Solstizio d’inverno

Oggi è il 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno. Un punto di svolta, il giro di boa. Stranamente oggi comincia l’inverno eppure da oggi in poi le ore di sole saranno sempre di più e ci condurranno verso l’estate.
Tra due giorni sarà il ventitré dicembre. Ancora un punto di svolta. Un ventitré dicembre di alcuni anni fa, diciassette per la precisione, la mia vita ebbe una di quelle svolte epocali. Nulla è stato più come prima da quel giorno in poi. Ogni anno il ventitré dicembre è ancora un punto di svolta. Più propriamente lo definirei un’esplosione di mille opposte emozioni, un’eruzione di un vulcano. Violente, crudeli, amare ma anche tenere e delicate emozioni. E ogni anno queste esplosioni di emozioni rinnovano un gioia e un dolore che non riescono a trovare definizioni nelle parole.
Mentre scrivo ho consapevolezza di quanto sia legato ad un passato che ormai è … passato!
Ma tale consapevolezza non mi da l’energia per poter spezzare il circolo vizioso che lega la mia esistenza a quella incenerita di Mauro.
Sono certo che verrà il momento, ed è giusto che sia così, in cui lo lascerò libero. Libero di veleggiare senza l’oppressione del mio amore che non trova il suo riscontro.
Verrà il giorno in cui mi renderò conto, mi abituerò, mi convincerò di non avere più un figlio, di non avere più Mauro, di non avere più un ventitré dicembre.
Per il momento vivo ancora nel mio mondo passato.
AUGURI MAURETTO

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Ore 15.27

Sono le 15.27
Un’altro cinque settembre sta passando; liscio come l’olio. Uno sguardo, un paio di allusioni, mille parole non dette.
Perché inutili, o forse no. 15.32 Sono qui davanti a questo compuer, che lui non ha potuto vedere, toccare, utilizzare ma che desiderava tanto, avendolo visto da Roberto. Dicevo che sono qui davanti a questo computer e scrivo a me stesso parole sensa senso, in una sorta di rituale follia evocativa.
Dovrei invece preoccuparmi dell’inizio imminente della scuola, del fatto che anche stasera farà tardi con gli amici e, siccome mi conosco, starò in attesa paranoica finchè non lo sentirò rientrare. Dovrei preoccuparmi del fatto che non andiamo più daccordo come un tempo. Sì, quel tempo in cui abbiamo toccato vertici indescrivibili di vicinanza e di comprensione reciproca. Tempi in cui abbiamo viaggiato, imparato, scherzato, sofferto, combattuto, tutto insieme, come fossimo stati una sola persona. Invece questa benedetta adolescenza, portale nobile ma complesso verso la giovinezza, ci dovrebbe mantenere su due opposti fronti. Dovrei studiare strategie per stargli vicino senza fargli sentire la mia presenza.
Dovrei temere perché va in giro col motorino, non tanto il suo perchè lui è prudente, lo so. Ma quando va su quello degli altri sono sempre in tensione. Ancora di più perchè non so quando succede.
E invece alle 15.44 sono ancora qui a raccogliere e incanalare lacrime che non sgorgano all’esterno ma si riversano dentro di me distillando cristalli di rabbia. Un altro anno si aggiunge ai quattro che lo hanno preceduto. Un’altro anno in cui succedono un sacco di cose che vorrei raccontargli, che vorrei condividere con lui, ma che in sua assenza non contano un cazzo. Un altro anno normale è passato, un altro anno di merda.
Sono le 15.52 e i prossimi pensieri li tengo per me.

Mauro, Mauro e Franco

Avrei voluto essere capace di dirti qualcosa. A te, a Franco il papà di Mauro. Avrei voluto avere qualcosa da dire a me stesso.
Ma la rabbia, a me già nota da tempo, intasa i pensieri, li gonfia e poi li sparpaglia.
Ancora una volta mi sono trovato al cospetto di una bara dentro cui c’era un ragazzo: una delle tante vittime innocenti di questa iniqua guerra.
Quanto può essere influente il fatto che ancora una volta nella bara ci fosse Mauro, Mauro Di Maio? Poco, non nulla, ma poco.
Quello che davvero ha scatenato ancora una volta la mia rabbia con quella veemenza che ho tante volte sperimentato e che non ho mai domato, non è né il nome né il cognome.
Conta solo il fatto che un ragazzo che conoscevo, del quale ho seguito tutta la storia, il figlio di un amico, di un caro amico di antica data, il figlio di due splendide persone, è stato sopraffatto combattendo ad armi impari contro un nemico tanto spietato e feroce quanto cattivo e affamato di vita. Mauro come Mauro. L’elenco si allunga: Mauro come Vittorio, come Paolo, come Giuseppe, come Marika, come …
Oltre il danno, come sempre, anche la beffa: non saper cosa dire. Un abbraccio, un bacio, una carezza: cazzate!
Conta il fatto che un ragazzo che stava costruendo faticosamente la sua giovane esistenza con grandi sofferenze, con tante umiliazioni, con sforzi sovrumani, nel momento in cui si riaffaccia alla soglia della vita normale viene stroncato, travolto da uno tsunami che non lascia scampo e che porta via tra le onde assassine affetti, amori e la stessa vita.
Poiché l’ho già sperimentato, posso dire che non è solo un problema di dolore e di rabbia ma è un vero e proprio problema di fondamenta: una famiglia intera viene sconvolta dalle fondamenta. Vibra, vacilla, s’indebolisce.
E’ qui che deve venir fuori lui: Mauro. Mauro legante, Mauro cemento, Mauro pilastro.
Il peggio non è adesso caro Franco. Ora sei tramortito, sei preda di una dolore così forte che anestetizza i pensieri e i sentimenti. No, il peggio verrà. Inesorabile!
Quando ti sveglierai al mattino e impiegherai qualche secondo per renderti conto che LUI non c’è più. Quando ti renderai conto che tutte le energie della tua giornata non serviranno per LUI. Quando ti ricorderai che hai dimenticato di dirgli qualcosa. Quando ti siederai a tavola e il suo posto rimarrà vuoto. Quando qualcuno ti dirà “La vita deve andare avanti” e ti gireranno i coglioni fino a farli schizzare in aria (per favore dagli un calcio nei denti da parte mia anche). E così passeranno i mesi, gli anni.

