L’appuntamento – prima parte

È accaduto! È accaduto senza una precisa volontà, senza la consapevolezza che volessi farlo accadere. Tuttavia è stato come se l’avessi programmato da tempo: un appuntamento con i miei fantasmi.
Non ho avuto esitazioni, era dunque giunto il momento e non mi sono tirato indietro. Grazie alla sveglia mi sono preparato in tempo, ho lasciato l’albergo e mi sono diretto alla Stazione Centrale, come se fosse la cosa più banale del mondo.
Mi sono presentato al cospetto di quella città con una serenità che non avrei sospettato di provare.
Attraverso il finestrino del treno si susseguivano, scorrendo via veloci, i campi appena arati che aspettavano solo di accogliere le piccole piantine di riso.
La prima cosa che ho riconosciuto è stata la stradina del passaggio a livello. Nonostante ci fossero dei lavori stradali in corso, non ho avuto dubbi: era proprio lei.
Stumpft! Un colpo al cuore: lui era lì.
‘Cazzo! Com’è possibile?’
È durato quanto un soffio, il soffio del treno che sfreccia veloce oltre la sbarra metallica. Improvvisamente la luce è diventata abbagliante, quella di un caldo pomeriggio del mese di luglio.
La macchina è ferma, col motore spento. Gli sportelli sono aperti, siamo scesi per veder passare il treno.
Lui è accanto alla sbarra mentre io gli sto scattando una foto con la nuova macchina fotografica che gli abbiamo appena regalato, una piccola Nikon verde. È sorridente, scherziamo sul fatto che ogni volta che si passa di lì c’è sempre un treno in arrivo, per cui troviamo passaggio a livello chiuso. Fa caldo ma l’aria è ugualmente piacevole. Leggo sul mio volto profonda amarezza mista a rassegnazione. Il futuro è già scritto, ma la cosa che più mi causa timore, anzi terrore, è il sospetto che entrambi sappiamo cosa accadrà di lì a poco e che entrambi interpretiamo con diligenza il ruolo che ci è stato assegnato.

