23 dicembre 2018

La temperatura non era la stessa, ma il sole del recente solstizio d’inverno sì.
Allora come oggi, in strada c’è fermento. La corsa agli ultimi regali da mettere sotto l’albero, la spesa per il cenone, la consegna dei regali.
Ventuno anni sono passati, settemilaseicentosettanta giorni, duecentocinquantadue mesi.
Apparentemente tutto sembra uguale.
Invece non è così. Ovviamente non mi riferisco al governo Prodi che allora portava una ventata di speranza, di rinnovamento, di solidarietà, di progresso, di ottimismo.
Non mi riferisco neppure ai terremoti, crolli, alluvioni, guerre, attentati, assassinii e alle variazioni climatiche che ci stanno portando dritti al baratro.
Mi riferisco invece a me. Tutto sembra uguale?
Invecchiato? Certo! Ma mi chiedo se sono sempre lo stesso.
Cosa è cambiato in me?
Tante cose. Troppe cose.
Si sono susseguite tante emozioni, delusioni, gioie e tante amarezze che hanno scavato solchi così profondi in me che stento a riconoscermi.
Il fluire di tutti questi sentimenti ha modificato la mia pelle, il mio aspetto, la mia anima: la mia vita.
Quella mattina del ventitré dicembre sentivo in me la forza per conquistare il mondo. Avevamo avuto, insieme alla compagna con la quale condividevo il cammino, un dono. Un esercito invincibile dotato dell’arma più potente che potesse mai esistere: nostro figlio.
E con quest’arma era arrivata una dotazione di inesauribili munizioni: l’amore che quella piccola creatura, ricoperta da una capigliatura folta e ispida, aveva portato nella nostra vita.
Avevamo quanto necessario per costruire il nostro castello, il più bel castello che si possa immaginare, che potesse proteggerci dalle avversità e avvolgerci in un’oasi di felicità.
E così fu.
Almeno fino al giorno di Natale del 2003.
Poi arrivò lo tsunami, con un banale mal di pancia.
I demoni delle onde ci travolsero, ci ferirono e distrussero, pietra dopo pietra, il castello e tutto quello che avevamo costruito.
La violenza che si abbatté su di noi fu di un’intensità inaudita.
Sogni, castelli, programmi e aspettative furono annientate in pochi giorni, non rimase che un flebile filo di speranza che manteneva ancora in vita il nostro mondo. Quel mondo che avevamo caparbiamente voluto, cercato, conquistato a fatica e ottenuto con tanti sforzi e tanto impegno.
Ma c’era ancora la nostra arma più forte: Mauro e l’amore che avevano per lui.
Così dall’otto gennaio 2004 ricominciammo una lenta, faticosa, durissima opera di ricostruzione.
La nostra arma ci riforniva continuamente di una forza spaventosa. Affrontammo, tutti e tre insieme, decine e decine di battaglie, scalammo vette irraggiungibili, sconfiggemmo legioni di orchi malvagi, attraversammo foreste popolate da streghe e demoni, passammo attraverso cortine di fiamme.
Intanto, l’amore leniva le nostre ferite e alimentava le nostre energie.
Ma questa non è una favola. Le favole hanno sempre il lieto fine in cui i buoni trionfano sul male, gli eroi vengono ricompensati per le loro gesta, il loro coraggio, la loro bravura.
Questa è una storia vera che ci ha visto soccombere il cinque settembre.
Tutti e tre, insieme.
Tutte le ferite si sono riaperte e le piaghe hanno ripreso a sanguinare.
Sono passati ventuno anni da quel giorno. Non mi sento più forze per conquistare il mondo, non ho più armi, non ho neanche più il desiderio di affrontare sfide.
Mi resta solo un’enorme amore per mio figlio che ho tenuto fra le mie forti braccia appena nato e che tra le stesse stanche braccia ha esalato l’ultimo difficoltoso respiro.
Oggi mi ritrovo davanti a un cursore lampeggiante che attende paziente una risposta che non so dargli.
Chi sono io oggi? Mutilato negli affetti, sopravvissuto ingiustamente a mio figlio, obbligato a vivere non avendone diritto.

