17 Agosto

La luce del corridoio è spenta. Da qualche stanza in fondo filtra un debole raggio di luce; i riflessi di una televisione lampeggiano nella stanza delle infermiere. Cammino con passo regolare fino alla stanza 23. Tra le mani ho un lattina di coca-cola. La stanza 23, che ridicola coincidenza. Ventitré, come la sua data di nascita. Dorme, il respiro è lungo, un po’ affannato, la bocca leggermente aperta. Mi appoggio sul mio letto, ho gli abiti che oramai indosso da tre giorni. Potrei cambiarli, ma mi sembra di spezzare un incantesimo. Come se, tenendo gli abiti che avevo quando sono arrivato in ospedale, potessi fermare il tempo. No, resisterò ancora finché potrò. Come se questo sacrificio che faccio potesse ancora servire. Lascio la coca-cola sul comodino, era per lui, ma si è addormentato mentre andavo a prenderla. Comunque ne avrebbe bevuto al più un piccolissimo sorso. Con la testa poggiata sul cuscino lo guardo. Controllo il suo respiro, osservo le vene pulsare sul collo con una velocità eccessiva.  Solo adesso abbasso la difesa che ho tenuta ai massimi livelli per tutto il giorno. Adesso sono solo e mi soffermo a pensare. Sono solo a fare i conti con la vita e con me stesso. Continuo a osservarlo. E’ bellissimo! Non è un pensiero di parte, è proprio vero.  I lineamenti, delicati e armonici, sembrano scolpiti dalla luce fioca e radente della abat-jour. Una smorfia di dolore interrompe il suo sonno poco profondo, si gira verso di me e mi guarda fissandomi negli occhi. Il suo sguardo mi chiede ancora una volta di aiutarlo, dopo mesi, anni di sofferenze. Lui ha una gran fiducia nelle mia capacità di aiutarlo, più di quanta ne abbia io stesso. Mi alzo e con consumata esperienza recito la parte che da mesi sto ripetendo più volte al giorno. – Cosa ti fa male? E lui, fingendo di credere ancora alla mia recita, mi spiega che il dolore è alla schiena. Seguo alla perfezione il copione e gli racconto che in breve gli passerà, che non è altro se non la prolungata permanenza a letto. – Sai, – gli dico – ne ho sofferto anche io per molto tempo. E lui, quasi con compassione verso di me, mi interrompe dicendo di conoscere a memoria la storia del mio mal di schiena. Intanto la morfina che scorre lentamente nel suo corpo fa di nuovo effetto e lui si riaddormenta, agitato. Riprendo la mia osservazione e questa volta non sono interrotto. Mi ci vuole qualche minuto per arrivare al dunque. Sono ottantotto giorni che cerco di non pensarci, o meglio non appena inizio a pensarci mi costringo a cambiare pensiero. Questa sera non posso sottrarmi alla resa dei conti con me stesso.  Sono fuggito troppo a lungo e adesso, sono brutalmente costretto a pensarci.  Ho utilizzato tutto il tempo a mia disposizione per ritardare questo momento, e mi sono ridotto all’ultimo minuto. Non posso più scappare. Non ho tempo, lui morirà. La paura mi attanaglia.  Ora non posso più scacciare i miei pensieri, devo fare i conti loro, con la sua morte. Morte. E’ una parola che non si addice a un ragazzo, eppure è così. Sono paralizzato. Apro la bocca per gridare con quanto fiato ho in gola ma, come nei peggiori incubi, non esce nessun suono. Sudo. Sono tutto bagnato di sudore, cerco ancora di gridare, invano. Mi brucia il petto. Sembra una banalità, ma sento vere fitte di bruciore al petto, nella parte alta. Ci siamo, forse è un infarto che sta per sopraggiungere. In altri momenti mi sarei terrorizzato, adesso ne sono quasi felice. Ma passa, non è quello. Meglio così, non posso lasciarlo solo proprio nel momento più difficile della sua breve esistenza. Devo accompagnarlo fino in fondo. Che venga pure l’infarto, dopo. Adesso devo stargli ancora vicino. Nel marasma di questi pensieri amari ce ne è uno che sembra dolce, che mi attira, anzi no, che lenisce le mie sofferenze: sarebbe bello che nel momento del trapasso io lo accompagnassi, abbracciati, stretti stretti, ed insieme lasciarsi spegnere come le lampade della strada quando fa giorno. Ma non è possibile. Ho ancora più paura. A momenti mi sembra che dopo la sua morte lui possa ancora essere con noi, come se questo sia solo un aggravarsi della sua malattia. E’ il concetto di irreversibilità che non riesco proprio a mandare giù. Sento che il mio subconscio non lo accetta. Ed ho ancora più paura. Paura di cosa non saprei dirlo di preciso. Vorrei potergli dire tutte le cose che non gli ho detto, vorrei poter condividere con lui tutte le esperienze che ancora non ha vissuto. E che non vivrà mai. Non proverà mai l’emozione adolescenziale del primo bacio ad una ragazza, non proverà mai l’apprensione di un esame, non proverà mai la gioia di tenere tra le braccia un figlio suo. Quante cose non potrà fare, quante emozioni non potrà provare. Quante cose gli sono state negate.  Ho ancora poche ore, vorrei parlargli ininterrottamente, vorrei tenerlo in braccio come quand’era bambino, vorrei cantargli le ninnananne per farlo addormentare e le storielle che inventavo per farlo divertire. E invece devo fingere che domani sarà una giornata come le altre, devo coccolarlo senza farmene accorgere, devo rubare una carezza. I ricordi di tutta una vita, la sua, si affollano nella mia mente ma sono costretto a scacciarli perchè il dolore che provocano è troppo forte, non riesco a sopportarlo. Ho paura di dimenticare il tono della sua voce. Ancora una volta apro la bocca per emettere un grido muto, ancora una volta il petto mi duole, più forte di prima. Ma ormai mi sono abituato. Al dolore fisico riesco ad abituarmi. Alla sua assenza no! La sua camera rimarrà buia, la lucina verde accanto al suo letto non risplenderà nella notte. La mia notte sarà nera come la pece e vuota come la mia vita. Forse è proprio questo che mi fa più paura: me stesso. Lui ha affrontato le tante prove che la vita, avara di gioie ma prodiga di difficoltà, gli ha chiesto di superare, con grande coraggio e grande dignità. Ancora oggi, nel momento della prova più dura, si adatta con rassegnazione ad una condizione di inimmaginabile difficoltà. Nonostante il suo corpo sia devastato e oramai quasi inutilizzabile dalla testa in giù, lui si ricava i suoi spazi e vive la sua vita. Lui non ha paura. Lui attende, studia, affronta. Ora provo ad addormentarmi, è tardi. Domani è un altro giorno prezioso, inestimabile e non posso perderne nemmeno un secondo, è un lusso che non posso permettermi. Vado ad affrontare i miei fantasmi. Non posso più fuggire. Io ho paura, tanta paura, paura di me.

(17 agosto 2009)

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