Il mare e la sfera

Finalmente ho capito cosa c’era che non andava.
È stato all’improvviso qualche giorno fa, mentre, disteso su un lettino al sole dinanzi a un incantevole tratto di mare, osservavo la straordinaria natura che mi circondava. I colori erano bellissimi, il profumo del mare caratterizzava l’aria, il sole caldo invitava a gettarsi nell’acqua fresca del Mediterraneo.
Eppure qualcosa non quadrava: la vividezza dei colori non riusciva a darmi quelle emozioni che mi sarei aspettato, al contrario mi sembrava che più li osservavo più mi mettevano a disagio. Il profumo dell’aria anzichè inebriarmi mi scatevava sensazioni vagamente fastidiose e perfino il tanto atteso sole estivo anzichè spingermi a tuffarmi in mare mi instilava un inspiegabile senso di colpevolezza.
Un po’ stupito di quanto mi stava accadendo ho cercato una spiegazione convincente. Col pensiero sono andato indietro nel tempo alla ricerca di  momenti in cui mi fosse capitato qualcosa di simile.
Ho dovuto far ricorso a un notevole sforzo di concentrazione. L’esperienza che stavo vivendo s’era insinuata in una zona latente delle mie percezioni, direi quasi in modo subcosciente. Per sapere se vi fossero stati altre occasioni come questa non avevo altra scelta che tentare di filtrare, nel disordinato archivio dei miei ricordi, scendendo ad un livello percettivo più basso, meno consapevole.
È stato così che ho scoperto che da molto tempo non riesco ad apprezzare a fondo le cose belle o piacevoli nelle quali mi imbatto quasi quotidianamente.
La musica non sembra più penetrare nei profondi recessi del mio cervello per donarmi quell’indescrivibile piacere che provavo prima. I sapori sembrano diluiti, come se tutte le cose buonissime che mangio fossero state derubate di parte della loro sapidità. La vista stessa delle bellezze della natura, che un tempo mi entusiasmava fin quasi alla commozione, oggi mi sembra scontata, quasi noiosa.
Mi son chiesto allora cosa stesse accadendo. Come mai tutte le cose che normalmente dovrebbero donarmi il piacere e la gioia del loro godimento siano invece prive della loro naturale potenza. Sembra quasi che esse siano al di la di un enorme vetro fumé che ne attutisce e smorza le loro potenti qualità.
Si proprio un filtro, o forse una sorta di pellicola trasparente, ma non troppo, che sfuoca e sbiadisce il mondo che mi circonda.
Ma subito dopo mi è venuta una intuizione: non è il mondo a essere avvolto nella pellicola. No! Sono io ad essere racchiuso all’interno di una sfera.
E finalmente si è svelato l’arcano. Per giungere alla comprensione del fenomeno ho dovuto far ricorso alle mie stesse parole del 29 maggio 2009.

Una bolla di sapone. Io ci vivo dentro, e dentro c’è tutto il mio mondo. Ci sono i miei affetti, le mie cose, le mie relazioni, ma anche e soprattutto i miei ricordi: la mia vita. La bolla di sapone galleggia nell’aria, leggera e fragile. Vista da dentro sembra eterna, solida. In essa e su di essa ho fondato tutta la mia esistenza. Lei c’è, mi rassicura, mi da gioia e piacere, mi nutre, nutre i miei sentimenti: è il mio mondo. Oggi, ad un tratto, la bolla di sapone scoppia, senza alcun rumore, e svanisce come per magìa portando con se il mio piccolo mondo. Dove un attimo prima c’era una bolla di sapone con dentro il mio mondo, la mia vita, ora non c’è più nulla. Adesso, fuori dalla bolla, mi manca il respiro, mi sento solo in mezzo a tutte le mie cose, a tutte le persone che erano con me dentro. I miei sentimenti non ci sono più. Mi sento solo.

Sono di nuovo in una bolla. Mi sono rifugiato in un’altra sfera cercando invano di ricostruire un mondo, il mio piccolo mondo, che oramai non c’è più. È andato nel momento dello scoppio della bolla di sapone.

