Sera di primavera

Faccio fatica a capire che cosa significa davvero per me il fatto che tu, o lui – dipende da come affrontare la cosa -, quest’anno compirai diciotto anni. Per la verità neanche “compirai” è corretto. Meglio sarebbe dire avresti compiuto. Ma, ne ne rendo conto, è cosa nota che ho serie difficoltà ad ammettere che non ci sei più, almeno nella tua fisicità.
Comunque sono quasi diciotto anni e non riesco a valutarne la portata. Te ne sei andato senza spiegazioni lasciandomi prigioniero dei miei sogni e delle mie paure.
Quanto temevo l’adolescenza e quanto l’aspettavo. Il liceo, gli esami, la fidanzata. Perfino lo scontro generazionale, inevitabile alla tua e alla mia età, mi avrebbe fatto sentire felice. E invece eccomi qui, in una fresca sera di primavera, a vaneggiare, da solo. Senza preoccuparmi perché non sei ancora rientrato, o perché magari non hai studiato abbastanza.
E riverso parole e pensieri sul mio divano verde a strisce aspettando un diciottesimo compleanno che non arriverà mai.

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