Una grotta

Una grotta per rifugiarsi, leccare le ferite e riprendere fiato. A correre troppo e per tanto tempo si rimane senza.
È troppo tempo che corro, dovrei fermarmi, dare ossigeno ai polmoni, riposo alle gambe.
Come un treno in corsa vedo scorrere il paesaggio fuori dal finestrino. Ma no! Non è il paesaggio è il film. Scenari di un videogioco si susseguono: speranze, rimpianti, illusioni, delusioni.
Gli attori si tramutano in piatte figure disegnate sulla celluloide che si animano al mio passaggio, per poi immobilizzarsi in attesa del prossimo turno.
Gli alberi sono rinsecchiti, eppure è primavera. Il cielo è grigio, l’aria umida, la luce è fioca. Eppure siamo ancora lì, io e te. A guardarci sembriamo due scemi. E invece portiamo, pur senza mostrarlo, il nobile sigillo della purezza che ci tiene legati indissolubilmente. Non servono i, sempre più rari, tentativi di spezzare le catene. A che servirebbe poi?
Quando sale la marea a nulla vale legarsi più stretti alle bitte. Meglio lasciarsi cullare, pur sapendo che si finisce in mare aperto.
Ci vorrebbe una grotta, con un giaciglio. La notte è lunga e fredda, e sono in affanno.

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Un’idea

Domenica, novembre. Un giorno come gli altri, un giorno in cui la tua mancanza non viene diluita dalle distrazioni del lavoro.Come accade solitamente alle ferite, quelle grandi soprattutto, se rimangono aperte per troppo tempo producono dolorose infezioni la cui cura diventa quasi impossibile.
Stamattina sono più arrabbiato del solito. È difficile dire con chi sono arrabbiato. Con chi me la devo prendere? Con la sorte? Oppure con i medici? O con me stesso? Forse con tutti, o con nessuno. Tanto non cambia nulla.
Questa mattina però sono arrabbiato anche con te, è bene che tu lo sappia. Al di là di tutte le giuste motivazioni resta un fatto: mi hai abbandonato. Non c’è dubbio che ti abbia perdonato, ma concedimi almeno di essere arrabbiato. Non si  fa così, non si entra nella vita di una persona fino a occuparne anche l’ultimo neurone e poi si abbandona a se stesso. Il solo pensiero mi fa … non so descrivere che effetto mi fa, ma non è sopportabile. È inumano!
A volte mi farebbe piacere poter annullare la mia memoria degli ultimi quindici anni, ma non sono certo di volerlo davvero. Dovrei rinuciare a tantissime cose belle che ho vissuto insieme a te. Ti ricordi quelle mattine trascorse in Villa Comunale quando ti insegnai ad andare in bici? Che gioia che provasti quando finalmente riusciti a fare a meno delle rotelle. Non ti ho mai detto di quanto fosse intensa la mia felicità, non credo che tu te ne sia accorto. Ecco, se dovessi descrivere cosa è la felicità potrei raccontare di quel giorno, oppure di quell’alba che trascorremmo, io e te soli, su una spiaggia in Messico a guardare un pellicano appollaiato su un palo. Ce ne sono tanti di momenti come questi che abbiamo vissuto insieme, ma non ho fatto in tempo a ringraziarti di questi tanti attimi di felicità che mi ha regalato.
Oggi invece sono qui a fare i conti con la tua assenza: e non dovrei essere arrabbiato?
Mi guardo attorno nel mio piccolo rifugio e vedo oggetti che non valgono nulla: una gomma per cancellare, una vecchia scheda di memoria di un gioco elettronico, un pupazzetto di Paperinik, e mi rendo conto che sono sopravvissuti a te. Questi oggetti, e tanti altri ancora, sarebbero dovuti finire nell’immondizia prima ancora che tu andassi al primo liceo e invece sono qui davanti a me, e tu no. Non ci sei.
Passerà. Presto passerà l’arrabbiatura che provo verso di te. Non riesco a trattenerla a lungo: ti amo troppo. Amo troppo quello che sei stato. Ma odio quello che sei: un’idea, solo un’idea nello spazio confinato del mio cervello. Un’idea impalpabile, senza profumo, senza voce, senza corpo. Un’idea che morirà con me e che non sopravviverà ai miei stupidi neuroni.
Vaffanculo mondo.