Uno strano tabù

E’ un tabù? No! Non lo è.

Se ne può parlare, o meglio ne posso parlare e posso chiedermelo, perché è passato un po’ di tempo da allora: sono passati ventotto mesi e due settimane.

La domanda che da tempo mi frulla nel cervello è: “quanto sarebbe alto?”

L’ho lasciato che stava intorno al metro e quaranta, più o meno.

E oggi?

Avendo compiuto quattordici anni potrebbe essere in fase di sviluppo quindi è lecito supporre che avrebbe potuto raggiungere il metro e sessanta o più addirittura.

Sì, lo ammetto. Sono proprio curioso di sapere a quattordici anni quale sarebbe stata la sua altezza.

Neanche a dirlo che fame che avrebbe avuto. Non si può negare che, prima del sette ottobre duemilasette, fosse una buona forchetta. Oggi di certo avrebbe mangiato un bue, come era solito dire quando aveva molta fame.

Magro o robusto?

Qui già ho qualche difficoltà, ma propenderei per il magro.

La cosa che invece non riesco proprio a immaginare, per quanti sforzi possa fare, è l’aspetto del suo viso con la peluria di una barba adolescenziale. Non riesco proprio a pensarlo senza la sua pelle del viso liscia e delicata. Dal profumo gradevole e delicato che mi piaceva da morire.

No. Non ci riesco proprio. Mi è stato strappato via troppo presto perché potessi leggere un vago accenno al suo viso d’adulto, anche se lui, controvoglia, adulto era già.

 

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