Ogni volta

Un attimo. Funziona così, basta un attimo.

Basta nominare un oggetto, basta vederlo, basta sentire un odore.

Molto spesso mi capita di imbattermi nella scia della sua vita, anzi della sua ex-vita.

Una piccola borsetta elettrica per acqua calda, un plaid, una confezione di medicine, un gioco, un cappello.

Ogni volta che qualcosa mi capita a tiro mi fa sprofondare.

Non riesco nemmeno ad avere il tempo di capire cosa mi stia succedendo che già sono caduto in fondo al burrone. E ogni volta è un tonfo, un tonfo tremendo. Ogni volta mi faccio sempre più male. Ogni volta devo rialzarmi. Ogni volta devo risalire le pareti del burrone. Ogni volta è una grande fatica.

Non lo voglio, non mi piace, mi fa soffrire, mi fa star male. Ma ogni volta non riesco ad evitarlo.

Per fortuna riesco, almeno questo, a nasconderlo. Non dovrei nasconderlo, ma ne ho quasi vergogna, o forse è solo pudore. Non voglio che gli altri sappiano, non capirebbero, vorrebbero sinceramente aiutarmi, ma non è possibile. Allora meglio che non sappiano.

Per tornare sopra, per risalire, ho comunque bisogno di lui. Le sue foto almeno servono a questo. Le guardo, le riguardo. Non soffro, anzi trovo sollievo. Mi ritrovo di nuovo con lui. Ci guardiamo negli occhi. Ci abbracciamo, come abbiamo fatto migliaia di volte.

Quando era piccolo avevo inventato uno stratagemma per farmi abbracciare. Gli avevo raccontato che gli adulti, per poter sopravvivere, hanno bisogno di una particolare forma di energia che viene loro trasferita dai bambini attraverso un abbraccio.

Così, di tanto in tanto, nell’arco della settimana, se per caso me ne fossi dimenticato, ci pensava lui ad abbracciarmi temendo di lasciarmi morire senza energia.

Poi si fece grande, non ci credeva più, ma mi abbracciava lo stesso.

Lo abbiamo rifatto ancora questa estate, qualche volta. Forse aveva pietà di me, forse ne aveva bisogno anche lui, non lo saprò mai. Per fortuna una volta abbracciati, stretti stretti, lui non poteva vedermi lacrimare. Di energia me ne ha riversata una quantità infinita. Quanto mi mancano i suoi abbracci.

Sto stilando mentalmente l’elenco degli oggetti che odio. Poi forse lo scriverò. Nel frattempo tento di trovare un equilibrio, una soluzione.

Non c’è.

Come in quei sistemi di equazioni che non hanno soluzione, non c’è e basta.

Solo lui potrebbe donarmi di nuovo una vita. Oggi è una sopravvivenza.

Sono un reduce, un sopravvissuto. Del resto non esiste neanche una definizione nel nostro vocabolario. Chi perde la moglie è vedovo. Chi perde il padre è orfano. Ci avete mai pensato? Chi perde il proprio figlio non è classificato.

Di fatto sono orfano e non sono vedovo, ma il fatto di non avere più Mauro non cambia nulla. Andrebbe coniato un termine.

Quanto mi mancano i suoi abbracci. Mi occorrono.

domenica, 17 gennaio 2010

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