a memoria oramai. Loro non pensano che un bambino è malato e sta tutto il giorno in casa, per questo li ritrasmettono varie volte durante il giorno ed anche per più giorni consecutivi.”

Ovvio!

Mi sistemo su una sedia sdraio che ci ha prestato la nostra affettuosissima vicina e cerco di riprendere il sonno interrotto. Ho un sonno bestiale.

Mauro mi da a parlare ed io rispondo a monosillabi con gli occhi chiusi. Lui capisce e mi lascia stare.

Allora accende il computer in cerca di qualche amico di Facebook che potrebbe essere caduto dal letto.

Io riprendo sonno sulla sedia.

Mauro mi chiama, sono le otto. Dobbiamo riprendere con le medicine, cambiare il flacone di morfina, poi gli omeopatici.

“Papà non ti dimenticare che più tardi dobbiamo cambiare la sacca della colostomia!”.

Certo, non me ne dimentico.

Il potassio è sempre uno scoglio duro. Vabbè pazienza, anche questa mattina è fatta.

Mauro si assopisce sul divano a fiori. Meno male, mi fa una tenerezza. Lo guardo, lo guardo, mi si stringe il cuore. Che deve sopportare un uomo nella vita!

Vado a rimettermi a letto per recuperare sonno. Non posso permettermi il lusso di crollare. Nel frattempo si è svegliata Vera, va di la.

Riprende un’altra giornata di luglio.

Vera mi viene a svegliare prima di uscire per andare in farmacia: c’è da cambiare la sacca della colostomia, la gastrostomia perde succhi gastrici, Mauro ha dolore.

Sento caldo perchè è estate, luglio. Sono quasi le undici del mattino, la giornata è limpida, luminosissima, un po’ afosa.

Gli altri ragazzi sono al mare oppure in vacanza. Mauro pazientemente sta aspettando di morire sul suo divano a fiori.

“Papà dobbiamo cambiare la sacca della colostomia!”.

martedì, 29 dicembre 2009

 

Natale

Il senso di colpa mi attanaglia per aver diluito la tua assenza in un oblio voluto, cercato e trovato.

Sono entrato nello specchio sperando di sfuggire a me stesso ma la mia ombra mia ha seguito.

Ora spio il mio riflesso che aleggia ancora sulla sua superficie e non mi piace. Lo detesto.

sabato, 26 dicembre 2009

Ventitredodici

 

Solo da pochi minuti è passata la mezzanotte. E’ arrivato inesorabile e indesiderato il ventitredodici. Adesso sono qui a pensare, penso e ripenso: mi chiedo se si fanno gli auguri di buon compleanno ad un ragazzo morto.

Ho deciso. Non lo so se si fanno ma io te li faccio lo stesso ragazzo mio.

A U G U R I M A U R O

So anche che non ti arriveranno, so che non li potrai ne ascoltare ne leggere, ma io non posso farne a meno. Mi sentirei ancora più scemo se non ti facessi gli auguri per il giorno più bello della tua vita, della mia vita, della nostra vita.

Purtroppo quest’anno il ventitredodici mi trova ancora peggio dell’anno scorso. Sono andato a rivedere le foto. Eravamo tutti e tre fuori forma, lo si legge chiaramente sul volto. Allora avevamo appena finito una battaglia, dura, aspra. Eravamo stanchi, e ci aspettavano prove ben peggiori, lo sapevamo. Ma finché si combatte, la forza viene fuori e la speranza è come droga che ti serve per resistere, per non abbandonare, per attaccarti a tutto ciò che sporge, anche con i denti.

Oggi sono alle corde, in un incontro di boxe che non ho cercato, non ho voluto. L’ho solo subito. Sono nell’angolo e i pugni della vita mi piovono addosso come grandine. Non ho più la forza per tenere alzate le braccia, per abbozzare una difesa. No! Sono inerme, bloccato nell’angolo e paziente attendo il ritmico sopraggiungere dei colpi. L’odore del mio stesso sangue, che oramai imbratta tutta la faccia mi disgusta, mi penetra nelle narici, anch’esse piene di sangue, quell’inconfondibile odore che sa di ferro. Sono stordito non riesco neanche più a sperare nel suono del gong. Intuisco che non arriverà a salvarmi. Altri pugni come legnate si abbattono su di me. Queste temute ventiquattro ore sono iniziate nel peggiore dei modi, non potranno finire meglio.

