E’ notte, fa freddo

Sarà la decima volta in questi ultimi giorni che accendo il computer per scrivere sul mio blog. Puntualmente ogni volta le dita mi si paralizzano, proprio come i pensieri. Così, dopo una mezz’ora passata a guardare il foglio bianco che sta sullo schermo, richiudo e rimando a un momento migliore.

Paradossalmente non si tratta di una mancanza d’ispirazione (perché solitamente non è l’ispirazione che mi spinge a scrivere), piuttosto un ingolfarsi di cose, diverse ma ugualmente prepotenti, che dovrei sputare fuori. Come una folla impaurita tenta di scappare attraverso un varco stretto e vi si blocca, così tutti i pensieri velenosi che vorrei estirpare via dal mio cervello, si bloccano nel canale virtuale che dalla mente conduce alle dita.

Ieri sono stato alla presentazione di un libro scritto da una giovane ragazza all’età di sedici anni.

Qualche giorno fa ho dato spiegazioni di fisica a un caro amico di Mauro.

I colori dell’arcobaleno dipinti su un vecchio cancello.

Il grande assente al mio compleanno.

In viaggio finalmente, purtroppo.

E che dire della batteria dell’auto che va a terra senza spiegazione?

La tomba di sant’Eusebio, e poi Hara-kiri.

Il pronto soccorso di notte.

Non sono andato fuori di testa, o almeno non ancora. Sono solo alcune delle tante riflessioni che spingono, scalpitano per liberarsi e liberarmi. Ma non ce la fanno. Come non ce la fanno le piccole barchette a entrare nella Grotta azzurra quando il mare è agitato. Sbattono, ondeggiano ci provano e poi rinunciano.

E’ notte, sono triste, fa freddo e neanche la scrittura mi riscalda.

Sono costretto a rinunciare ancora una volta

 

Uno strano tabù

E’ un tabù? No! Non lo è.

Se ne può parlare, o meglio ne posso parlare e posso chiedermelo, perché è passato un po’ di tempo da allora: sono passati ventotto mesi e due settimane.

La domanda che da tempo mi frulla nel cervello è: “quanto sarebbe alto?”

L’ho lasciato che stava intorno al metro e quaranta, più o meno.

E oggi?

Avendo compiuto quattordici anni potrebbe essere in fase di sviluppo quindi è lecito supporre che avrebbe potuto raggiungere il metro e sessanta o più addirittura.

Sì, lo ammetto. Sono proprio curioso di sapere a quattordici anni quale sarebbe stata la sua altezza.

Neanche a dirlo che fame che avrebbe avuto. Non si può negare che, prima del sette ottobre duemilasette, fosse una buona forchetta. Oggi di certo avrebbe mangiato un bue, come era solito dire quando aveva molta fame.

Magro o robusto?

Qui già ho qualche difficoltà, ma propenderei per il magro.

La cosa che invece non riesco proprio a immaginare, per quanti sforzi possa fare, è l’aspetto del suo viso con la peluria di una barba adolescenziale. Non riesco proprio a pensarlo senza la sua pelle del viso liscia e delicata. Dal profumo gradevole e delicato che mi piaceva da morire.

No. Non ci riesco proprio. Mi è stato strappato via troppo presto perché potessi leggere un vago accenno al suo viso d’adulto, anche se lui, controvoglia, adulto era già.

 

Supermercato

L’altro ieri mi trovavo per lavoro a Manfredonia e, dovendo comprare alcune cose, ho fatto una piccolissima deviazione dalla superstrada che conduce a Foggia per entrare in un centro commerciale.

Finalmente, grazie a questa deviazione, ho trovato lo spunto per parlare del mio rapporto con i centri commerciali.

Premetto che come istituzione non mi piace. Li trovo spersonalizzanti e penso che, a fronte di un indiscusso risparmio per i clienti, producano un progressivo depauperamento, anche culturale, dei centri storici. Di certo provocano una inarrestabile invasione di negozi di abbigliamento che sopprimono e soppiantano le vecchie botteghe artigiane: i salumieri, i verdurai, i macellai e così via. Con la sparizione di questa attività si perde anche il piacere del rapporto umano tra commerciante e massaia. Ci si accontenta della fiumana di persone che il sabato pomeriggio marciano sulle vie del centro a guardare le vetrine sfavillanti di abiti e scarpe sempre più irraggiungibili.