Al passaggio a livello

Al passaggio a livello

Il treno è andato oltre, neanche il tempo di riprendermi dallo shock, che eravamo già in vista delle prime case. Ho riconosciuto le case lungo la strada statale che porta a Milano, poi lo svincolo della tangenziale. Ho provato la sensazione di tornare a casa ma, anche in questo caso, non c’è stato tempo per impadronirmi di questa sensazione che sono apparse le torri del nuovo edificio del San Matteo. Finalmente le vedo ultimate, svettanti al di sopra di tutti gli altri palazzi che stanno attorno. Ho assistito da una finestra a tutte le fasi della costruzione. Nel 2004 gli scavi con i drenaggi, poi i primi getti delle fondazioni. Quando poi sono tornato nel 2007 tutti i piani erano stati elevati e si lavorava agli impianti e alle finiture interne ed esterne.
Ed eccolo lì, proprio davanti alle torri, nonostante i suoi sei piani, sembra adesso piccolo piccolo al loro cospetto: il padiglione di pediatria. Lo sguardo va veloce al quarto piano.
Quanti ricordi, quante ore, quanti giorni trascorsi in quel quarto piano, ma anche al piano terra, il Day Hospital. Praticamente una vita. Non nel senso del tempo, ma dell’intensità. In quelle stanze, tra quelle mura con le fasce arancioni che avrebbero dovuto inutilmente nascondere la tristezza. Una profonda tristezza, più di profonda di quanto l’animo umano possa ragionevolmente sopportare. Lì, tra quelle mura, s’è consumata tutta un’intera vita, o forse tre.
Il convoglio rallentava, finalmente in stazione. Sono sceso dal vagone lentamente. Sapevo già cosa avrei fatto una volta arrivato lì, ma non volevo avere fretta. Desideravo affrontare con ferma pacatezza quell’incontro tra me e la città, che non sentivo come nemica, piuttosto come una compagna di lotta, perdente come me.
Appena giunto sul piazzale esterno, è accaduto di nuovo, l’ho visto ancora.
Questa volta sta accanto alla macchina, la nostra solita vecchia macchina, che uso ancora oggi. È parcheggiata vicino al posto delle bici. C’è anche il pullman, quello che fa la corsa per l’aeroporto di Linate. Fermo sul marciapiede della stazione, osservo la scena, inizialmente con stupore, poi con dolore. Questa volta ho tutto il tempo che voglio per osservare. Ci siamo tutti e tre, tutta la mia famiglia, tutto il mio mondo, la mia vita, la mia esistenza. Non so bene, forse siamo venuti ad accompagnare qualcuno che deve prendere l’aereo per ritornare giù, a casa. Lo abbiamo fatto tante volte, prendere chi veniva a trovarci e poi riaccompagnarlo al pullman. Quante volte ho visto la sua gioia esplodere nel vedere lì, nel piazzale della stazione, un amico o un’amica scendere dal pullman dell’aeroporto per trascorrere qualche giorno con noi, con lui soprattutto. E poi, dopo qualche giorno, la sua rassegnata tristezza nel riportare di nuovo l’ospite all’autobus, sapendo che sarebbe iniziata di nuovo la routine giornaliera, fatta solo di ospedale, televisione, di battaglie e di sofferenze.
È proprio questa la scena che sto guardando, li vedo bene adesso, Sabrina e Federico. Sono accanto al pullman e stanno andando a prendere un aereo che li porterà verso la Sicilia.
Li rivedremo? Forse. Quando? Chi lo sa? Il piccolo compagno di giochi e di terapie ci lascia, lascia la città, lascia l’ospedale, per fare ritorno a casa. Beato lui. Ma non c’è traccia d’invidia. No, ne sono certo. Sappiamo tutti e cinque come funziona la cosa. Quando qualcuno parte, si è felice per lui, uno in più messo in salvo. Peggio, molto peggio, è quando qualcuno di loro non ce la fa. È questo ciò che stronca la speranza, che smorza le forze, che mette a dura prova la resistenza.
Sono paralizzato, il piacere immenso di rivederlo mi blocca.
Lui è sorridente, nella sua polo arancione, che gli va troppo grande. Lo vedo è lì, dinanzi a me, col pantaloncino corto che non nasconde le gambine che sembrano stecchini e con i suoi sandaletti blu che ha portato per tutta l’estate. È magrissimo. Ma è quel cappellino verde con la visiera, che pretende di nascondere la sua calvizie indotta dalle venefiche chemioterapie, che mi rende … Non so descrivere come mi rende, non riesco a trovare le parole. Forse rabbioso, o forse intenerito, o forse ancora impazzito dalla gioia di vederlo e dal timore di non vederlo più. Non lo so di preciso. So solo che vorrei rimanere lì per sempre e continuare a guardarlo.
Temo che spostandomi la visione possa svanire ma fortunatamente non accade. Mi vedo, io sono lì con loro, sono appoggiato alla macchina e li osservo pensieroso.
‘Chissà quando toccherà a noi? Chissà quando lasceremo questa città? Chissà quando accadrà che ci torneremo solo per salutare le persone carissime che sono qui e che ci hanno aiutato come se fossimo della famiglia? Chissà che succederà?’
Ed ecco il pullman partire, subito dopo risaliamo in auto e ce ne andiamo. Vedo l’auto puntare verso la piazza della Minerva.
Fu allora e solo allora, che cominciai a dubitare di me stesso. La prima volta poteva essere stata un’impressione, la suggestione forse mi aveva fatto uno strano scherzo.
Ma lì, nella piazza della stazione, non era andata così. Ero certo di averlo visto. Sono stato fermo a guardarlo a lungo e lui era proprio lì, davanti ai miei occhi. Cosa mi stava succedendo? Stavo forse impazzendo? Ma, se non sono impazzito quel merdoso cinque settembre, difficilmente potrà accadere nella periodo che mi resta ancora da vivere.
Dovevo andare, dovevo sperimentare altro, in fondo ero lì per questo. Dovevo andare all’appuntamento.
L’idea iniziale del taxi fu sopraffatta dall’incontenibile desiderio di riappropriarmi del centro della città. Mi sembrava di non ricordarne più nulla. Non avevo più a mente i nomi delle strade, delle piazze, non ricordavo neppure come raggiungere luoghi caratteristici, che pure una volta frequentavo assiduamente ma che progressivamente erano svaniti dalla mia memoria.
Ero fatalmente attratto da quelle viuzze, da quelle piazze silenziose. Dovevo calpestare quelle stradine di ciottoli di fiume sentendo il rumore dei miei passi riecheggiare, come già tante volte avevo fatto nelle mie passeggiate solitarie nei tanti pomeriggi trascorsi a rimuginare sull’incerto futuro. Desideravo da morire rivederlo ancora. Avevo bene o male capito che era possibile, non sapevo come e neppure volevo chiedermelo, ma avevo sperimentato che era possibile vederlo.
Dopo le scottanti delusioni delle centinaia di volte in cui lo avevo incontrato in sogno, per poi vederlo dileguare dispettosamente al mattino, desideravo, come nulla di più al mondo, trovarlo ancora. Non dovevo far altro che cercarlo. Doveva essere ancora lì, in città. E forse, quando sarebbe accaduto, avrei potuto ritrovare anche una parte di me stesso rimasta imprigionata in quel benedetto paese.
Non appena mossi i primi passi, accadde un’altra cosa straordinaria. Avanzando verso la piazza successiva, così come si vede a volta in qualche trasmissione televisiva, dinanzi ai miei occhi, come ologrammi, decine e decine d’immagini s’andavano componendo in maniera ordinata, ricostruendo, o meglio ricomponendo, la memoria dei luoghi. Così capitava che, prima ancora di precorrere un pezzo di strada, sapevo già quali negozi avrei trovato, quali scorci avrei potuto osservare e così via. Tutte cose che avevo rimosso dalla memoria, almeno quella cosciente.
La sensazione che provavo era quella di essere in una di quelle attrazioni da parco di divertimenti in cui gli effetti speciali ingannano i sensi mostrando scene impossibili a verificarsi nella realtà. Così mi addentrai nel ventre della città, assaporando ogni passo che facevo, camminavo circondato da tessere di un mosaico che andavano via via accostandosi ordinatamente, ognuna al proprio posto, fino a formare una nitida immagine. Illusione e realtà si andavano fondendo facendomi ritrovare insieme protagonista e spettatore di un incredibile spettacolo. Ritornava in me la familiarità dei luoghi e con essa la certezza che mi sarei imbattuto di nuovo in lui, magari a passeggio per le stradine che avevamo precorso e ripercorso per ingannare il tempo nella vana attesa di un’agognata guarigione.
Fu così che mi ritrovai nella piazza, quella più vicina alla stazione, che prende il nome dalla grande statua della Minerva. Come un film che va avanti a velocità vertiginosa, mi scorrevano negli occhi, più che nella mente, le immagini legate a quel luogo. Poi d’un tratto, mi volto di scatto verso destra ed eccola lì, la farmacia. Ricordai di esservi andato una domenica mattina alla ricerca di un unguento che potesse lenire un dolore che aveva alla bocca. Ne ricordo ancora il nome, “San Patrizio”. Non so dire perché la ricordo così bene in quanto la nostra farmacia abituale era un’altra che si trovava in tutt’altra zona della città. Di quest’ultima, ricordo perfino i volti delle commesse, una in particolare, con la quale era nata dopo mesi e mesi di frequentazioni e di acquisti di medicinali, tra i più vari e strambi possibili, una sorta di amicizia che si concretizzava con l’informarsi sull’andamento delle cure e sulle alterne sorti delle terapie.
Lasciai la farmacia alle mie spalle e mi diressi a passo lento verso il corso principale, in direzione del centro della città.
Qualcuno ha detto che quando si lascia un posto vi si lascia sempre qualcosa di sé. Penso che sia proprio vero. Più mi addentravo nel cuore della città più avevo consapevolezza che mi stavo riappropriando di pezzi della mia vita che invece avevo dato per dispersi. Negozi, piazzette, vicoletti, persino i ciottoli di fiume della pavimentazione stradale, mi appartenevano e stavano riprendendo il loro posto dentro di me. Riuscivo persino a riconoscere l’ombra delle lacrime che avevo lasciato cadere su quelle pietre durante le mie uscite solitarie.

