Che effetto fa?

Che effetto fa stare negli stessi luoghi che l’hanno visto scorazzare felice tra boschi e prati per anni?

Che effetto fa stare qui dove l’ho portato sulle spalle mentre dormiva beato e cresceva sano e robusto?

Che effetto fa usare i suoi bastoni per aiutarmi nel cammino e usare il suo, tanto desiderato, coltellino svizzero? (ricordo con piacere e con tanto dolore quando lo acquistammo in un negozio in Austria)

Che effetto fa aprire il portabagagli dell’auto e trovare ancora i legnetti che lui prendeva dai boschi perché voleva intagliarli?

Che effetto fa percorrere gli stessi sentieri che abbiamo percorso insieme e cercarlo con lo sguardo protettivo senza mai vederlo?

Che effetto fa salire su percorsi duri, faticosi, pieni d’insidie e non doverlo incitare, incoraggiare, lusingare?

Che effetto fa non dovergli più porgere le “caramelle energetiche”, come le chiamava lui, per spronarlo a continuare nel cammino?

Che effetto fa?

Se sapessi descrivere che effetto fa tutto ciò, e tanto altro ancora, forse non sarei solo un padre che piange suo figlio, non sarei un genitore amputato, non sarei un uomo che ha perso per sempre il suo migliore amico, sarei invece forse un eminente psicologo, o un insigne letterato o piuttosto un grande giornalista.

Ma non sono nulla di tutto questo!

Sono solo un essere umano vittima di un atroce furto.

Sono solo un padre a cui è stato derubato il bene più prezioso.

Ma sono anche un fanciullo che, forte delle sua immaturità, non vuole accettare il piatto amaro che gli viene servito dalla vita.

Quindi mi ritrovo a vagare ancora per gli stessi boschi e per le stesse vette alla ricerca di qualcosa che non è possibile trovare, ma che nella mia vita resiste ancora.

Lo so che sbatterò la testa su quelle stesse pietre che invece una volta calpestavo con lui, lo so che ancora una volta tutto ciò che avrò ottenuto non sarà altro che un pugno di mosche, lo so che resterò deluso, ammaccato, schiacciato sotto il peso della mia illusione. Lo so.

Ma questa è la mia vita e non intendo cambiarla. Nella mia vita c’è lui e non intendo farne a meno.

Oggi è mercoledì, nuovo giorno sulle Dolomiti: riprendo la ricerca.

Secondo anno

Tra pochi giorni sarà il cinque settembre.

Quest’anno cadrà di lunedì e probabilmente quel giorno sarò al lavoro.

Due anni sono trascorsi da quella maledetta mattina in cui il suo cuore smise di battere.

E dire che negli ultimi giorni noi non aspettavamo altro, fu quasi una liberazione. Incredibile!

Augurarsi che il cuore del proprio figlio, il cuore di Mauro, smetta di battere, che la sua vita finisca, che il suo cervello smetta di emettere segnali elettrici, che il suo corpo si spenga come un televisore. Incredibile!

Un universo di emozioni costruite in undici anni, una montagna di speranze, di aspettative, un mare di amore riversato su quei venticinque chili di essere umano. Tutto questo cade come un castello di carte trascinando con se te stesso, la tua esistenza.

Una costruzione lenta e accurata di un piccolo uomo, tanta fatica, apprensioni, dedizioni, e poi tante amorevoli cure, mesi, anni di ospedale, giorni interi impiegati per tentare di garantirgli un futuro come tutti gli altri, tonnellate di pazienza, nottate insonni spese a pensare, a sperare, a riflettere e tutto questo crolla in una frazione di secondo. Un attimo prima il respiro – strappato a fatica all’aria calda della stanza – un attimo dopo il silenzio, l’immobilità, il nulla.

Un attimo prima un figlio, Mauro, una vita, tre vite, un progetto di uomo, un concentrato di emozioni, un attimo dopo il nulla, il silenzio, la morte.

Tra le mie mani, tra le nostre mani, solo materia biologica in attesa di putrefarsi, come il nostro futuro.

Tra le mie mani, tra le nostre mani solo un pugno di mosche.

Ancora una volta un pugno di mosche.

Due lunghi anni, due anni che sembrano due giorni, due ore: due minuti.

