L’appuntamento – prima parte

È accaduto! È accaduto senza una precisa volontà, senza la consapevolezza che volessi farlo accadere. Tuttavia è stato come se l’avessi programmato da tempo: un appuntamento con i miei fantasmi.
Non ho avuto esitazioni, era dunque giunto il momento e non mi sono tirato indietro. Grazie alla sveglia mi sono preparato in tempo, ho lasciato l’albergo e mi sono diretto alla Stazione Centrale, come se fosse la cosa più banale del mondo.
Mi sono presentato al cospetto di quella città con una serenità che non avrei sospettato di provare.
Attraverso il finestrino del treno si susseguivano, scorrendo via veloci, i campi appena arati che aspettavano solo di accogliere le piccole piantine di riso.
La prima cosa che ho riconosciuto è stata la stradina del passaggio a livello. Nonostante ci fossero dei lavori stradali in corso, non ho avuto dubbi: era proprio lei.
Stumpft! Un colpo al cuore: lui era lì.
‘Cazzo! Com’è possibile?’
È durato quanto un soffio, il soffio del treno che sfreccia veloce oltre la sbarra metallica. Improvvisamente la luce è diventata abbagliante, quella di un caldo pomeriggio del mese di luglio.
La macchina è ferma, col motore spento. Gli sportelli sono aperti, siamo scesi per veder passare il treno.
Lui è accanto alla sbarra mentre io gli sto scattando una foto con la nuova macchina fotografica che gli abbiamo appena regalato, una piccola Nikon verde. È sorridente, scherziamo sul fatto che ogni volta che si passa di lì c’è sempre un treno in arrivo, per cui troviamo passaggio a livello chiuso. Fa caldo ma l’aria è ugualmente piacevole. Leggo sul mio volto profonda amarezza mista a rassegnazione. Il futuro è già scritto, ma la cosa che più mi causa timore, anzi terrore, è il sospetto che entrambi sappiamo cosa accadrà di lì a poco e che entrambi interpretiamo con diligenza il ruolo che ci è stato assegnato.

