La stanza

La grande finestra illumina la stanza dalle pareti celesti, dal pavimento celeste. Le tapparelle sono alzate per metà, ma la luce entra abbondante.

Sotto la finestra il divano in finta pelle blu mi è oramai familiare, è il mio rifugio.

Manca però il letto, la stanza sembra vuota, è vuota. Seduto sul divano leggo, leggo, continuo a leggere.

Di tanto in tanto mi affaccio alla finestra e poi riprendo a leggere. Mi aiuta leggere.

Cercando di non farlo troppo spesso, guardo l’orologio.

Vi sono altri nella stanza, ma per me è ugualmente vuota.

Mauro è entrato in sala operatoria alle otto. Sono passate alcune ore. In gioco c’è la sua vita, il suo futuro, la mia vita. Sono calmo e paziente, leggo. Sono preoccupato ma sereno.

Lui non c’è, lo so. Era sereno quando l’ho accompagnato fino alla soglia della sala operatoria, abbiamo scherzato, abbiamo sorriso. Non aveva paura.

Guardo l’orologio.

Lui non è in stanza con me, ma so che prima o poi tornerà, staremo di nuovo insieme e potremo ricominciare una nuova vita. Sarà la seconda, terza o quarta volta, non importa. L’importante è avere ancora la possibilità e la speranza di poter ricominciare.

L’importante è avere ancora qualcosa in cui sperare. Prima o poi ci chiameranno dalla sala risveglio e potrò di nuovo toccarlo, parlargli, sentire il suo profumo.

Questa notte sono seduto alla mia scrivania. La mia sedia è un divano di finta pelle blu, questo bellissimo computer è la finestra.

So che lui è morto, ma non comprendo bene cosa ciò significhi.

So solo che quando l’ho accompagnato fino alla soglia non era sereno. So solo che prima o poi mi chiameranno dalla sala risveglio e mi diranno che è tutto finito. Potrò di nuovo toccarlo, potrò di nuovo sentirne il profumo e parlargli.

Guardo l’orologio, sono passati cinque mesi. Tra poco l’intervento dovrebbe terminare e lui sarà di nuovo qui per iniziare l’ennesima convalescenza. Per riprendere il cammino interrotto quella merdosa giornata, quando l’ho accompagnato fino alla soglia.

Sono calmo e paziente, scrivo. Sono preoccupato, molto preoccupato e non sono affatto sereno.

Ma aspetto, a costo di aspettare tutta la vita. Lui uscirà e io sarò qui ad aspettarlo per poterlo toccare, per poter sentire ancora il suo profumo e parlargli ancora. Dovrò raccontargli un sacco di cose che sono successe in questi cinque mesi. Lui vorrà sapere tutto con calma e con dovizia di particolari. Si divertirà. Forse piangerà.

Guardo l’orologio. Continuo a scrivere.

sabato, 13 febbraio 2010

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