Questione di voce

Con oggi sono venticinque mesi. Sembrano tanti, più di due anni. Due anni nei qualli non ho potuto toccarlo, non ho potuto vederlo, non ho potuto udire la sua voce.

Se fossero trascorsi due soli giorni non ricorderei tutto come invece faccio oggi.

Sono lì, siamo lì, insieme, io e lui. Nella casa di Pavia, nella stanza n. 23, nel Day-Hospital, a passeggio per le strade del centro. Sono lì a preparare i cocktail di farmaci da mettere nella sacca dell’alimentazione. Sono lì a pulire la colostomia, sono lì a raccontare le storielle che a lui piacciono tanto. Sono lì a giocare con lui sul divano, sono lì a massaggiargli le gambe gonfie. Sono lì a imboccarlo, sono lì a lavarlo, vestirlo, a fargli il primo bagnetto, a studiare con lui la storia e le scienze (che non gli serviranno mai). Sono lì a comprare la sua nuova bicicletta, sono lì a insegnargli a nuotare, sono lì con lui a Firenze, a Numana, a Santo Domingo, a Catania. Sono lì, sono lì, sono lì!

Altro che due anni.

Eppure, nonostante tutti i miei intatti ricordi, la mia dannazione è la voce. E’ una sofferenza bestiale non poterla più sentire.

Venticinque mesi senza la sua voce è una tortura alla quale non ero pronto a sottostare. La sua voce è per la mia mente come un alimento insostituibile per il mio corpo, come le proteine o le vitamine, senza le quali non si può vivere, così è per me la sua voce.

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