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Il mare e la sfera

Finalmente ho capito cosa c’era che non andava.
È stato all’improvviso qualche giorno fa, mentre, disteso su un lettino al sole dinanzi a un incantevole tratto di mare, osservavo la straordinaria natura che mi circondava. I colori erano bellissimi, il profumo del mare caratterizzava l’aria, il sole caldo invitava a gettarsi nell’acqua fresca del Mediterraneo.
Eppure qualcosa non quadrava: la vividezza dei colori non riusciva a darmi quelle emozioni che mi sarei aspettato, al contrario mi sembrava che più li osservavo più mi mettevano a disagio. Il profumo dell’aria anzichè inebriarmi mi scatevava sensazioni vagamente fastidiose e perfino il tanto atteso sole estivo anzichè spingermi a tuffarmi in mare mi instilava un inspiegabile senso di colpevolezza.
Un po’ stupito di quanto mi stava accadendo ho cercato una spiegazione convincente. Col pensiero sono andato indietro nel tempo alla ricerca di  momenti in cui mi fosse capitato qualcosa di simile.
Ho dovuto far ricorso a un notevole sforzo di concentrazione. L’esperienza che stavo vivendo s’era insinuata in una zona latente delle mie percezioni, direi quasi in modo subcosciente. Per sapere se vi fossero stati altre occasioni come questa non avevo altra scelta che tentare di filtrare, nel disordinato archivio dei miei ricordi, scendendo ad un livello percettivo più basso, meno consapevole.
È stato così che ho scoperto che da molto tempo non riesco ad apprezzare a fondo le cose belle o piacevoli nelle quali mi imbatto quasi quotidianamente.
La musica non sembra più penetrare nei profondi recessi del mio cervello per donarmi quell’indescrivibile piacere che provavo prima. I sapori sembrano diluiti, come se tutte le cose buonissime che mangio fossero state derubate di parte della loro sapidità. La vista stessa delle bellezze della natura, che un tempo mi entusiasmava fin quasi alla commozione, oggi mi sembra scontata, quasi noiosa.
Mi son chiesto allora cosa stesse accadendo. Come mai tutte le cose che normalmente dovrebbero donarmi il piacere e la gioia del loro godimento siano invece prive della loro naturale potenza. Sembra quasi che esse siano al di la di un enorme vetro fumé che ne attutisce e smorza le loro potenti qualità.
Si proprio un filtro, o forse una sorta di pellicola trasparente, ma non troppo, che sfuoca e sbiadisce il mondo che mi circonda.
Ma subito dopo mi è venuta una intuizione: non è il mondo a essere avvolto nella pellicola. No! Sono io ad essere racchiuso all’interno di una sfera.
E finalmente si è svelato l’arcano. Per giungere alla comprensione del fenomeno ho dovuto far ricorso alle mie stesse parole del 29 maggio 2009.

Una bolla di sapone. Io ci vivo dentro, e dentro c’è tutto il mio mondo. Ci sono i miei affetti, le mie cose, le mie relazioni, ma anche e soprattutto i miei ricordi: la mia vita. La bolla di sapone galleggia nell’aria, leggera e fragile. Vista da dentro sembra eterna, solida. In essa e su di essa ho fondato tutta la mia esistenza. Lei c’è, mi rassicura, mi da gioia e piacere, mi nutre, nutre i miei sentimenti: è il mio mondo. Oggi, ad un tratto, la bolla di sapone scoppia, senza alcun rumore, e svanisce come per magìa portando con se il mio piccolo mondo. Dove un attimo prima c’era una bolla di sapone con dentro il mio mondo, la mia vita, ora non c’è più nulla. Adesso, fuori dalla bolla, mi manca il respiro, mi sento solo in mezzo a tutte le mie cose, a tutte le persone che erano con me dentro. I miei sentimenti non ci sono più. Mi sento solo.

Sono di nuovo in una bolla. Mi sono rifugiato in un’altra sfera cercando invano di ricostruire un mondo, il mio piccolo mondo, che oramai non c’è più. È andato nel momento dello scoppio della bolla di sapone.