Il mio avversario continua inesorabile a colpire ed ogni volta che va a segno sento il rumore del pugno che quando tocca il mio viso fa schizzare via una miriade di goccioline di sangue. Ciack, Ciack. L’arbitro non c’è, non può intervenire.

In queste condizioni, mio caro Mauro, mi trovi dopo un anno. Angoscia, rabbia e delusione al posto di speranza. Se tu fossi qui potresti salvarmi. Sei stato un ottimo combattente. Prima di averti, la morte ha dovuto sudare quattro camicie, ha dovuto mettere in campo tutti i suoi trucchetti e le sue malvagità. Ha avuto bisogno di centinaia di miliardi di miliardi di merdose, fottutissime cellule che ti hanno divorato dall’interno, come un cavallo di troia, con l’inganno. Ma tu hai saputo resistere fino all’ultimo, con coraggio e dignità.

Io invece sono stanco. Stanco di non parlarti, stanco di non toccarti, stanco di non ascoltarti. Stanco, stanco. Avrei bisogno almeno di un’ora con te. Mi accontenterei e me la farei bastare per molti mesi, giuro! Io non so combattere come te, sono inerme, sto fermo e aspetto il prossimo colpo. Non sei vissuto abbastanza per insegnarmi a resistere come hai fatto tu. Pensa che anche a “GOD OF WAR” non riesco ad emularti, figurati nella vita.

Quante cose dovevi ancora insegnarmi …

Scusami, quest’anno non avrai i fuochi artificiali che ti piacevano tanto e non avrai la tua torta al cioccolato e non avrai i tuoi amici attorno a te. Solo buio e umido attorno a te.

Buon “NON COMPLEANNO” Ciccio! Ventitredodici

(23 dicembre 2009)

E’ festa

Sono le 02:08 meno male è finita un’altra giornata di festa. Domani riprende il lavoro.

Respiro di sollievo.

Poi mi aspetta il Natale, ma prima del Natale il ventitré, poi sarà il turno del Capodanno.

Sarà dura, ce la farò anche questa volta.

Ma quando ci sarà riposo? Quando?

Già, il ventitré.

L’idea mi frulla già da qualche giorno.

Io sono qui, e sotto di me c’è una distesa infinita di carboni ardenti. Se mi fermo mi scotto e mi faccio molto male. Allora?

Inutile correre, non saprei dove andare, non si vede la fine dei carboni in nessuna direzione.

Cosa fare?

Saltare, questa è la soluzione. Saltare per rimanere per poco tempo a contatto con i carboni. Saltare per non provare dolore. Saltare per far raffreddare le piante dei piedi.

E poi?

Saltare, saltare, saltare.

Prima o poi i miei muscoli cederanno. Non ce la farò più a saltare.

Oggi cercavo il “GGG”, ovvero “Il grande gigante gentile”. Non sono riuscito, ho dovuto smettere e riprendere a saltare. Mi stavo scottando, una brutta ustione.

Una brutta storia!

lunedì, 21 dicembre 2009

 

Guardo l’orologio

Guardo l’orologio, le tredici e dieci.

Il sole è forte, come sempre negli ultimi giorni. Fa caldo fuori. La persiana è abbassata, ma non troppo. La stanza è molto luminosa. So che manca poco. Molto poco. Noi, io e lei, siamo in condizioni pietose. Sappiamo, aspettiamo, viviamo. L’adrenalina funziona come una droga. Sono quasi distaccato da ciò che mi accade. Sono lucido, freddo, impassibile. So che adesso non è il momento. La follia della sofferenza è un lusso che non posso permettermi.

Devo essere lucido, freddo, impassibile nei suoi confronti, per lui, ma anche per lei. Glielo devo. Devo essere spietato ed inflessibile nei miei confronti. Glielo devo, a entrambi.

La stanza è molto luminosa. Si sente l’odore pungente dell’essudato. I liquidi, sospinti dalla pressione interna, passano attraverso la pelle e anche attraverso le innumerevoli lesioni che si estendono dall’alto al basso del tronco e degli arti. I liquidi imbibiscono le lenzuola, le inzuppano. E la pelle continua a macerare. Orrore. Provo tanto orrore. E’ il mio corpo che si sta disfacendo. Ma io sono lucido, freddo, impassibile. Poi ci sarà tempo, tanto tempo, forse troppo.