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Aspettare ?!?

Aspettare, invecchiando, che le cose peggiorino?
È un problema, e i problemi vanno affrontati. Magari anche non risolti quando è difficile o impossibile.
Ma quando? Come?
Osservare migliaia di immagini con scientifica rassegnazione ma senza alcuna traccia di comprensione, aiuta?
Memoria, in manutenzione continua, oramai ridotta a rettangolari tessere variopinte che ne caratterizzano la regolare struttura pixelata. Ecco in cosa si tramuta un amore, come altri, come tanti, tanti altri milioni di amori, ma assolutamente unico.
La soluzione dev’esserci! C’è quasi sempre una soluzione.
Ma bisogna essere consapevoli di quello a cui può portare.
La consapevolezza è una cosa complessa. Attraversa numerosi strati di coscienza fino a giungere nel profondo subconscio laddove le regole sbiadiscono diluendosi nella libertà della natura umana. In quell’area, ancora sconosciuta, i pensieri, i desideri, le paure, le angosce e le gioie vagano liberamente come puledri in lungo e in largo per le immense praterie del possibile e dell’impossibile.
È proprio sicuro che si vuole andare alla ricerca di una soluzione?
O aspettare, invecchiando, che le cose peggiorino, spostando periodicamente le tessere variopinte?

