Io, lui e il Messico

L’attrazione era fortissima, non ho saputo, anzi non ho potuto resistere ad andare a quella specie di strano appuntamento.
E non era neanche tanto vicino, all’altro capo del mondo è giusto dire.
Non ho potuto resistere a cogliere al volo un’occasione irrinunciabile per incontrarlo, a Mauro intendo.
E così è stato. Sono andato all’altro capo del mondo, per la precisione in Messico, nella penisola dello Yucatan, nello stato del Quintana Roo, sulla spiaggia della Riviera Maya.
Sono certo che qualcuno che legge ha serie difficoltà a capire cosa voglio dire. Cercherò di spiegarmi.
Qualche accenno si può già trovare in un post dell’11 novembre 2012 intitolato «Un’idea». In breve si tratta di questo: nell’ormai lontano 2003 io Mauro e Vera ci trovammo a fare un viaggio in Messico (il primo viaggio al di fuori dell’Europa). L’emozione di tutti e tre era fortissima, durante il volo eravamo eccitatissimi all’idea di andare per la prima volta oltre oceano. Il volo ebbe una durata di circa undici ore nel corso delle quali Mauro si lasciò andare spesso a lunghe tirate di sonno, vuoi per il passaggio di fuso orario che per la stanchezza dovuta alla eccitazione.
Il risultato fu che quando arrivammo a destinazione (era sera) cenammo e subito dopo andammo a dormire per essere belli pronti a goderci la vacanza il giorno successivo. Io ero stato abbastanza attento durante il viaggio a bilanciare le ore di sonno e di veglia per cui appena in camera mi misi a letto e caddi addormentato. Il letto di Mauro era proprio accanto al mio.
Ad un certo punto della notte Mauro con gran dolcezza mi svegliò dicendomi che (come era facile prevedere) non aveva sonno e non riusciva a dormire. Cercai di distrarlo, lo rimisi a letto, gli raccontai una storiella, insomma feci di tutto per farlo riaddormentare. Appena chiuse gli occhi mi precipitai nel mio letto in preda ad un sonno bestiale. Ero nel profondo del sonno quando Mauro mi svegliò ancora una volta: stesso affare, non riusciva a dormire. Riprovai a rimetterlo a dormire, ma di nuovo, dopo poco lo ritrovai accanto al mio letto. La cosa si ripete tre o quattro volte finché l’ultima volta era in preda ad una crisi di pianto silenzioso. Il povero bambino stava davvero male. Si erano fatte le quattro del mattino, non riusciva a dormire, non aveva, sonno ma non aveva neanche compagni ne altri sistemi per ingannare il tempo ed era in preda ad una crisi di panico. Si sentiva solo e abbandonato a se stesso.
Non ricevendo alcuni aiuto da Vera la quale continuava a dormire placidamente, non mi restò che alzarmi, indossare una maglia e un paio di pantaloncini, prendere la macchina fotografica e uscire a passeggio con lui sulla enorme e bianchissima spiaggia caraibica.
Ovviamente era piena notte e non c’era nessuno all’infuori di un inserviente che armeggiava vicino alla piscina.
Passeggiammo a lungo, avanti e dietro sulla spiaggia e parlammo di tante cose. Mi fece un sacco di domande sulle stelle e sull’astronomia. Finalmente, poco dopo le sei del mattino, apparvero i primi bagliori del giorno. Fu così che ci accorgemmo della presenza di un pellicano appollaiato su un palo che emergeva dal mare. Ci divertimmo a chiamarlo, a fare versi ma lui sempre lì immobile. Intanto l’alba avanzava e il cielo si tingeva prima di rosa e poi di rosso intenso. È noi sempre lì a chiacchierare piacevolmente mentre il mio sonno era ormai svanito sopraffatto dall’immenso piacere di avere trascorso una magica notte con mio figlio a chiacchierare e passeggiare sul quella stupenda spiaggia.
Ecco, questo è tutto. Considerando quello che sarebbe accaduto di li a pochi giorni, nei miei ricordi quella è stata forse la notte più bella di tutta la mia vita e non smetterò mai di ringraziare Mauro per avermela regalata.

