La sua partita

Aveva imparato da me all’età di circa cinque anni. Gli era piaciuto subito il gioco degli scacchi.
Poi siamo dovuti partire la prima volta per Pavia e, come tante altre cose, gli scacchi sono finiti nel dimenticatoio.
Al rientro a Sorrento abbiamo ripreso a giocare con una certa assiduità. Non so se considerarmi stupido o idealista ma, nelle partite che facevamo, mettevo impegno, come lui stesso faceva, solo che essendo più esperto riuscivo a vincere facilmente. Ero convinto che farlo vincere apposta, come si fa spesso con i bambini, non fosse un buon insegnamento. Ma forse, a pensarci bene, per me non era un bambino: era il mio amico Mauro. In ogni caso, ritenevo che giocare con lui senza concedergli vantaggi fosse uno sprone a farlo migliorare, a dargli mordente. Non so se oggi farei ancoralo stesso; me lo sono chiesto più volte ma non ho saputo darmi risposta.
E così siamo andati avanti per un bel po’: ad ogni partita vincevo io ma lui cresceva sempre di più.
Una volta ero di ritorno da un viaggio di lavoro che mi aveva tenuto lontano da casa per tre gioni. Arrivai la sera tardi, dopo le undici, e trovai Mauro che mi aspettava impaziente. Indossava il suo pigiamino celeste e aveva la scacchiera di legno già preparata per fare una partita.
Mi concesse giusto il tempo di mangiare un boccone e subito dopo mi costrinse a sedere sul divano, di fronte a lui, per giocare.
Sarà stata la stanchezza che mi toglieva lucidità, ma forse anche un po’ di distrazione, fatto sta che lui vinse!
Credo che nella sua breve vita poche volte l’ho visto così felice. Saltava per tutta la stanza sorridente e mi prendeva in giro. Sapeva – e sentiva – che non lo avevo fatto apposta e questo fatto lo inorgogliva enormemente. Per quella meritatissima vittoria mi prese in giro per più di una settimana.
Questa è la storia della “sua partita“.

Daria, Mauro e Francesca

Questa mattina mi sono svegiato contento perché nella notte ho fatto un’incursione in uno dei mondi paralleli.
Sono riuscito a vedere ciò che sta accadendo lì e me ne sono compiaciuto.
Mi sono visto mentre abbracciavo i miei tre figli: Daria, Mauro e Francesca.
Non li vedevo da un po’ di tempo ed ero così felice da stringerli fortissimo. Daria, la più grande, oramai una signorina, se ne stava più sulle sue, mentre Mauro, il secondo, e Francesca mi stavanno attaccati come ventose.
Eravamo tutti tanto felici perchè dopo un lungo periodo di apprensione dovuto alla malattia di Mauro finalmente stavamo di nuovo tutti insieme.
Ovviamente il più contento era Mauro. Non so se perché è l’unico maschietto dei tre o forse per altre ragioni più profonde, ma tra noi c’è un legame particolare che valica quello classico del rapporto padre-figlio. E’ come se ci conoscessimo da sempre, come se fossimo una cosa sola. Godiamo di una sintonia eccezionale che ci consente di intenderci senza parlarci, solo con lo sguardo. Ed è appunto con lo sguardo, senza parole, che mi stava trasferendo la sua gioia per essere finalmente guarito e di nuovo riunito alla sua famiglia.
Il suo viso, florido, rubicondo, mi confermava che il peggio era ormai alle spalle. Come stava bene in quel suo giubbotto di piume rosso fuoco.
Ma anche Francesca era sorridente. A dire il vero Francesca è sempre sorridente. Dei tre figli è quella che è sempre di buon umore; non fa mai capricci, ne crea problemi. Forse solo perchè è ancora piccola. Daria invece osserva i fratelli come se fosse la loro mamma. È protettiva ma sorride anche lei molto soddisfatta per la ritrovata unione familiare. Ha sofferto molto per la malattia di Mauro. Non è un tipo molto espansivo come i due piccoli e così, in tutto questo lungo periodo, ha tenuto tutto il suo dolore e la sua apprensione dentro di sé.
Ma ora è finita! Ci stiamo finalmente godendo la gioia di stare tutti insieme.

