Ore 15.27

Sono le 15.27
Un’altro cinque settembre sta passando; liscio come l’olio. Uno sguardo, un paio di allusioni, mille parole non dette.
Perché inutili, o forse no. 15.32 Sono qui davanti a questo compuer, che lui non ha potuto vedere, toccare, utilizzare ma che desiderava tanto, avendolo visto da Roberto. Dicevo che sono qui davanti a questo computer e scrivo a me stesso parole sensa senso, in una sorta di rituale follia evocativa.
Dovrei invece preoccuparmi dell’inizio imminente della scuola, del fatto che anche stasera farà tardi con gli amici e, siccome mi conosco, starò in attesa paranoica finchè non lo sentirò rientrare. Dovrei preoccuparmi del fatto che non andiamo più daccordo come un tempo. Sì, quel tempo in cui abbiamo toccato vertici indescrivibili di vicinanza e di comprensione reciproca. Tempi in cui abbiamo viaggiato, imparato, scherzato, sofferto, combattuto, tutto insieme, come fossimo stati una sola persona. Invece questa benedetta adolescenza, portale nobile ma complesso verso la giovinezza, ci dovrebbe mantenere su due opposti fronti. Dovrei studiare strategie per stargli vicino senza fargli sentire la mia presenza.
Dovrei temere perché va in giro col motorino, non tanto il suo perchè lui è prudente, lo so. Ma quando va su quello degli altri sono sempre in tensione. Ancora di più perchè non so quando succede.
E invece alle 15.44 sono ancora qui a raccogliere e incanalare lacrime che non sgorgano all’esterno ma si riversano dentro di me distillando cristalli di rabbia. Un altro anno si aggiunge ai quattro che lo hanno preceduto. Un’altro anno in cui succedono un sacco di cose che vorrei raccontargli, che vorrei condividere con lui, ma che in sua assenza non contano un cazzo. Un altro anno normale è passato, un altro anno di merda.
Sono le 15.52 e i prossimi pensieri li tengo per me.

Cinque mesi

Cinque mesi.

Cosa è cambiato in cinque mesi?

Tanto, poco, nulla.

Tanto nei rapporti e negli equilibri con il mondo esterno, con le persone, con le cose.

Era prevedibile, era previsto, vissuta la esperienza del 2004, che ci sarebbe stata una dinamica nelle relazioni con il mondo circostante.

Gli interessi, le amicizie, i luoghi frequentati vengono continuamente rimappati con una funzione e una logica che attualemte mi sfugge. Ma è così.

Poco è cambiato nelle apparenze, nel lavoro, nelle conversazioni, insomma nella quotidianità che rimane fuori al limite delle mie pupille. Poco per vari motivi. Poco anche perchè sono queste le regole del gioco: chi vuole continuare a giocare deve assicurare il rispetto della stabilità, di ciò che appare.

Nulla è cambiato invece dentro quell’elaboratore e contenitore di emozioni e informazioni che sono io. Ciò che sta al di là del limite delle pupille. Negli ultimi anni è avvenuta una profonda trasformazione all’interno della mia esistenza interiore. Si è modificata la capacità di gestire ed elaborare le informazioni provenienti dall’esterno e di gestire ed elaborare le emozioni generate all’interno.

Non è stato facile e non è stato piacevole. Non è un pregio e non ne traggo vantaggio. In ogni caso per arrivare a quello che sono oggi ci sono voluti circa cinque anni e nove mesi. Un lungo percorso. Dopodichè il tempo si è fermato. Negli ultimi cinque mesi nulla è cambiato nel mio mondo emozionale.

Anche gli aspetti meno profondi, meno legati al subconscio, sono rimasti come cristallizzati. A cominciare da questo blog che mi accompagna come un amico fedele, il quale interviene in aiuto quando serve e quando non serve non ingombra con la sua presenza. Intatti sono i pensieri o meglio la sensazione di essere sia qui che lì. La sensazione di non aver mai varcato la soglia del sei settembre, la sensazione di continuare nella lotta ogni istante della giornata, senza mai abbassare la guardia, la sensazione di avere paura, di non mollare mai la speranza. Ed infine, cristallizzata è anche la percezione sensoriale di quei momenti, di quei giorni: Le carezze, il profumo, la voce, i suoni.