B2003_10_29_025Questa è proprio una foto di quella mattina.

Tornando ad oggi, sono stato di nuovo in Messico la scorsa settimana, a distanza di dodici anni. Sulla stessa spiaggia di allora.
Ho messo la sveglia e alle sei del mattino sono sceso in spiaggia alla ricerca dell’alba, di Mauro e del pellicano.
Ero elettrizzato e terrorizzato al contempo. Temevo di non incontrarlo, a Mauro, temevo che tutto quanto avevo provato dodici anni prima sarebbe svanito per sempre, come lui. Temevo che si sarebbe rotto l’incanto che era iniziato quella strana e bellissima mattina del 29 ottobre 2003. Temevo tutto questo e tante altre cose.
Come allora, ho visto il cielo diventare prima blu scuro poi lentamente virare verso il celeste ed ho capito che Mauro non sarebbe arrivato, e neanche il pellicano. È stata una questione di attimi, il primo bagliore e la certezza che mi ero illuso sono giunti in contemporanea.E così ho iniziato a piangere. Piangevo a dirotto senza riuscire a trattenermi. Piangevo senza motivo. Lo sapevo in fondo che non sarebbe arrivato, ma non potevo farne a meno. Non mi capitava da tanto. Mi sentivo solo e abbandonato, proprio come lui dovette sentirsi quella famosa notte in cui non riusciva a dormire.
Poi sono apparsi i primi raggi di sole, proprio come nella foto, e mi sono tranquillizzato perché ho capito che, nonostante non mi fossi incontrato con Mauro, la magia di quella notte era salva, anzi era rinnovata, amplificata.
Sono tornato anche le mattine successive sulla spiaggia alle sei. Ho visto altre albe impadronirsi della notte e del buio, ma non mai incontrato Mauro a passeggio sul bagnasciuga.

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Pianto

Pianto

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Per pianto si intende comunemente l’atto di produrre e rilasciare lacrime in risposta ad un’emozione, sia essa negativa (dolore), che positiva (gioia).
Queste due componenti, lacrimazione ed emozione, possono anche non essere compresenti.
Il piangere è stato definito come “un complesso fenomeno secretomotore caratterizzato dall’effusione di lacrime da parte dell’apparato lacrimale, senza alcuna irritazione per le strutture oculari”, in cui un collegamento neuronale tra la ghiandola lacrimale e le aree del cervello è coinvolto in un’emozione dapprima controllata. Si ritiene che nessun altro essere vivente oltre l’uomo possa produrre lacrime come risposta ai diversi stati emozionali, benché ciò non sia del tutto corretto per diversi scienziati.

Le lacrime prodotte durante pianti emozionali presentano una composizione chimica diversa dagli altri tipi di lacrime: contengono infatti un quantitativo significativamente più alto di ormoni prolattina, ormoni adrenocorticotropo, leu-enkefalina[4] (un oppioide endogeno e potente anestetico), potassio e manganese.

Non ho difficoltà a raccontare di quanto vorrei piangere e quanto invece non ci riesco. Sento dentro di me il ribollire incotrollato di sensazioni, ricordi, emozioni e rabbia che non riescono a trovare la loro naturale via d’uscita e si accumulano.

Vorrei poter piangere per liberare queste energie maligne e velenose che si addensano dentro di me. Vorrei poter piangere per liberarmi dei miei rimpianti, dei miei rimorsi. Vorrei poter piangere per ritornare un po’ bambino e godere della consolazione che il pianto sempre richiamava.

Ma non mi è possibile! Tutto resta compresso e si stratifica.

Vorrei piangere così tanto da lavare con le mie lacrime i miei errori, le mie distrazioni, le mie esitazioni.
Vorrei poter piangere e poi addormentarmi e al risveglio scoprire che era tutto un incubo.
Vorrei allora poter piangere di gioia.