2009 – 2010

Un terzo di anno, centoventi giorni oggi. Questo è il tempo trascorso dalle 13:34 del cinque settembre.

E’ tempo di bilanci. In questi giorni c’è stato il suo compleanno, poi Natale infine il Capodanno.

Come è stato il mondo senza di lui? Come è stata la vita senza di lui? Come sono stato io senza di lui?

E’ obiettivamente difficile rispondere a queste tre domande.

Provo a interrogarmi e a dare delle risposte ma mi rendo conto che la mia visione delle cose è per forza deformata dal vetro attraverso il quale guardo l’esterno e me stesso riflesso.

Sul vetro c’è l’immagine di Mauro che, come un filtro, mi consente di vedere solo quello che vuole.

A dispetto del tempo che passa, e che taluni immaginano che possa rendere le cose più facili, la mia vita, ma forse posso dire la nostra, comprendendo colei che con me ha condiviso questa avventura, è sempre più imperniata su di Mauro.

Tutto, che a noi piaccia o no, ruota intorno a lui, alla sua vita a quello che ci ha lasciato e a quello che non ha avuto la possibilità di donarci.

Io, personalmente mi sento come imbrigliato da una sostanza vischiosa, una specie di colla o di melassa: i suoi fluidi.

Il suo sangue che tante volte ho scaldato sotto la mia maglia prima delle trasfusioni, il suo siero, i suoi succhi gastrici, che tante volte ho dovuto eliminare dalla sua pelle irritata attorno ad una gastrostomia vigliacca che lo ha fatto soffrire fino alla fine. Le sue secrezioni gelatinose, i suoi muchi, che lo hanno angosciato per mesi e mesi impedendogli di deglutire come avrebbe desiderato i suoi cibi preferiti, le sue lacrime con le quali ha tante volte manifestato la sua incomprensione per il mondo ostile, per il suo Dio, nel quale pure ingenuamente credeva, e che lo ha vigliaccamente abbandonato al suo atroce destino senza neanche concedergli, come pure fa con tanti, un minimo di umana – non divina – misericordia.

Mauro ha pianto, ha pianto tanto, perchè non riusciva a capire la sofferenza a soli sei e poi sette e poi dieci e poi undici anni. Non c’è nel DNA di un bambino la possibilità di comprendere il perchè di dolori così forti, così profondi, che solo dosi massicce di morfina riuscivano a placare.

Non poteva comprendere il senso della putrefazione della sua stessa carne, delle sue viscere.

Tutte queste sostanze mi avvolgono, ne sento l’odore e mi mantengono legato alla mia storia che in fondo è la storia di Mauro.

Inizia un nuovo anno, mi dispiace lasciare il 2009. Nel 2009 c’era ancora Mauro, oggi sono soltanto più solo.

domenica, 03 gennaio 2010

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