Sono ancora lì sul letto che lo stringo tra le mie braccia. L’immagine persiste nel tempo e nello spazio mentre lentamente si dissolve per lasciare il posto a un pugno di mosche.

Due anni, secondo anniversario. Che tristezza. Il tempo passa e non dovrebbe. Il tempo è il mio grande nemico. E’ sempre lui che mi contrasta e mi lascia con un pugno di mosche. Maledizione!

La mongolfiera

Qualcuno, con sincero affetto, mi ha rimproverato di non saper tenere i piedi per terra.

E’ vero. Ci ho pensato, a lungo.

Ho stabilito, al termine delle mie riflessioni, che è vero, maledettamente vero.

O meglio è vero quando si tratta di ben determinati argomenti, ai quali mi ritengo – e sono – estremamente sensibile.

Non c’è ombra di dubbio. Quando qualcosa si muove nella melmosa palude in cui vivo, risucchiato in basso dalle viscide sabbie mobili dei ricordi – di quello che è stato e di quello che avrebbe potuto essere – allora, con uno slancio eseguito con insospettabile agilità, spicco il volo sulla mia mongolfiera colorata, sempre pronta a levarsi in alto.

E volo … volo … volo.

E più volo, più si alimenta la fiamma che sostiene la mia mongolfiera colorata. E più la fiamma è grande e più volo in alto.

Sono riconoscente a chi mi ha indotto a queste riflessioni perché mi ha dato l’opportunità di prendere coscienza della mia propensione al volo.

E mi piace. Mi piace essere così.

Mi piace librarmi in volo e guardare il mondo dall’alto, mi piace salire in alto, molto in alto, tanto in alto da entrare nella zona dell’atmosfera dove risiedono i sogni.

Mi piace volare tra i sogni. Mi piace perché nella «sognosfera» – così si chiama quella zona del cielo – non valgono le regole che ci sono giù.

Nel mondo dei sogni i bambini non si ammalano e neanche muoiono e forse neanche gli adulti. Vi chiederete allora che succede, si vive per sempre? No, ma non è che si muore proprio del tutto. Quando uno si è stancato di stare lì si allontana per un po’ di tempo, come se andasse in vacanza, una vacanza più o meno lunga, poi, quando sente nostalgia dei suoi cari, ritorna ed è più felice di prima.

Nella sognosfera non ci sono ospedali, ma soltanto case particolarmente comode e attrezzate dove i bambini possono nascere vivi, belli, sani e robusti.

Lì in alto non succedono terremoti, maremoti, uragani e, pensate un po’, neanche incidenti stradali, ferroviari e aerei.

In quella zona del cielo non ci sono nemmeno le prigioni perché non ci sono criminali, malfattori e assassini.

Che noia penserete. E invece no, perché comunque a qualcuno viene in mente di rubare o di fare del male ma quando ci prova gli succedono delle disavventure gigantesche e paradossali – quasi come in un sogno – per cui non solo non riesce a delinquere ma le innocue disavventure che ne seguono fanno divertire tutti gli altri tanto da farli ridere a crepapelle.

Una categoria di persone che però manca proprio sono pedofili. Quelli stanno tutti in un’altra zona dell’atmosfera dove risiedono gli incubi.

Anche io ci sono stato qualche volta, e non con la mia mongolfiera, ma non mi va di parlarne.

E così va la mia mongolfiera tra sogni, nuvole e allegria.

Chissà però perché poi succede sempre la stessa cosa: la mongolfiera si buca e io e lei veniamo giù di botto.

Non ho paracadute, non ho motori si riserva, non ho i trucchi magici del mondo dei sogni.

Cado, anzi precipito, a velocità pazzesca da tutta l’altezza alla quale sono stato capace di arrivare.

E così ritorno con i piedi per terra.

Anzi, così ripiombo nella palude vischiosa e appiccicosa dei ricordi che intanto è diventata ancora più densa e più estesa perché si è arricchita dei ricordi dell’ultimo volo.

Così è stato anche dopo l’ultimo volo, e l’ultimo tonfo.

Dovrei aver imparato la lezione … e invece no!