Al passaggio a livello

Al passaggio a livello

Il treno è andato oltre, neanche il tempo di riprendermi dallo shock, che eravamo già in vista delle prime case. Ho riconosciuto le case lungo la strada statale che porta a Milano, poi lo svincolo della tangenziale. Ho provato la sensazione di tornare a casa ma, anche in questo caso, non c’è stato tempo per impadronirmi di questa sensazione che sono apparse le torri del nuovo edificio del San Matteo. Finalmente le vedo ultimate, svettanti al di sopra di tutti gli altri palazzi che stanno attorno. Ho assistito da una finestra a tutte le fasi della costruzione. Nel 2004 gli scavi con i drenaggi, poi i primi getti delle fondazioni. Quando poi sono tornato nel 2007 tutti i piani erano stati elevati e si lavorava agli impianti e alle finiture interne ed esterne.
Ed eccolo lì, proprio davanti alle torri, nonostante i suoi sei piani, sembra adesso piccolo piccolo al loro cospetto: il padiglione di pediatria. Lo sguardo va veloce al quarto piano.
Quanti ricordi, quante ore, quanti giorni trascorsi in quel quarto piano, ma anche al piano terra, il Day Hospital. Praticamente una vita. Non nel senso del tempo, ma dell’intensità. In quelle stanze, tra quelle mura con le fasce arancioni che avrebbero dovuto inutilmente nascondere la tristezza. Una profonda tristezza, più di profonda di quanto l’animo umano possa ragionevolmente sopportare. Lì, tra quelle mura, s’è consumata tutta un’intera vita, o forse tre.
Il convoglio rallentava, finalmente in stazione. Sono sceso dal vagone lentamente. Sapevo già cosa avrei fatto una volta arrivato lì, ma non volevo avere fretta. Desideravo affrontare con ferma pacatezza quell’incontro tra me e la città, che non sentivo come nemica, piuttosto come una compagna di lotta, perdente come me.
Appena giunto sul piazzale esterno, è accaduto di nuovo, l’ho visto ancora.
Questa volta sta accanto alla macchina, la nostra solita vecchia macchina, che uso ancora oggi. È parcheggiata vicino al posto delle bici. C’è anche il pullman, quello che fa la corsa per l’aeroporto di Linate. Fermo sul marciapiede della stazione, osservo la scena, inizialmente con stupore, poi con dolore. Questa volta ho tutto il tempo che voglio per osservare. Ci siamo tutti e tre, tutta la mia famiglia, tutto il mio mondo, la mia vita, la mia esistenza. Non so bene, forse siamo venuti ad accompagnare qualcuno che deve prendere l’aereo per ritornare giù, a casa. Lo abbiamo fatto tante volte, prendere chi veniva a trovarci e poi riaccompagnarlo al pullman. Quante volte ho visto la sua gioia esplodere nel vedere lì, nel piazzale della stazione, un amico o un’amica scendere dal pullman dell’aeroporto per trascorrere qualche giorno con noi, con lui soprattutto. E poi, dopo qualche giorno, la sua rassegnata tristezza nel riportare di nuovo l’ospite all’autobus, sapendo che sarebbe iniziata di nuovo la routine giornaliera, fatta solo di ospedale, televisione, di battaglie e di sofferenze.
È proprio questa la scena che sto guardando, li vedo bene adesso, Sabrina e Federico. Sono accanto al pullman e stanno andando a prendere un aereo che li porterà verso la Sicilia.
Li rivedremo? Forse. Quando? Chi lo sa? Il piccolo compagno di giochi e di terapie ci lascia, lascia la città, lascia l’ospedale, per fare ritorno a casa. Beato lui. Ma non c’è traccia d’invidia. No, ne sono certo. Sappiamo tutti e cinque come funziona la cosa. Quando qualcuno parte, si è felice per lui, uno in più messo in salvo. Peggio, molto peggio, è quando qualcuno di loro non ce la fa. È questo ciò che stronca la speranza, che smorza le forze, che mette a dura prova la resistenza.
Sono paralizzato, il piacere immenso di rivederlo mi blocca.
Lui è sorridente, nella sua polo arancione, che gli va troppo grande. Lo vedo è lì, dinanzi a me, col pantaloncino corto che non nasconde le gambine che sembrano stecchini e con i suoi sandaletti blu che ha portato per tutta l’estate. È magrissimo. Ma è quel cappellino verde con la visiera, che pretende di nascondere la sua calvizie indotta dalle venefiche chemioterapie, che mi rende … Non so descrivere come mi rende, non riesco a trovare le parole. Forse rabbioso, o forse intenerito, o forse ancora impazzito dalla gioia di vederlo e dal timore di non vederlo più. Non lo so di preciso. So solo che vorrei rimanere lì per sempre e continuare a guardarlo.
Temo che spostandomi la visione possa svanire ma fortunatamente non accade. Mi vedo, io sono lì con loro, sono appoggiato alla macchina e li osservo pensieroso.
‘Chissà quando toccherà a noi? Chissà quando lasceremo questa città? Chissà quando accadrà che ci torneremo solo per salutare le persone carissime che sono qui e che ci hanno aiutato come se fossimo della famiglia? Chissà che succederà?’
Ed ecco il pullman partire, subito dopo risaliamo in auto e ce ne andiamo. Vedo l’auto puntare verso la piazza della Minerva.