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Una grotta

Una grotta per rifugiarsi, leccare le ferite e riprendere fiato. A correre troppo e per tanto tempo si rimane senza.
È troppo tempo che corro, dovrei fermarmi, dare ossigeno ai polmoni, riposo alle gambe.
Come un treno in corsa vedo scorrere il paesaggio fuori dal finestrino. Ma no! Non è il paesaggio è il film. Scenari di un videogioco si susseguono: speranze, rimpianti, illusioni, delusioni.
Gli attori si tramutano in piatte figure disegnate sulla celluloide che si animano al mio passaggio, per poi immobilizzarsi in attesa del prossimo turno.
Gli alberi sono rinsecchiti, eppure è primavera. Il cielo è grigio, l’aria umida, la luce è fioca. Eppure siamo ancora lì, io e te. A guardarci sembriamo due scemi. E invece portiamo, pur senza mostrarlo, il nobile sigillo della purezza che ci tiene legati indissolubilmente. Non servono i, sempre più rari, tentativi di spezzare le catene. A che servirebbe poi?
Quando sale la marea a nulla vale legarsi più stretti alle bitte. Meglio lasciarsi cullare, pur sapendo che si finisce in mare aperto.
Ci vorrebbe una grotta, con un giaciglio. La notte è lunga e fredda, e sono in affanno.

Il porto, la primavera

In una città di mare, non saprei dire quale ma potrebbe essere Trieste, Genova o anche Palermo o perché no? Napoli, un uomo sta camminando sul marciapiede che costeggia una parte del porto. La giornata è bellissima, di quelle che solo una primavera mediterranea è capace di sfoggiare. L’uomo cammina lentamente guardando alla sua destra, attratto dal mare che sta oltre la barriera di limitazione della zona portuale che assomiglia a un cancello, con i tondini di metallo accostate l’una all’altra. In quel punto il mare, completamente piatto perchè interno al porto, arrivava fin quasi sotto il marciapiede infragendosi su blocchi di rocce calcaree.
Camminando, camminando giunge in un punto in cui gli scogli lasciano il posto a uno scivolo di cemento, di quelli che servono per tirare su o calare in acqua le barche; ovviamente quelle piccole. Proprio in quel momento due pescatori stavano tirando una barca in egno fuori dal mare. Stavano adoperando un argano di quelli fatti apposta per questo tipo di operazione.L’uomo si sofferma a guardare i due pescatori indaffarati attorno alla piccola imbarcazione, si accosta alla cancellata e rimane immobile.
L’aria tiepida primaverile, il profumo del mare e i colori che il sole riesce a rendere vivaci, caldi e accattivanti non riescono a donare neanche un briciolo pace all’uomo. Eppure lui la desidera, la brama, la cerca. Ma invano.
Per un attimo gli sembra che quella scena possa portare in lui qualche scheggia di serenità ma è solo pura illusione. Proprio in quel momento sente una mano posarsi sulla sua spalla. Si volta di scatto: è un altro uomo, più anziano. Abbastanza più anziano da poter essere suo padre.
Il suo viso è perfettamente rasato, i suoi occhi verdi sono vivaci, i suoi capelli sono brizzolati. La sua espressione è gioviale, ispira simpatia grazie a un sorriso accattivante. L’uomo anziano indossa un vestito di colore blu la cui giacca è di taglia leggermente più grande di quanto dovrebbe. La camicia bianca non è chiusa da una cravatta.
I due si guardano negli occhi senza parlare, poi anche l’anziano si accosta alla barriera per guardare i pescatori e la barca.
La luce che emana il suo viso sembra avere un enorme potere rilassante, una straodinaria capacità di scardinare le porte che costringono all’interno le emozioni.
Dopo poco il primo uomo, quello più giovane, sente montare una incontenibile marea che proviene dal suo interno. Non riesce a comprendere cosa gli stia accadendo, ma non riesce a contenerla. Una ridda di emozioni s’impadronisce della sua mente e del suo corpo. Appoggia la testa sulla spalla dell’uomo più anziano che gli sta accanto. Le lacrime gli sgorgano copiose, prima causando intenso dolore poi divenendo esse stesse un lenitivo.
L’uomo, sollevando leggermente il capo, sussurra: “Come sono infelice!”