Ma non è di questo che voglio parlare.

Quello che mi interessa evidenziare è invece il mio rapporto con i centri commerciali. Sì, perché esiste un legame, anche forte, tra me e loro.

L’antefatto è che, avendo trascorso, com’è noto, un periodo non breve della nostra vita a Pavia, siamo stati costretti a fare i nostri acquisti nei centri commerciali della zona.

Ricordo che, appena giunti, nell’oramai lontano gennaio del 2004, andai a comprare dei generi alimentari di prima necessità (pizzette e coca-cola) alla COOP di via Campari, che si trovava sulla strada tra Pavia e Pieve Porto Morone dove dormii per alcuni giorni.

Dopo qualche giorno prendemmo casa proprio a via Campari, a due passi dalla COOP, che fu eletta nostro fornitore preferito.

Successivamente conobbi, anzi conoscemmo, l’ESSELUNGA, il BENNET e il GS e l’OTTAGONO.

Fu solo nel 2007, quando dovemmo fare il nostro mesto ritorno a Pavia per la prima ricaduta di malattia nell’ottobre di quell’anno, che c’imbattemmo nel centro commerciale LECLERC inaugurato l’8 dicembre. Nello stesso periodo conoscemmo anche l’IPER di Montebello della Battaglia. Per dovere di cronaca devo aggiungere anche il GEANT di Poitier, che ha avuto un ruolo altrettanto importante in quella che mi ostino a chiamare “la nostra storia”.

C’è un motivo per cui ricordo così bene questi nomi, precedentemente a me ignoti. Essi non furono solo esercizi commerciali furono invece, ognuno di essi in maniera diversa, alcuni dei palcoscenici sui quali s’intrecciarono storie di gioie, dolori, delusioni, speranze.

Potrei stare delle ore, e masochisticamente lo farei con piacere, a descrivere minuziosamente, per ognuno di essi, le disposizioni dei banchi, degli scaffali, perfino delle casse, perché ad ogni singolo reparto di questi centri commerciali è legato indelebilmente un momento, un ricordo, della “Storia di Mauro”.

Ad alcuni di questi centri sono legati ricordi belli, ad altri ricordi terribili. In alcuni di essi ho festeggiato con Mauro la fine della malattia. In altri ho passeggiato tra gli scaffali come uno zombie non riuscendo a comprendere l’accanimento del destino, la cattiveria della vita. In alcuni di essi abbiamo comprato insieme i giochi per Mauro, la macchina del pane, la televisione, il computer di Mauro (a proposito che gioia che ebbe quel giorno, e che dolore sento a ricordarlo). In altri girovagavo alla disperata ricerca di qualcosa che lui potesse deglutire. Quante ore ho trascorso con Mauro e con il carrello della spesa a pensare cosa cucinare agli amici che stavano venendo a Pavia per trascorrere qualche giorno (sempre pochi per lui) con noi.

Luoghi banalmente comuni i supermercati, i centri commerciali. Luoghi nei quali ho, anzi abbiamo, versato lacrime, a volte di gioia, spesso di dolore.

Mi fermo perché fatti, racconti, momenti, premono per conquistare l’onore della cronaca in questo post che però diventerebbe ancora più noioso e patetico di quanto già non sia.

Se ho raccontato tutto questo è perché desidero condividere, con chi frequenta questo blog, la mia piccola pazzia che mi fa vedere, ogni volta che metto piede in un cento commerciale o in un supermercato, il mio piccolo Mauro mentre spinge il suo carrello pieno di gioie e di dolori, di speranza e di rassegnazione.

Dunque anche lì, a Manfredonia, nel centro commerciale nel quale Mauro non è mai stato, ho provato questa indescrivibile emozione. Era tardo pomeriggio e se quei tre ucraini che facevano incetta di dolciumi da mandare a casa alle loro famiglie fossero stati in silenzio avrebbero potuto ascoltare il rumore del battito accelerato del mio cuore che rimbombava nel supermercato.

… a proposito “Tanti auguri mamma! <3”