La mia visita imprevista al mondo parallelo si conclude con questa scena in cui tutti, noi genitori e i nostri tre piccoli, sorridiamo felici. Io ho tra le mie braccia Mauro e Francesca mentre Vera tiene le mani sulle spalle di Daria e ci guardano allegre.

Fine del viaggio. È domenica e sono di nuovo in un altro mondo parallelo – quello sbagliato però – dove figli non ne ho.

Un giorno normale

Ci siamo, anche quest’anno ha un cinque settembre, un giorno come tanti altri.
Appuntamento alle 9.30 con un architetto, alle 12.00 con un geometra, poi alle 17.00 con un cliente e alle 18.00 con un amministratore di condominio: un giorno come tutti gli altri.
Perchè dovrebbe essere diverso?
Forse solo perchè tre anni fa (dico tre!!) in questo giorno Mauro ha smesso di vivere?
Ma diciamolo – perchè è giusto che sia così – chi se ne frega più di Mauro? Una piccola meteora passata, senza soffermarsi troppo, nell’anagrafe sorrentina. E se  anche qualcuno se ne fregasse cosa potrebbe fare? Niente, proprio niente!
Anche io fingo di non ricordarmene. Peccato che piove, altrimenti sarei andato a mare nello spacco del lavoro.
Si! proprio un giorno come tutti gli altri. Sicuramente per me è così. Un giorno in cui la voragine lasciata da un ragazzo – o forse dovrei dire un uomo per come ha affrontato il suo destino – è talmente grande che neanche le tonnellate di cose con le quali cerco di riempire la mia vita riescono a coprirne il fondo.
E tutto ciò che mi rimane non è altro che qualche centinaio di grammi di fosfato di calcio, contenuto in un oscuro barattolo.
No! Forse mi rimane ancora qualcos’altro: il ricordo del momento della sua morte. Atteso per le 10 del mattino è arrivato solo alle 13.34.
Entrambi gli cingevamo il capo, disteso al suo posto nel lettone di Pavia. Lui guardava fisso davanti a se, non rispondeva alle nostre parole. Fuori dalla porta un piccola comunità di amici aspettava l’annuncio.
Poi ad un tratto …
Lo racconterò un’altra volta come è andata a finire, adesso mi attende una normale giornata di lavoro.

Sentiero

Le dita balzano tristi e svogliate da un tasto all’altro.
Potrei scrivere molte cose delle vacanze in montagna, forse la maggior parte già dette. Ma non sarà così.
Qualcuno, qualche giorno fa, mentre ci arrampicavamo su un sentiero scosceso, mi ha chiesto come andava, riferendosi all’assenza di Mauro.
Ho risposto di getto, senza pensarci troppo, che andava come il solito, come gli altri anni in cui non c’è stato.
Dopo ci ho riflettuto e ho capito che non era vero quello che avevo detto: la verità è che ogni anno la sua assenza si fa più pesante e più difficile la sopportazione. Voglio dire che la sua mancanza è sempre più forte, più sentita, più sofferta. Il mio sentiero è sempre più ripido.
Viceversa quella che va sempre bene è la capacità di dissimulare. Dev’essere per forza così, guai se non lo fosse.

Quotidianamente, sono avvolto nelle sue cose, nelle sue immagini e anche dalla sua assenza ma, quando sono lì sopra, sulle nostre Dolomiti, queste sensazioni, che nella confusione e nel frastuono sorrentino vengono diluite, assumono invece una dimensione così reale, così solida da farmi dubitare addirittura che lui sia morto.
Conferma ne è il fatto che sempre più spesso sogno che da una sola sua cellula sia possibile, con nuove e mirabili tecnologie, riportarlo in vita.
Alcuni giorni fa, sempre nel sogno, mi veniva detto che dalle sue ceneri non sarebbe stato possibile ricavare nuova vita per lui. Così mi era venuta l’idea di cercare nell’auto, nelle pieghe dei sedili, piuttosto che nei tappetini, delle cellule della sua pelle: tanto tutti sanno che l’auto non la lavo mai.
A proposito di auto, di tanto in tanto ritornano in vista nel portabagagli i legnetti che lui raccoglieva nel corso delle passeggiate in montagna, per poi intagliarli.
No! Non riesco proprio ad abituarmi.