Distillato

Una scatola che contenga tutta la vita, colma di oggetti, tra i più disparati, spalmati della tua essenza.

Fialette di vetro che racchiudono estratti del tuo profumo.

Conchiglie marine che, accostate all’orecchio, propagano il suono della tua voce.

Fiori secchi che raccontano delle tue Processioni.

Fogli strappati da un quaderno che mostrano i tuoi disegni fantasiosi.

Il libro che stavi leggendo con la piega sulla pagina a tenere il segno.

Legnetti intagliati intrisi della tua voglia di vivere.

Il primo dentino caduto.

Scarpe da ginnastica rosse e argentate poggiate ai piedi del tuo letto.

La macchinetta dei denti portata appena tre giorni.

L’ultima registrazione della tua voce sul mio telefonino.

 

Distillato incompleto di una esistenza troppo breve.

martedì, 16 novembre 2010

 

Il numero giusto

Non ho difficoltà ad ammetterlo: sono una vera schifezza di giocatore.

Tuttavia, quando mi trovo in una città dove c’è un casinò mi piace farvi una capatina, provare l’emozione per una sera di fingere di essere una sorta di James Bond.

Quando vado al casinò gioco sempre alla roulette. Mi piace, mi diverte. Ovvio che gioco pochi soldi, non posso permettermi di eccedere, giusto quanto basta per provare quel pizzico di brivido d’azzardo.

Da quando vi sono stato la prima volta punto sempre sullo stesso numero, al quale magari affianco altre giocate.

Ho trascorso ore al tavolo verde guardando speranzoso la corsa e poi la danza finale della pallina bianca e solo una volta finora l’ho vista rintanarsi nella casella del numero su cui avevo puntato.

Lo so che non si gioca così. Ma così mi diverto e quindi niente critiche.

Le mie puntate alla roulette, come le avventure della mia vita, spesso non vengono coronate dal successo. Nonostante questo, cocciuto come un mulo, continuo, placido e imperturbabile, a fare lo stesso gioco, a puntare secondo la mia convinzione.

La cosa importante è divertirsi, o meglio provare emozioni, forti emozioni, il che, tradotto in altro registro, significa anche sentirsi vivi, partecipare attivamente al gioco della vita e non soffermarsi a osservare gli altri giocare scrutando il tavolo da dietro le spalle di qualche altro spettatore.

E allora io gioco. Gioco e faccio le puntate sul mio numero preferito, sempre lo stesso. Caparbiamente punto sul mio numero.

A ogni puntata rischio di perdere, e spessissimo perdo.

Ma ne vale sempre la pena.

Così come l’ultima volta.

L’ultima volta ho puntato ancora, anzi ho alzato la posta.

Ovviamente sempre su quel numero.

Ho visto il croupier lasciare la pallina bianca vorticare in alto sul piatto. Sembrava non volersi fermare. Poi, d’un tratto, è piombata giù. E lì ancora a saltare avanti e indietro, a destra e a sinistra.

Il mio sguardo, magnetizzato dall’elegante volteggiare della sferetta, la seguiva nelle sue bizzarre evoluzioni.

Poi di colpo si è fermata, quasi accasciata per la stanchezza.

Col fiato sospeso ho atteso che la ruota si fermasse perché mi sembrava che la casella scelta dalla sorte fosse proprio quella del mio numero.

Delusione!

Era quello giusto a fianco.

Peccato.

Ma qualcosa ho comunque vinto: brividi e emozioni.

Certo ho perso qualcosa, ma “tengo la capa tosta”.

Non sono ancora stufo di giocare.

Prima o poi, quella benedetta pallina bianca, dovrà fermarsi ancora una volta alla casella giusta.

Spero solo che non sia troppo tardi.

martedì, 09 novembre 2010

Qual’è l’ultima?

Forse un giorno non avrò più bisogno di questo blog.

Forse i temi qui trattati, non interesseranno più nessuno (o forse già oggi è così).

Forse, pur avendone bisogno, semplicemente non saprò più cosa scrivere.

Intanto le cose vanno così e io sono ancora qui a parlare a me stesso perchè, evidentemente, i tempi della “elaborazione” non sono uguali per tutti e forse non è possibile né prevederli né misurarli.

Candidamente confesso che preferisco – forse per una forma di vigliaccheria? – venire a depositare in questo scrigno i miei pensieri e le mie emozioni, pur tradendo l’interiore pudore che vorrebbe non esporre a un pubblico – seppur selezionato e ristretto – una parte così intima e profonda della mia vita cosciente, anzichè serrare i pugni così forte da far diventare bianche le nocche delle dita e far penetrare le unghie nella carne del palmo fino inciderla e quindi sferrare, consapevole del dolore che proverei, cazzotti nel muro fino a sporcarlo col sangue delle ferite.

Questo schermo, che ho dinanzi a me, è il muro e queste parole sono i miei cazzotti.

L’effetto è lo stesso.

In questi giorni si è concretizzato un pensiero. Il pensiero, in breve, si è tramutato in panico.

E’ stupido, ho quasi vergogna a dirlo, ma per me è così importante da farmi desiderare di sferrare cazzotti al muro: NON POSSO PIU’ FOTOGRAFARE MAURO!!!

Penserete che è una banalità, che è un evidente effetto della sua scomparsa.

Eppure per me non è così. Gliene ho scattate tante di foto. Le vedo quasi quotidianamente per un motivo o per un altro. Per anni, guardando quegli scatti, ho pensato a come migliorarli, come farne di più belli, di più divertenti, di più luminosi.

In questi quattrodici mesi, che sono letteralmente volati nel mio universo temporale, ho passato e ripassato e sue foto, le ho scelte per questo o quest’altro motivo, le ho stampate, ritagliate, incorniciate, pubblicate.

Insomma ho svolto un’intensa attività con le sue foto. Ma non avevo ancora realizzato, con la parte meno cosciente – ma più vera – di me stesso, che non avrei potuto farne altre.

Ce ne sono alcune sfocate che, in altri tempi e in altre circostanze, avrei cestinato senza pensarci sopra una frazione di secondo. E in breve avrei provveduto a scattarne ancora.

Mi chiedo – e conosco la risposta – qual’è l’ultima foto che gli ho scattato?

Guardo invece a lungo queste immagini che riempono il grande schermo e che non potranno mai essere ripetute. Che lo ritraggano sorridente o imbronciato, divertito o annoiato, sembrano burlarsi di me con la loro unicità procurandomi una profonda frustrazione.

Immobile, prigioniero delle due dimensioni di questo schermo, derubato della vita, mi fissi a tua volta, a tratti malinconico a tratti beffardo.

giovedì, 04 novembre 2010