10 ottobre

I giorni scorrono, tutti uguali.

A volte ricordo del secondo anno del liceo. Una fuga da me stesso, dalla realtà. Poi passò. Oggi potrebbe essere simile ad allora, ma di proporzioni diverse.

Che faccio?

Ho deciso: galleggio.

Mi lascio cullare dalle onde, non oppongo resistenza, la corrente mi trascina alla deriva. Prima o poi toccherò terra. E se così non fosse? Pazienza.

Se mi sbatto troppo invece posso annegare, perdere le forze.

Non posso permettermelo: sono già troppo stanco.

Se galleggio mi riposo.

Sento le voci in lontananza che si accavallano, affettuose, minacciose, dure, dolci, seccate, ansiose.

Le sento ma non le ascolto. Solo una però è forte e decisa, come se fosse vicina. Questa la ascolto con attenzione. Ma non mi è di aiuto, o forse si.

Mi volto di scatto quando parla, la cerco ma non riesco a trovarla. L’aspetto con ansia mentre galleggio, a volte tarda.

Altre volte arriva un onda grossa e cattiva: vado sotto, trattengo il respiro, sbraccio per risalire, ci riesco. Rieccone un’altra ancora più grossa, enorme. Di nuovo sotto. Ce l’ho fatta ancora una volta: sono di nuovo a galleggiare morbido.

Devo riposare, sono troppo stanco.

(10 ottobre 2009)

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