Una grotta

Una grotta per rifugiarsi, leccare le ferite e riprendere fiato. A correre troppo e per tanto tempo si rimane senza.
È troppo tempo che corro, dovrei fermarmi, dare ossigeno ai polmoni, riposo alle gambe.
Come un treno in corsa vedo scorrere il paesaggio fuori dal finestrino. Ma no! Non è il paesaggio è il film. Scenari di un videogioco si susseguono: speranze, rimpianti, illusioni, delusioni.
Gli attori si tramutano in piatte figure disegnate sulla celluloide che si animano al mio passaggio, per poi immobilizzarsi in attesa del prossimo turno.
Gli alberi sono rinsecchiti, eppure è primavera. Il cielo è grigio, l’aria umida, la luce è fioca. Eppure siamo ancora lì, io e te. A guardarci sembriamo due scemi. E invece portiamo, pur senza mostrarlo, il nobile sigillo della purezza che ci tiene legati indissolubilmente. Non servono i, sempre più rari, tentativi di spezzare le catene. A che servirebbe poi?
Quando sale la marea a nulla vale legarsi più stretti alle bitte. Meglio lasciarsi cullare, pur sapendo che si finisce in mare aperto.
Ci vorrebbe una grotta, con un giaciglio. La notte è lunga e fredda, e sono in affanno.

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Nadal

Mi è caduto distrattamente lo sguardo sulla data che appare nell’angolo in alto a destra del  mio schermo. È così che ho appreso che tra trenta giorni sarà Natale. Il periodo natalizio è sempre un bel periodo. È un momento in cui si può approfittare per riposarsi, per fare dei bilanci, per dedicarsi alla famiglia.
A me ultimamente il Natale fa girare fortemente le palle, ma questo non c’entra. C’entra invece il fatto che aver realizzato dell’imminente arrivo del Natale ha contribuito ad aumentare la tristezza che mi pervade da qualche giorno. Analizzando le cose: non c’è un motivo singolo e preciso che provoca questo stato ma un insieme di fatti e pensieri che periodicamente si sincronizzano e mi spingono a profonde riflessioni.
La prima di queste è che non so con chi prendermela. Sì, proprio così. Vorrei tanto potermi scagliare contro qualcuno o qualcosa su cui riversare la mia rabbia e farla, anche se momentaneamente, sbollire. Invece non ho nessuno verso cui rivolgere il mio disappunto e di conseguenza, per una non ben conosciuta proprietà riflessiva, me la prendo con me stesso.
Un’altra riflessione, che periodicamente ricorre nei miei pensieri, è che sono stanco. Ovviamente non si tratta di una stanchezza fisica, che sarebbe facilmente rimediabile con un po’ di riposo. Si tratta invece di una stanchezza che, forse presuntuosamente, potrei definire mentale o psicologica. La mia osservazione deriva dalla consapevolezza di correre, correre, correre; ovviamente sempre con la testa. È dal cinque settembre che corro, senza mai fermarmi. Corro sempre appresso a qualcosa, non sempre la stessa. Corro senza sosta perché la sosta è più deleteria della stanchezza e quindi continuo a correre.
Poi giungono momenti, come quelli che vivo negli ultimi giorni, in cui la stanchezza pervade tutti i distretti della mia vita e diventa insopportabile. Quando accade me ne accorgo dal fatto che desidero fermarmi, desidero riposare, prendere fiato. Ma questo non è possibile perché mi succede come a un aeroplano quando è in volo: se si ferma cade in picchiata. Quindi devo continuare a correre o forse dovrei dire a rincorrere. Rincorrere qualcosa, oggi una cosa, domani un’altra, dopodomani un’altra ancora. L’importante è andare forte in modo da impegnare il pensiero al cento per cento delle sue possibilità.
Domani mi aspetta un’altra giornata difficile alla quale seguiranno giorni difficili. Ecco, questo è il Natale che mi aspetta, poi la Pasqua, l’estate eccetera.
E infince c’è la sua assenza che diventa sempre più pesante e che mi spinge a chiedermi: “Ma dove sto andando senza di lui? Dov’è che voglio arrivare?”