Per quanto doloroso, per quanto sconquassante, per quando devastante possa essere l’impatto con il suolo non potrà mai superare il piacere e la gioia di staccare i piedi da terra e volare, volare in alto, nella zona alta dell’atmosfera dove si trovano i sogni.

Addio sogno di mezz’estate.

Golden Gol

Di certo la data del 22 giugno 2002 a nessuno di voi ricorderà nulla di particolare, e così sarebbe stato anche per me se non fosse accaduto quello che sto per raccontarvi.

In quel periodo l’Alitalia proponeva delle offerte di viaggio che chiamava “Girovacanze”. Poiché da circa un anno la nostra famiglia aveva provato il gusto e la comodità di spostarsi con l’aereo, quale occasione migliore per trascorrere qualche giorno di vacanza e di visitare località internazionali di grande attrazione culturale e paesaggistica. Mauro aveva quattro anni e mezzo ed era anche il momento giusto per cominciare a fargli apprezzare le meraviglie del mondo che ci circonda, nuove culture, nuovi popoli, nuovi paesi.

Così a marzo eravamo stati tre giorni a Lisbona. Il bilancio della escursione fu talmente positivo, eccitante e soddisfacente che a giugno decidemmo di andare a Istanbul.

Avevamo programmato questa vacanza di tre giorni tra il 22 e il 25 giugno in corrispondenza della consegna di un lavoro che mi aveva tenuto molto impegnato e quindi uno stacco dallo studio sarebbe stato un toccasana.

Il trasferimento prevedeva di andare in auto fino all’aeroporto di Napoli, dove avremmo preso un comodo aereo alle 6.35 del mattino per Roma da dove infine saremmo partiti intorno alle undici per la meta turca.

Tutto andò secondo le previsioni. Il viaggio fu piacevole e trovammo anche il tempo per fare un breve pisolino in aereo.

Con un’insospettabile precisione giungemmo alla meta in perfetto orario, dove un cortese autista si fece riconoscere col classico cartello su cui era scritto il nostro cognome.

Ci accompagnò al pulmino da 9 posti dove c’era una coppia che aspettava noi per partire alla volta dell’albergo.

L’autista, un giovane turco dalla carnagione scura e dai capelli folti e neri, che secondo i classici luoghi comuni portava anche un folto paio di baffi, lungo il tragitto ci fornì in un buon inglese una serie di informazioni sulla Turchia e sulla città di Istanbul in particolare.

Tra tutte quelle notizie una mi rimase particolarmente impressa, forse perché ne parlai con Mauro che ovviamente non seguiva le spiegazioni del turco, era quella che Istanbul all’epoca vantava ben tredici milioni di abitanti e che la popolazione era stimata ancora in aumento.

“Cacchio” (“Accipicchia” per i puristi della lingua italiana), pensai, tredici milioni di abitanti, sai che casino! Soprattutto in considerazione del fatto che si tratta di una città mediorientale, con il suo Gran Bazar, i suk e il mercato delle spezie.

Comunque sia tra un’informazione e l’altra giungemmo in breve dinanzi all’albergo, dove il gentile autista ci aiutò a tirare giù le valige.

In Turchia il fuso orario è di un’ora in più rispetto all’Italia, quindi tra voli, trasferimenti e check-in prendemmo possesso della stanza intorno alle 15,30 ora locale.

Il tempo di sistemare le valige, i caricabatteria dei telefonini, qualche abluzione e servizietti vari e uscimmo subito in strada alla conquista della città dei due continenti.

L’idea dei due continenti mi affascinava molto e cercai di far capire a Mauro l’importanza della cosa.

Il nostro albergo si trovava nel centro della città, proprio a due passi dalla strada Divan Yolu che conduce alla principali attrazioni della città, dal Gran Bazar alla Moschea Blu, dalle cisterne di Yerebatan (Yerebatan Sarnici) a Santa Sofia. Insomma, tutto il centro storico di grande interesse culturale.

Appena fuori dall’albergo notammo che la temperatura dell’aria era ancora molto alta, il sole a picco, ma si poteva sopportare, e così prendemmo verso destra per raggiungere questa famosa Divan Yolu.

Non ci volle molto per notare due cose: il silenzio assoluto e la mancanza di persone per la strada.