The day after

“The day after”, la pace dopo la tempesta. Più che la pace, il silenzio.
Silenzio di morte, di incredulità, di muta disperazione.

Così è il giorno dopo. Muto. Muto come un film in bianco e nero di Charlie Chaplin.
Come se il silenzio, il parlare a bassa voce, potesse magicamente esorcizzare gli eventi, annullare le ultime ore, giorni, mesi. Come se potesse, il silenzio, riportarlo in vita facendo riprendere le ritmiche pulsazioni del suo piccolo cuore. Come se il silenzio potesse riavvolgere la pellicola spezzata del film. Ma non è mai così!

Se possibile, il giorno dopo è anche peggio.

Ti vedrei

Ti vedrei avanzare rumoreggiante, circondato, come sempre, dai tuo amici.
Ti vedrei mentre ti tocchi quella peluria sul viso che sta prendendo le sembianze di una barba,
che ancora non puoi  tagliare ma ne vai orgoglioso.
Ti vedrei passeggiare con quelle due ragazze, sorridere,
canzonarle e poi abbracciarle per farti perdonare.
Ti vedrei poi discutere animatamente di calcio con gli altri ragazzi,
sì, perché nel frattempo saresti diventato un esperto di calcio.
Ti vedrei sedere al bar e prendere una bibita con loro e parlare del liceo,
degli insegnanti, e dell’esame che verrà.
Ti vedrei indossare un jeans a vita bassa, troppo bassa per i miei gusti,
con delle orrende scarpa da ginnastica tutte colorate che vanno tanto di moda.
Ti vedrei, per la prima volta, con i capelli lunghi, come non li hai mai portati.

E starei a guararti per ore e ore, nascosto dietro una siepe,
piuttosto che dietro un’auto.
Mi accontenterei di guardarti ancora una volta
e poi potrei smetterla.

 

Il mare e la sfera

Finalmente ho capito cosa c’era che non andava.
È stato all’improvviso qualche giorno fa, mentre, disteso su un lettino al sole dinanzi a un incantevole tratto di mare, osservavo la straordinaria natura che mi circondava. I colori erano bellissimi, il profumo del mare caratterizzava l’aria, il sole caldo invitava a gettarsi nell’acqua fresca del Mediterraneo.
Eppure qualcosa non quadrava: la vividezza dei colori non riusciva a darmi quelle emozioni che mi sarei aspettato, al contrario mi sembrava che più li osservavo più mi mettevano a disagio. Il profumo dell’aria anzichè inebriarmi mi scatevava sensazioni vagamente fastidiose e perfino il tanto atteso sole estivo anzichè spingermi a tuffarmi in mare mi instilava un inspiegabile senso di colpevolezza.
Un po’ stupito di quanto mi stava accadendo ho cercato una spiegazione convincente. Col pensiero sono andato indietro nel tempo alla ricerca di  momenti in cui mi fosse capitato qualcosa di simile.
Ho dovuto far ricorso a un notevole sforzo di concentrazione. L’esperienza che stavo vivendo s’era insinuata in una zona latente delle mie percezioni, direi quasi in modo subcosciente. Per sapere se vi fossero stati altre occasioni come questa non avevo altra scelta che tentare di filtrare, nel disordinato archivio dei miei ricordi, scendendo ad un livello percettivo più basso, meno consapevole.
È stato così che ho scoperto che da molto tempo non riesco ad apprezzare a fondo le cose belle o piacevoli nelle quali mi imbatto quasi quotidianamente.
La musica non sembra più penetrare nei profondi recessi del mio cervello per donarmi quell’indescrivibile piacere che provavo prima. I sapori sembrano diluiti, come se tutte le cose buonissime che mangio fossero state derubate di parte della loro sapidità. La vista stessa delle bellezze della natura, che un tempo mi entusiasmava fin quasi alla commozione, oggi mi sembra scontata, quasi noiosa.
Mi son chiesto allora cosa stesse accadendo. Come mai tutte le cose che normalmente dovrebbero donarmi il piacere e la gioia del loro godimento siano invece prive della loro naturale potenza. Sembra quasi che esse siano al di la di un enorme vetro fumé che ne attutisce e smorza le loro potenti qualità.
Si proprio un filtro, o forse una sorta di pellicola trasparente, ma non troppo, che sfuoca e sbiadisce il mondo che mi circonda.
Ma subito dopo mi è venuta una intuizione: non è il mondo a essere avvolto nella pellicola. No! Sono io ad essere racchiuso all’interno di una sfera.
E finalmente si è svelato l’arcano. Per giungere alla comprensione del fenomeno ho dovuto far ricorso alle mie stesse parole del 29 maggio 2009.

