Pensiero contorto

Mi chiedo a volte se la morte di Mauro, che pure ha così profondamente sconvolto la mia vita, dai più banali aspetti della sua quotidianità alle più profonde implicazioni esistenziali, abbia provocato un cambiamento, seppur minimo, nella vita di qualche altra persona.

Mi spiego meglio.

La storia di Mauro è stata seguita, direttamente o indirettamente, da tante persone. Tutti questi hanno esultato nei momenti buoni e hanno sofferto nelle fasi più negative.

Comunque sia sono stati emotivamente coinvolti in misura varialbile a seconda della vicinanza o meno a noi e a lui.

L’epilogo, a tutti noto, è stato triste e doloroso e ha spinto tanti a riflettere sulla propria vita, al senso e al valore che ognuno le attribuisce.

E’ sotto i miei occhi, proprio in questi giorni, il caso di una persona che, pur essendosi espressa in tal senso sta invece adottando un comportamento esattamente opposto, mostando così quanto poco valore attribuisca alla propria vita.

Assistere a questo spreco, oltre che provocarmi sgomento e dispiacere, mi ha indotto a interrogarmi sul fatto se la morte di Mauro, oltre a essere ingiusta ecc. ecc. (non voglio dilungarmi sulla lunga sequenza di sproloqui che mi vengono in mente), non sia stata anche inutile. Ovvero se abbia spinto o meno quelli che ne sono stati coinvolti a considerare diversamente il valore della propria esistenza, la preziosità del proprio tempo, la ricchezza dei rapporti umani.

E’ un pensiero contorto, lo so.

venerdì, 25 febbraio 2011

 

Ci vorrebbe … una vacanza

Tra pochi giorni saranno trascorsi diciotto mesi da quando vivo senza di Mauro.

Che sconvolgimento della vita!

Forse più che della vita, del pensiero. Ma, senza voler scomodare illustri personaggi, in fondo siamo perché pensiamo e dunque la nostra vita esiste in quanto pensiamo e chissà che non coincida con il pensiero stesso.

Potrei paragonare quanto è accaduto al sopraggiungere di una violenta mareggiata che sconvolge la sabbia e il fango depositati da tempo sul fondale marino.

Durante la tempesta tutti i granelli vengono sospinti in alto e sballottati in tutte le direzioni, poi segue un lento depositarsi. Sempre fango sarà ma mai nulla potrà mai essere come prima.

Questo è quanto accaduto nell’ultimo anno e mezzo. E prima?

Prima di allora ci sono state tante altre cose, tante altre scosse di terremoto che hanno fatto tremare i pilastri della mia, della nostra esistenza.

Autotrapianti, interventi, chemioterapie, TAC, radioterapie, presunte guarigioni, ricadute, PET, ricoveri, e tante altre cose che hanno minato le fondamenta del nostro pensiero. E non solo questo.

C’è tuttavia ancora la voglia di vivere, di combattere, di non cedere le armi al nemico vittorioso.

Siamo stati sconfitti, schiacciati, umiliati, ma non annullati. All’interno delle nostre corazze, oramai distrutte e smembrate, c’è ancora una spina dorsale che resiste agli attacchi di un destino cieco e spietato.

Attacchi che, seppure con minore intensità, continuano a cadere puntuali.

Insomma il 25 dicembre del 2003 ha avuto inizio questa guerra nella quale non ci sono stati risparmiati colpi.

Da allora non abbiamo fatto altro che battaglie durissime, lunghe, intense, feroci, ravvicinate.

Battaglie vinte, battaglie perse, battaglie perse, battaglie perse.

Guerre, battaglie, sconvolgimenti, mareggiate, rivoluzioni che ancora oggi ci costringono, controvoglia, in uno stato di continua tensione.

Tutta interiore, tutta sotto la pelle, tanto intensa quanto invisibile.

Tensione che stanca, consuma, erode.

Ecco che dunque arrivo al punto della mia riflessione: ci vorrebbe una bella vacanza. O meglio una tregua.

Ci vorrebbe un po’ di riposo, una licenza dal fronte.

Approfittando dell’arrivo imminente della primavera mi permetto allora di sperare che le nostre buone Parcae (oFatae che dir si voglia) se ne vadano a riposare in qualche bella località e ci lascino in pace per qualche tempo in modo da consentire anche a noi di godere di quello che credo essere un giusto riposo.

Ce lo faranno questo cazzo di piacere?

lunedì, 21 febbraio 2011

10’000 km

Sono all’altro capo del mondo e non riesco a pensare che a lui.

Penso alle sue chemio, ai suoi decorsi post-operatori, ai suoi autotrapianti.

Non riesco a non farlo, non ci riesco.

Si puo’ scegliere cosa ricordare, magari facendo esercizi opportuni, ma non si puo’ scegliere cosa dimenticare.

Dovrebbe essere qui con me e non c’e’ e questo non e’ bene.

Qui a 10’000 km di distanza dovrei rilassarmi, divertirmi e non ci riesco.

Non riesco a dimenticare.

giovedì, 03 febbraio 2011