Eppure eravamo praticamente pieno centro di Istanbul, dove diavolo si erano ficcati i rumorosi tredici milioni di abitanti?

Lungo il cammino vedemmo una donna anziana e grassoccia che, seduta sul gradino della sua abitazione a livello strada, lavorava ai ferri. La donna ci guardò passare ricambiando il nostro sguardo incuriosito.

Più ci avvicinavamo alla nostra meta, ovvero alla strada più nota della città, e più tutta la scena ci sembrava surreale.

Ad un certo punto giungemmo nei pressi di una piccola moschea che decidemmo di visitare.

Non c’era ne un guardiano, ne un visitatore, ne un religioso, insomma nessuno, e ancor più insolito era il silenzio che regnava in tutta la zona.

La cosa cominciava a darmi un senso di apprensione. Mi guardavo intorno alla ricerca di qualche altra persona ma non si vedeva nessuno.

Usciti dalla moschea in breve giungemmo sulla tanto attesa Divan Yolu.

Incredibile!!!

Nessuno anche lì.

Non c’era un’auto che passava, una bici, un tram. Neanche una persona, e a guardar bene neanche un cane.

E ancora una volta il silenzio sottolineava l’assenza di “vita” cittadina.

Come era possibile? Ne parlai con Vera in tono scherzoso per non suscitarle ansia, ma più che altro per scaricare la tensione che si stava accumulando.

Scegliemmo una direzione e ci incamminammo lungo il marciapiede di questa larga strada verso Santa Sofia.

Dopo pochi metri finalmente trovammo un negozio aperto: un bar.

– Allora qualcuno c’è – pensai.

Mauro chiese un gelato e così ci avvicinammo al bar all’esterno del quale era sistemato uno di quei frigoriferi a pozzo caratteristici dei gelati confezionati, di colore blu con tanti adesivi che pubblicizzavano i colorati prodotti contenuti all’interno.

L’addetto si mosse svogliatamente verso di noi mentre a gesti gli feci capire che desideravo un gelato di quelli illustrati sul banco frigo.

Il signore si avvicinò al banco, ne aprì lo sportello e andò alla ricerca del prodotto che avevo richiesto.

La scena, che ho rivissuto centinaia di volte, si svolse come al rallentatore.

Mentre lui rovistava nel frigo dei gelati la mia attenzione fu attratta dal piccolo schermo di un televisore che stava sistemato in alto, dentro al bar, su uno scaffale.

Proprio in quel momento potei osservare sullo schermo una palla che, con una parabola perfetta, entrava in una porta di calcio.

Il tutto avvenne in una frazione di secondo che però mi sembro un’eternità. Il pallino bianco, seguito dalla telecamera, scavalcò il portiere e si adagiò dolcemente sulla rete della porta.

Il signore dei gelati stava ora porgendo a Mauro quello che aveva finalmente trovato quando il marciapiede sul quale eravamo cominciò a vibrare e un suono sordo, simile al rombo di un tuono, rapidamente aumentava d’intensità fino a diventare un boato di proporzioni gigantesche.

Non sapevo cosa pensare, se temere qualche pericolo o altro. Stavo porgendo le monete al barista quando anche lui si mise a urlare, chiaramente di gioia, innalzando entrambe le braccia al cielo.

Confesso che ci misi un po’ per collegare i due eventi, il goal e il rombo. Ma nell’arco di qualche manciata di secondi tutti i miei dubbi furono fugati dalla folla delirante che si riversò nella strada. I loro visi sorridenti ed euforici non lasciarono alcun dubbio interpretativo.

Dopo poco apparvero anche le automobili strombazzanti con tanto di persone che sporgevano dal finestrino secondo le migliori tradizioni dei festeggiamenti sportivi. Perfino le auto della polizia e i tram invasero Divan Yolu con tanto di bandiere della Turchia.

Il silenzio di era tramutato in un frastuono assordante.

Cambiammo direzione e ci lasciammo trasportare dal flusso della folla fino a giungere nei pressi dell’ingresso del Gran Bazar dove ci unimmo per qualche minuto a un corteo festante inneggiante, oltre la squadra di calcio, anche il noto Kemal Ataturk.