Tuttavia qualcosa guasta questa stazionarietà ed è la consapevolezza che tutto quanto attiene l’esistenza attuale è un falso, una utopia. L’impossibilità di riavere Mauro implica necessariamente la provvisorietà di questo stato di cose. D’altro canto per me oggi è impossibile e impensabile di fare i conti col passato.

Impossibile liberarsi da un passato che mi ospita, mi avvolge e mi nutre. Dopo cinque mesi prendo atto che il tumore che ha divorato il suo corpo, sopravvissuto anche al calore intenso della cremazione, adesso sta cibandosi della mia mente, e forse non solo della mia.

Continuo a lottare contro di lui.

lunedì, 08 febbraio 2010

24 Agosto

Da pochi minuti è passata la mezzanotte. E’ lunedì. Il suo ultimo lunedì. Lui non avrà altri sabati, domeniche, venerdì, giovedì. Questi giorni sono ormai scomparsi dal suo calendario. Tutti consumati quelli che aveva a disposizione. Se sarà fortunato nella sua vita potrà ancora esserci un mercoledì, ma ci vorrà proprio tanta fortuna e tanta resistenza fisica. Martedì? Chi può dirlo? Ma poi, cosa conta un martedì in più o un mercoledì in meno? Per me tantissimo, vale tutta una vita. Non un giorno, ma ogni ora nella quale posso ascoltare il rumore del suo respiro ha per me un valore inestimabile. Ed io, quando sono vicino a lui, cerco senza farmene accorgere il profumo del suo respiro, mi alimento del suo fiato e lo inspiro, quasi fosse una droga, cercando di non sprecarne. Ma forse è la droga che mi permette di sopravvivere a questi giorni, a queste ore di attesa e di continuare a recitare la mia parte in questa tragedia che è sfuggita al palcoscenico del teatro per approdare nella mia vita. Questa droga mi consente di stargli vicino senza toccarlo, baciarlo, stringerlo forte forte tra le mie braccia e di sostenere il mio ruolo distaccato sopportando indicibili sofferenze, come se le mie carni fossero lentamente dilaniate da ferri roventi.  E’ quasi l’una ed io continuo ad osservarlo dalla mia sedia vicino al suo letto dalla quale controllo con attenzione il suo respiro sperando di non avvertire un aumento della frequenza ed una difficoltà ad ossigenarsi: sarebbe il segnale. Guardo il suo volto sereno che riposa, sembra quasi lo stesso di quando, ancora bambino e non l’attuale ragazzo (come lui tiene a precisare), era ancora sano come un pesce. Poi il mio sguardo scorre verso il basso, verso il torace, l’addome, l’inguine, le gambe e vedo un corpo non più suo. Come se un burattinaio dispettoso avesse messo una testa di un bambolotto sul corpo deforme di un pupazzo, tanto per fare una burla. E lui, sempre molto attento a tutto ciò che lo riguarda, non accenna mai a queste trasformazioni, quasi tema la risposta; preferisce dare per scontato che tra poco tutto tornerà come prima. Questa sera, quando eravamo soli, mi ha detto di essere felicissimo di poter finalmente trascorrere il suo compleanno a Sorrento, senza malattia, con noi genitori e con tutti gli amici a festeggiare al Verdemare. E poi ha aggiunto: – Mi sembra proprio un sogno. Mi sembra impossibile che si avveri, troppo bello. Capiscimi, dopo tante sofferenze non sono più sicuro di nulla della mia vita. Ho quasi paura di sperare. Adesso devo tornare di nuovo vicino a lui. Ho perso già troppi respiri, ed è un lusso che non posso concedermi.

(24 Agosto 2009)