Il tempo passa lento, la stanza è luminosa, l’odore mi ricorda che le lenzuola sono inzuppate e che la carne macera. Dolore, un atroce dolore, è quello che prova per l’essudazione, per le lesioni che decorano, come disegni geometrici, il suo corpo. Lesioni che sembrano fatte apposta, regolari, di colore rosso scuro. Tutte la stessa larghezza, tutte la stessa lunghezza, tutte luccicanti per il liquido che le attraversa.

Finalmente arriva. Attesa da ore, arriva quasi distrattamente. Si avete ragione – sembra dire – c’è da fare anche questo, me ne ero dimenticata.

Per lei è normale rimanere per ore a macerare nel proprio liquido, negli umori dall’odore acre, che intanto ti macerano la pelle. Me lo chiedo ancora, è normale?

C’è da cambiare le lenzuola. Lo abbiamo già fatto varie volte negli ultimi giorni, senza di lei. Non è stato facile, ma è stato fatto bene. In quelle condizioni niente è facile. Ma con amore, pazienza e intelligenza si riesce a sopravviviera anche ad un cambio di lenzuola.

Fuori della stanza ci sono delle persone, sento il vociare sommesso, rispettoso. Sono dei medici, c’è una infermiera.

Si offrono di aiutarla, di aiutarci, di aiutarlo. No. Non c’è né bisogno! Ho fatto questo centinaia di volte. Sono brava, forse non ricordate chi sono?

Io sono la Carnevale. Nientepopodimeno che la Carnevale in persona. Proprio io. Niente aiuto.

Arriva anche l’infermiere. Poverino non può dire nulla, non può fiatare. Io sono la caposala.

Si comincia. Temo il peggio. Guardo fuori dalla finestra, guardo verso la porta, non capisco, mi sembra impossibile che stia per accadere. No, non qui, non in questo posto, non ci credo. Guardo verso la porta in cerca di aiuto. Questa è pazza – penso. Sento che loro sono fuori ma non hanno l’autorità, restano fuori. Dentro ci sono io, tocca a me.

Sono educato, spiego che non si può fare, propongo una soluzione ragionata, faccio presente che ci serve aiuto, che c’è chi ci aiuterebbe.

Io sono la Carnevale. Nientepopodimeno che la Carnevale in persona. Proprio io. Niente aiuto. Io sono bravissima. Centinaia di volte l’ho fatto.

Lei è la Carnevale, la caposala. Si proprio lei in persona. Niente aiuto, dice. Lei è bravissima, dice. Che cretina – penso.

Ma io sono impotente, non ho autorità. Soffro, soffre lui, soffre lei. Tutti e tre stiamo soffrendo tanto, in modo diverso. Ci riprovo, torno all’attacco, con educazione, con tatto.

Io sono la Carnevale. Nientepopodimeno che la Carnevale in persona. Proprio io. Niente aiuto. Io sono bravissima. Centinaia di volte l’ho fatto.

Si comincia, questa volta davvero.

Bastava poco a capirlo. Non ci si fa. Dolore, lui prova tantissimo dolore. Sofferenza gratuita. Immane. Le sue carni gridano, le sue ossa scricchiolano, la sua pelle urla. Lui è in coma, si lamenta, piange senza piangere, le lacrime rigano il suo volto. Non capisce perché. Dentro di me urlo, sento il dolore della sofferenza gratuita, inutile. Devo resistere.

Finalmente finisce lo strazio. E stata dura, durissima sia per me che per lei.

Abbiamo provato anche questo. L’insulto di vederlo soffrire all’inverosimile, per nulla. Perché lei è la caposala, perché lei è una cretina, perché lei è una stronza.

L’infermiere mi guarda di nascosto, mortificato.

Non credevo che fosse possibile, che sarebbe successo. Undici anni, offeso dalla vita, martire di una caposala cretina.

Per fortuna esce dalla stanza. Non la vedrò mai più. Lo so io, lo sa lei.

E’ venerdì, smonta. Lunedì, al suo ritorno, non ci sarò, non ci saremo.

Penso a quanto la collettività ha speso per ridurre di una inezia il suo le sue sofferenze, penso a quante persone si sono prodigate per lenire di un’inezia il suo dolore, penso a quanto ho fatto negli ultimi anni, negli ultimi mesi, negli ultimi giorni per donargli un secondo di sollievo e penso alla bravissima caposala, che l’ha fatto centinaia di volte, quante tonnellate di dolore fisico, tangibile, materiale ha riversato in pochi minuti su di lui.