Quel giorno, grazie al golden goal di Ilhan Mansiz, la Turchia, per la prima volta nella sua storia calcistica, superò i quarti di finale di un campionato del mondo e fu ammessa alle semifinali, dove sarebbe poi stata sconfitta dal Brasile classificandosi comunque al terzo posto dopo aver battuto la Corea nella finale del 29 giugno.

Iniziò così per noi uno dei più bei viaggi tra quelli che abbiamo mai fatto, in una città stupenda e sorprendente, ricca di monumenti, di storia, di cultura e di umanità.

Rimarranno per sempre nei miei ricordi la gioia e la felicità che caratterizzò il nostro soggiorno a Istanbul, città di circa tredici milioni di abitanti.

L’Ulivo

Quella mattina non ero a casa, ero al lavoro, come quasi tutti i giorni feriali.

In quel periodo ero quanto mai felice. Era nato Mauro da poco più di un mese e dire che camminavo a un metro da terra forse è riduttivo.

Fui informato con una telefonata che due signori avevano citofonato dicendo che dovevano consegnare una pianta. Ma non una pianta comune, no. Era un albero di ulivo.

Si trattava di metterlo a dimora nel giardino.

Mi mossi non appena possibile per tornare a casa a capire meglio la cosa.

Al mio arrivo trovai questa bella sorpresa. Un bellissimo alberello di ulivo, alto circa un metro e mezzo che non attendeva altro che di essere piantato nel nostro giardino.

Un mio carissimo amico ce l’aveva regalato per la nascita di Mauro. Doveva essere una sorta di portafortuna simboleggiando la forza, la resistenza e la longevità.

Sappiamo tutti che non ha funzionato in questo senso, ma non per questo ho smesso di amare quella bellissima pianta. Anzi sono sempre grato al mio sempre più caro amico per quel bellissimo dono al quale non rinuncerei per nulla al mondo.

Chiesi ai due gentili signori di sistemarlo in una posizione dalla quale fosse ben visibile dalle nostre stanze da letto e altrettanto salendo dalle scale di accesso alla nostra abitazione.

Fu chiamato l’Ulivo Mauro.

L’alberello mostrò ben presto di gradire la posizione che era soleggiata al punto giusto, senza esagerazione. A poco più di un metro c’era una bellissima pianta di gardenia, enorme, rigogliosa e profumatissima.

Anche quella mi fu regalata e per una quindicina d’anni mi ha donato centinaia di profumatissimi fiori da maggio a fine giugno.

Poi, guarda i casi strani della vita, quando Mauro si è ammalato anche la gardenia si ammalata. L’ho curata per quanto possibile ma nel 2009 è definitivamente seccata.

Tornando all’ulivo, nel corso degli anni ha continuato a crescere sano, forte e robusto.

Nel 2003 all’età di circa sei anni ha fatto anche le prime olive.

Come in tutti questi anni, il mattino, quando mi alzo dal letto, apro le persiane e guardo l’ulivo, giù in giardino.

Adesso non è più un alberello ma un albero vero e proprio. Sovrasta di gran lunga gli agrumi che lo circondano con la sua bellissima e folta chioma e ogni anno produce una bella quantità di olive che mangiamo ben conciate dal nonno.

Dal colore e dalla superficie liscia della corteccia si vede chiaramente che è un albero giovane, molto giovane. Da’ l’idea di un giovane ragazzo nel pieno del suo vigore giovanile, muscoloso, robusto, allegro e vivace. E’ proprio un piacere osservarlo, soprattutto quando il vento, facendo ondeggiare le foglie, innesca un gioco di colori con le gradazioni del verde.

E tutte le mattine, quando guardo fuori dal balcone, mi compiaccio nel vederlo così bello, così imponente e rigoglioso.

Lo stesso faccio quando rientro a casa e percorro le scale che portano al terrazzino. Il mio sguardo non può fare a meno di guardare in quella direzione, anche solo per un secondo, quasi fosse un punto di riferimento.

Qualche settimana fa mi trovavo a scendere da Sant’Agata e mi sono fermato, come faccio spesso, lungo la strada a guardare il panorama, e sono riuscito a riconoscerlo anche da così lontano.

Insomma tutto questo per dire che gli voglio bene.

Si può volere bene a un albero?

Per me la risposta è molto facile: SI!