Fu allora e solo allora, che cominciai a dubitare di me stesso. La prima volta poteva essere stata un’impressione, la suggestione forse mi aveva fatto uno strano scherzo.
Ma lì, nella piazza della stazione, non era andata così. Ero certo di averlo visto. Sono stato fermo a guardarlo a lungo e lui era proprio lì, davanti ai miei occhi. Cosa mi stava succedendo? Stavo forse impazzendo? Ma, se non sono impazzito quel merdoso cinque settembre, difficilmente potrà accadere nella periodo che mi resta ancora da vivere.
Dovevo andare, dovevo sperimentare altro, in fondo ero lì per questo. Dovevo andare all’appuntamento.
L’idea iniziale del taxi fu sopraffatta dall’incontenibile desiderio di riappropriarmi del centro della città. Mi sembrava di non ricordarne più nulla. Non avevo più a mente i nomi delle strade, delle piazze, non ricordavo neppure come raggiungere luoghi caratteristici, che pure una volta frequentavo assiduamente ma che progressivamente erano svaniti dalla mia memoria.
Ero fatalmente attratto da quelle viuzze, da quelle piazze silenziose. Dovevo calpestare quelle stradine di ciottoli di fiume sentendo il rumore dei miei passi riecheggiare, come già tante volte avevo fatto nelle mie passeggiate solitarie nei tanti pomeriggi trascorsi a rimuginare sull’incerto futuro. Desideravo da morire rivederlo ancora. Avevo bene o male capito che era possibile, non sapevo come e neppure volevo chiedermelo, ma avevo sperimentato che era possibile vederlo.
Dopo le scottanti delusioni delle centinaia di volte in cui lo avevo incontrato in sogno, per poi vederlo dileguare dispettosamente al mattino, desideravo, come nulla di più al mondo, trovarlo ancora. Non dovevo far altro che cercarlo. Doveva essere ancora lì, in città. E forse, quando sarebbe accaduto, avrei potuto ritrovare anche una parte di me stesso rimasta imprigionata in quel benedetto paese.
Non appena mossi i primi passi, accadde un’altra cosa straordinaria. Avanzando verso la piazza successiva, così come si vede a volta in qualche trasmissione televisiva, dinanzi ai miei occhi, come ologrammi, decine e decine d’immagini s’andavano componendo in maniera ordinata, ricostruendo, o meglio ricomponendo, la memoria dei luoghi. Così capitava che, prima ancora di precorrere un pezzo di strada, sapevo già quali negozi avrei trovato, quali scorci avrei potuto osservare e così via. Tutte cose che avevo rimosso dalla memoria, almeno quella cosciente.
La sensazione che provavo era quella di essere in una di quelle attrazioni da parco di divertimenti in cui gli effetti speciali ingannano i sensi mostrando scene impossibili a verificarsi nella realtà. Così mi addentrai nel ventre della città, assaporando ogni passo che facevo, camminavo circondato da tessere di un mosaico che andavano via via accostandosi ordinatamente, ognuna al proprio posto, fino a formare una nitida immagine. Illusione e realtà si andavano fondendo facendomi ritrovare insieme protagonista e spettatore di un incredibile spettacolo. Ritornava in me la familiarità dei luoghi e con essa la certezza che mi sarei imbattuto di nuovo in lui, magari a passeggio per le stradine che avevamo precorso e ripercorso per ingannare il tempo nella vana attesa di un’agognata guarigione.
Fu così che mi ritrovai nella piazza, quella più vicina alla stazione, che prende il nome dalla grande statua della Minerva. Come un film che va avanti a velocità vertiginosa, mi scorrevano negli occhi, più che nella mente, le immagini legate a quel luogo. Poi d’un tratto, mi volto di scatto verso destra ed eccola lì, la farmacia. Ricordai di esservi andato una domenica mattina alla ricerca di un unguento che potesse lenire un dolore che aveva alla bocca. Ne ricordo ancora il nome, “San Patrizio”. Non so dire perché la ricordo così bene in quanto la nostra farmacia abituale era un’altra che si trovava in tutt’altra zona della città. Di quest’ultima, ricordo perfino i volti delle commesse, una in particolare, con la quale era nata dopo mesi e mesi di frequentazioni e di acquisti di medicinali, tra i più vari e strambi possibili, una sorta di amicizia che si concretizzava con l’informarsi sull’andamento delle cure e sulle alterne sorti delle terapie.
Lasciai la farmacia alle mie spalle e mi diressi a passo lento verso il corso principale, in direzione del centro della città.
Qualcuno ha detto che quando si lascia un posto vi si lascia sempre qualcosa di sé. Penso che sia proprio vero. Più mi addentravo nel cuore della città più avevo consapevolezza che mi stavo riappropriando di pezzi della mia vita che invece avevo dato per dispersi. Negozi, piazzette, vicoletti, persino i ciottoli di fiume della pavimentazione stradale, mi appartenevano e stavano riprendendo il loro posto dentro di me. Riuscivo persino a riconoscere l’ombra delle lacrime che avevo lasciato cadere su quelle pietre durante le mie uscite solitarie.

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