Vattene brutta stronza, cretina. Vatti a godere il week-end di riposo. Lunedì non ci sarò, non ci saremo.

Ma non ti dimenticherò mai più. L’ennesima ferita si è aperta dentro di me, ma questa volta è stata proprio gratuita.

Guardo l’orologio, le tredici e quaranta.

Il sole è forte, come sempre negli ultimi giorni. Fa caldo fuori. La persiana è abbassata, ma non troppo. La stanza è molto luminosa. Lui si lamenta ancora. Riprende l’attesa. Lunedì non ci sarà.

lunedì, 14 dicembre 2009

Sorrento, 12 dicembre

12 dicembre. Giornata assurda. La confusione è l’elemento principale della mia vita odierna. Si sommano gli effetti di tante storie, di tante esperienze, di troppe avventure. Troppe perchè non riesco a gestirle tutte insieme, troppe perchè non è giusto che sia stato così, troppe perchè è troppo anche per me.

Ieri sera ho rivisto una persona, una persona molto cara, una persona per me speciale, a cui voglio tanto bene. Pur sapendo che l’avrei vista non mi sono preparato. Penso di essermela cavata bene, non si è accorta di quanto profonda fosse la ferita che ha riaperto, meno male. Lei è un ponte, un ponet tra me e Mauro, tra me e il passato. Un passato che vivo come se fosse il presente. E’ tanto realistico, ma tanto assurdo, che assume le sfumature del irreale, come se fosse frutto della immaginazione. Non è possibile che sia stato. E lei è lì, a cavallo tra il passato, l’assurdo, la mia realtà irreale e il presente. Lei è nella mia vita, tutti i giorni, seduta sulla sedia del tavolo quadrato, accanto alla porta. Lei è lì in piedi vicino alla porta della cucina e sorride affettuosa. Anche lei soffre, lo so. Ma ora lei è qui, fuori della mia vita ma dentro la mia realtà. E’ una scena che ha qualcosa di sbagliato, io lo so e lo sento. Lei non dovrebbe essere qui, io non dovrei essere qui. E’ come far saltare le leggi della fiscia, come se la mela di Newton invece di cadere, staccandosi dal ramo, fosse andata verso l’alto, verso il cielo. E’ tutto sbagliato! Bisogna rimettere le cose a posto, ci vuole ordine e logica. Bisogna far di nuovo coincidere la vita con la realtà. E’ dura.

Mancano poche ore all’inizio. E’ assurdo. E’ assurdo.

sabato, 12 dicembre 2009

E’ sabato

Tre mesi.

Tante cose sono cambiate in queste settimane e tante cose sono rimaste immutate.

Sono arrivato a Sorrento stanco, confuso, frastornato. Il sentimento prevalente era il dolore, dolore per la perdita, dolore per la sconfitta.

Con il riposo è arrivata la calma, la riflessione, la concentrazione e con esse il dolore ha lasciato il posto alla rabbia, la rabbia che non accetta, la rabbia che non sta alle regole del gioco, la rabbia che distrugge.

Si pensa che il tempo sbiadisce e annulla i ricordi o almeno li seleziona.

Invece più tempo passa e più essi diventano vivi ed intensi: non mancano di certo le occasioni per richiamarli, per tirarli fuori dal cassetto.

Anzi, scusa il brutto paragone caro Blog, i ricordi, come un tumore – ovvero come “il tumore” che ha divorato dall’interno il corpo di Mauro – divorano la mia mente, se ne impossessano, la rendono schiava e sottomessa. Rari sono i momenti in cui ne sono libero.

Certo è dolce ricordare e calarsi nei momenti passati, sembra quasi il sollievo che la morfina dona a chi soffre di atroci dolori. I ricordi si susseguono lenti, senza fretta, non si accavallano anzi sono sempre bene ordinati e dettagliati ma poi di essi, vorace, si alimenta la rabbia che cresce e si ingigantisce e schiaccia, come un macigno sotto il suo peso insopportabile, il dolore, la mente, la vita.

Sono le due del mattino è sabato. Un altro sabato da ricordare.

sabato, 05 dicembre 2009