19 maggio/3

Due anni di blog.

Come fare a dimenticare quel 19 maggio 2009?

Ricordare, dimenticare, dimenticare, ricordare, ormai è un ritornello quasi infinito che mi accompagna da circa 20 mesi.

Era nell’aria, inutile nasconderlo. Quelle cose che non te le devono dire, le percepisci, sono nell’aria che respiri. Non che la notizia non fosse in qualche modo attesa ma, pur sapendo che prima o poi sarebbe arrivata, speravi che non avvenisse mai.

E invece arrivò dopo una giornata veramente stressante.

Eravamo da poco rientrati da Sorrento per la morte di mamma, ma di lei ne parleremo un’altra volta, e Mauro non si sentiva granché bene.

La notte tra il 18 e il 19 fu terribile. Mentre lui si lamentava, non riusciva a dormire, aveva dei dolori all’addome e, come capitava negli ultimi mesi, andava spesso in bagno, io ebbi violente fitte di mal di pancia, come forse non ho mai avuto. L’attribuii a qualcosa che avevo mangiato, ma già più tardi compresi che non furono altro che una denuncia che il mio corpo faceva per rendere evidente ciò che era sotto i miei occhi e che la mia parte cosciente non voleva ammettere.

Poco prima delle otto del mattino accompagnai Mauro per l’ennesima volta in bagno.

Una splendida giornata di sole si annunciava attraverso le persiane della finestra del bagno facendolo esplodere di luce, ma non avevo nessun motivo per rallegrarmene.

Non fu per me uno stupore quando mi accorsi che il gabinetto, su cui era seduto Mauro, era pieno di sangue.

Rosso vivo, rosso inequivocabile, anche perché ben illuminato dall’abbondante luce del mattino.

Così iniziò quella giornata.

Proseguì con la classica visita in day hospital e con la TAC d’urgenza.

Per le dieci e mezza avevamo già fatto ritorno in reparto dove ci era stata assegnata una stanzetta dove Mauro potesse riposare sul letto.

Poi tutto tacque.

Si fecero le tredici, e ancora le quattordici e le quindici e dell’esito della TAC nessuna notizia.

Periodicamente andavo chiedere ai medici se sapessero qualcosa, ma la risposta era sempre negativa.

Le sedici, le diciassette, le diciotto.

Ogni mezz’ora andavo a informarmi senza alcun esito.

Intorno alle diciannove, quando per l’ennesima volta andai nella stanza dei medici, finalmente uno di loro, il direttore del day hospital, si decise a parlarmi.

La piccola stanza era in penombra ma riuscii a leggere tutto perfettamente sul suo viso.

A quel punto avrebbe potuto anche fare a meno di parlarmi degli aspetti tecnici di dettaglio.

Mi resi conto che neanche per lui era facile, doveva aver cercato a lungo la concentrazione necessaria per parlarmi. Il poverino cercava di spiegare nella maniera più neutrale possibile, celando a malapena un coinvolgimento affettivo nella vicenda.

Il mondo mi sarebbe crollato addosso di lì a poco. Per il momento non riuscii a fare altro che a pensare a loro due: Mauro e Vera.

Vera. Come dirglielo?

E Mauro? Non avrei più potuto guardarlo negli occhi. Avrei dovuto mentirgli per giorni, settimane, mesi. Nascondergli la verità fino alla fine. E come sarebbe stata la fine? Cazzo ma ti pare che una persona deve pensare a queste cose? Che mondo è questo?

Venne il momento di parlargli. La stanchezza, il dolore, la tristezza mi fecero conoscere in lui quel giorno una persona che non avevo ancora incontrato. Era sfiduciato, abbattuto, disinteressato (cosa veramente eccezionale in quanto lui si interessava a tutto ciò che lo riguardava con attenzione particolare). Tutto ciò mi facilitò il compito di iniziare una lunga serie di menzogne, di inganni.

Fu per me devastante.

Ma per quella sera non diedi per vinto. Saremmo andati ancora avanti, un pezzettino di strada forse, ma ancora tutti e tre insieme.

Il 19 maggio 2009 si chiuse su un aereo che velocemente ci stava portando a Poitiers per tentare un nuovo – e ultimo – intervento.

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