Una bolla di sapone. Io ci vivo dentro, e dentro c’è tutto il mio mondo. Ci sono i miei affetti, le mie cose, le mie relazioni, ma anche e soprattutto i miei ricordi: la mia vita. La bolla di sapone galleggia nell’aria, leggera e fragile. Vista da dentro sembra eterna, solida. In essa e su di essa ho fondato tutta la mia esistenza. Lei c’è, mi rassicura, mi da gioia e piacere, mi nutre, nutre i miei sentimenti: è il mio mondo. Oggi, ad un tratto, la bolla di sapone scoppia, senza alcun rumore, e svanisce come per magìa portando con se il mio piccolo mondo. Dove un attimo prima c’era una bolla di sapone con dentro il mio mondo, la mia vita, ora non c’è più nulla. Adesso, fuori dalla bolla, mi manca il respiro, mi sento solo in mezzo a tutte le mie cose, a tutte le persone che erano con me dentro. I miei sentimenti non ci sono più. Mi sento solo.

Sono di nuovo in una bolla. Mi sono rifugiato in un’altra sfera cercando invano di ricostruire un mondo, il mio piccolo mondo, che oramai non c’è più. È andato nel momento dello scoppio della bolla di sapone.

Notti

Ci sono notti in cui il rumore dei pensieri è così forte che non ti permette di dormire.
Pensi che dovrai svegliarti presto e vorresti riposare, ma quel continuo, intenso, lavorio ti tiene sveglio.
Quelle notti cerchi di concentrarti sulle cose banali che ti condurrebbero al sonno, invece, come folletti dispettosi, ti balzano alla mente quelle immagini che vorresti dimenticare, quelle parole che non avresti mai voluto ascoltare, quelle facce che non avresti mai voluto vedere.
Speri che prima o poi la stanchezza ricacci quei pensieri nei profondi recessi da cui sono sbucati fuori, ma invano.
Speri che in realtà quei ricordi siano sono orribili incubi che, come tutti gli incubi, si dissolveranno quando le luci del giorno ti sveglieranno.
Speri che la prossima volta che lanci uno sguardo all’orologio siano passate almeno quattro o cinque ore.
Ci sono notti, come questa, in cui non ti resta altro che riaccendere la luce sul comodino e scrivere, sperando di addormentarti con la penna tra le dita.