E sarà sempre così, credimi.

Mi dispiace di non averti detto qualcosa di consolatorio, non so se lo aspettavi. Benvenuto all’inferno, dove si sopravvive.

Il tuo amico sincero.

L’Ulivo

Quella mattina non ero a casa, ero al lavoro, come quasi tutti i giorni feriali.

In quel periodo ero quanto mai felice. Era nato Mauro da poco più di un mese e dire che camminavo a un metro da terra forse è riduttivo.

Fui informato con una telefonata che due signori avevano citofonato dicendo che dovevano consegnare una pianta. Ma non una pianta comune, no. Era un albero di ulivo.

Si trattava di metterlo a dimora nel giardino.

Mi mossi non appena possibile per tornare a casa a capire meglio la cosa.

Al mio arrivo trovai questa bella sorpresa. Un bellissimo alberello di ulivo, alto circa un metro e mezzo che non attendeva altro che di essere piantato nel nostro giardino.

Un mio carissimo amico ce l’aveva regalato per la nascita di Mauro. Doveva essere una sorta di portafortuna simboleggiando la forza, la resistenza e la longevità.

Sappiamo tutti che non ha funzionato in questo senso, ma non per questo ho smesso di amare quella bellissima pianta. Anzi sono sempre grato al mio sempre più caro amico per quel bellissimo dono al quale non rinuncerei per nulla al mondo.

Chiesi ai due gentili signori di sistemarlo in una posizione dalla quale fosse ben visibile dalle nostre stanze da letto e altrettanto salendo dalle scale di accesso alla nostra abitazione.

Fu chiamato l’Ulivo Mauro.

L’alberello mostrò ben presto di gradire la posizione che era soleggiata al punto giusto, senza esagerazione. A poco più di un metro c’era una bellissima pianta di gardenia, enorme, rigogliosa e profumatissima.

Anche quella mi fu regalata e per una quindicina d’anni mi ha donato centinaia di profumatissimi fiori da maggio a fine giugno.

Poi, guarda i casi strani della vita, quando Mauro si è ammalato anche la gardenia si ammalata. L’ho curata per quanto possibile ma nel 2009 è definitivamente seccata.

Tornando all’ulivo, nel corso degli anni ha continuato a crescere sano, forte e robusto.

Nel 2003 all’età di circa sei anni ha fatto anche le prime olive.

Come in tutti questi anni, il mattino, quando mi alzo dal letto, apro le persiane e guardo l’ulivo, giù in giardino.

Adesso non è più un alberello ma un albero vero e proprio. Sovrasta di gran lunga gli agrumi che lo circondano con la sua bellissima e folta chioma e ogni anno produce una bella quantità di olive che mangiamo ben conciate dal nonno.

Dal colore e dalla superficie liscia della corteccia si vede chiaramente che è un albero giovane, molto giovane. Da’ l’idea di un giovane ragazzo nel pieno del suo vigore giovanile, muscoloso, robusto, allegro e vivace. E’ proprio un piacere osservarlo, soprattutto quando il vento, facendo ondeggiare le foglie, innesca un gioco di colori con le gradazioni del verde.

E tutte le mattine, quando guardo fuori dal balcone, mi compiaccio nel vederlo così bello, così imponente e rigoglioso.

Lo stesso faccio quando rientro a casa e percorro le scale che portano al terrazzino. Il mio sguardo non può fare a meno di guardare in quella direzione, anche solo per un secondo, quasi fosse un punto di riferimento.

Qualche settimana fa mi trovavo a scendere da Sant’Agata e mi sono fermato, come faccio spesso, lungo la strada a guardare il panorama, e sono riuscito a riconoscerlo anche da così lontano.

Insomma tutto questo per dire che gli voglio bene.

Si può volere bene a un albero?

Per me la risposta è molto facile: SI!