Viaggio a vela

Tante volte dal 10 aprile ho aperto questa pagina per scrivere, ma poi non l’ho fatto. Troppe cose da dire, ma troppo interiori, anche per poterle affidare al mio amico Blog.
In questo ultimo mese ho sentito come se sotto di me ci fosse un magma ribollente. Prima borbotii, poi cupi rombi finchè sono giunti i boati dell’eruzione. Ed eccomi qui di nuovo a scrivere.
Ma questa volta non scriverò di me, ne di Mauro. Oggi voglio condividere alcune riflessioni che nelle ultime ore hanno tenuto costantemente occupato il mio cervello.
Dirò quello che penso a rischio di contrariare qualcuno. Non me ne voglia, ma questo è il mio sentire.
Si tratta della tragica morte di un amico, un ragazzo che ho visto nascere e crescere. Crescere bene, sia in dimensioni (infatti potrei dire che era un colosso, alto, bello, forte, atletico) che in bontà d’animo, secondo i buoni principi di difesa dei deboli e del giusto inculcati dai suoi genitori, che mi posso permettere di definire cari amici e persone perbene.
Giogiò, cosi lo chiamavamo affettuosamente, ieri si è tolto la vita.
La comunità sorrentina è sconvolta. Il dolore che  proviene dal suo gesto è grande per tutti, per quelli che lo frequentavano più assiduamente, così come per quelli che lo conoscevano appena. Uomo (?! per me era sempre il ragazzino Giogiò) buono e appassionato alle cose che faceva con impegno e caparbietà.
Io non voglio aggiungermi al già lungo elenco di coloro che in queste ore stanno scrivendo fiumi di parole, costernati, sconvolti, allibiti, piangendo la sua prematura scomparsa.
Il mio pensiero, addolorato almeno quanto quello degli altri, si aggroviglia però in una spirale che conduce comunque sempre alla stessa conclusione.
Il povero Giogiò avrà avuto degli ottimi motivi che lo hanno spinto fino all’estremo, su questo non v’è dubbio. Non si conoscono, o almeno non ancora. Era perfetta salute, soprattutto dal punto di vista mentale. Intelligente, sveglio, acuto. Quindi non posso addurre alcuna motivazione legata a una sofferenza di questo tipo.
Invece, come accade a molti, a tanti, avrà avuto le sue difficoltà a innestarsi in una società sempre più esigente, sempre più selettiva, sempre meno umana.
Come tutti noi, avrà dovuto subire e accettare sconfitte, piccole o grandi che siano, che avranno reso la sua vita più difficile.
A mio avviso, osservare, come fanno in queste ore alcuni, che il fatto che la sua era una famiglia agiata avrebbe dovuto distoglierlo dai suoi propositi non è corretto. Se si sta male in una collettività, si sta male indipendentemente da quanto ingente sia il patrimonio familiare. È chiaro che Giogiò stava male. È evidente a questo punto che stava vivendo male le avversità che la vita gli riservava e probabilmente aveva ragione a essere incazzato, deluso, scoraggiato.
Ma, e qui giungo alle mie conclusioni, Giogiò non aveva il diritto di annullare una vita, fosse anche la sua. Male ha fatto se non ha condiviso le sue angosce con le persone vicine che lo volevano bene, prima fra tutti la sua futura moglie.
Non appena ho appreso la notizia, dopo un momento di sgomento che mi ha letteralmente impietrito, immediatamente mi è balzata alla mente l’immagine di Mauro, mio figlio, che per mesi (se non per anni) ha combattuto fino allo stremo delle sue forze per strappare al cancro solo qualche giorno in più. Qualche giorno di vita tanto preziosa per lui che ne aveva così poca. Si sarebbe sottoposto spontaneamente ad altri dieci, cento interventi chirurgici, radioterapie, chemioterapie, gastristomie, colostomie, pur di vivere un solo anno in più. Un prezioso anno di vita in più. Ha vissuto gli ultimi mesi attaccato a una pompa da cui si alimentava, usciva per strada in assolati pomeriggi d’agosto con due fori aperti e una borsetta sulla pancia. Eppure voleva vivere, respirare, sorridere, scherzare. Si è persino cimentato a scrivere un racconto, proprio nel suo ultimo mese di vita. E come lui, nei troppi anni che ho vissuto nell’ambiente dell’oncoematologia pediatrica, ne ho visti tanti di ragazzini e ragazzine attaccati con le unghie alla vita da cui sono stati strappati con beffarda violenza che ne deformava i già deboli corpicini.
Giogiò – mi prendo questa piccola libertà in nome dell’affetto che ho avuto per lui e che ho per i suoi genitori – ha col suo gesto buttato una vita intera, altro che qualche giorno. Non era pazzo (lo avrei giustificato). Se non gli stava bene questa comunità poteva andare altrove, magari dove c’è maggior bisogno di dare una mano per aiutare gli altri a vivere (… ce ne sono di posti al mondo). Oppure poteva semplicemente, come tanti, sparire nel nulla e continuare altrove la sua vita oziando o veleggiando come amava fare. Invece ha deciso di porre termine alla sua preziosissima vita. Il suo gesto non mi è piaciuto. Lo dico con sincerità e, ancora una volta, con grande affetto.
Se avesse fatto visita in un reparto di oncologia pediatrica prima di ieri, da persona sensibile e buona quale era, forse oggi sarebbe ancora tra noi, tra le braccia della sua bellissima compagna.
Hai sbagliato questa volta Giogiò, ma ti voglio bene lo stesso e ti auguro un buon viaggio, a vela ovviamente.